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ADHD: assenze a scuola

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è una condizione neuropsichiatrica comune nei bambini, con una prevalenza stimata del 3-7%. Una ricca letteratura parla degli oneri che l’ADHD impone ai pazienti, alle famiglie e alla società nel suo complesso, riassumibili in: effetti  negativi sull’educazione individuale, sulla qualità di vita dei familiari, e maggiori costi per i servizi sanitari.

Difficoltà sociali ed emotive sono particolarmente comuni  nei bambini con ADHD. Per quanto riguarda gli aspetti sociali, le difficoltà possono riguardare e/o condurre a conflitti in famiglia e problemi con i coetanei. Le difficoltà emotive spesso includono scarsa autoregolazione emotiva, aggressività, e ridotta empatia. Condizioni di salute mentale di comorbidità, tra cui l’ansia e la depressione, sono estremamente tipiche fra i bambini con ADHD. Numerosi studi hanno dimostrato come tali difficoltà siano associate ad una maggiore compromissione funzionale e risultati scolastici peggiori.

Lo studio qui proposto ha avuto come obiettivo principale quello di esaminare l’impatto della co-occorrenza di difficoltà sociali ed emotive sulle assenze scolastiche e sull’utilizzo dei servizi sanitari, nei bambini con deficit di attenzione e  iperattività. I dati provengono dal Sample Child Core del NHIS 2007 (US National Health Interview Survey), sono basati su domande inerenti aspetti  demografici, salute, trattamento sanitario, e lo status sociale ed emotivo, somministrate ai genitori. Le analisi statistiche condotte, hanno permesso di porre in evidenza come i bambini con ADHD e comorbidità per depressione, ansia, o  fobie avevano una maggiore probabilità di effettuare più di 2 settimane di assenza a scuola, più di 6 visite presso un operatore sanitario , e più di  2 visite al pronto soccorso, rispetto ai bambini con ADHD senza altri disturbi in comorbidità. Inoltre, bambini con ADHD che erano preoccupati, infelici o avevano difficoltà emotive e relazionali presentavano maggiori probabilità di assenze scolastiche e ricorso a servizi sanitari, rispetto ai bambini che non riportavano tali difficoltà.

Lo studio, dunque, pone in evidenza il forte impatto delle difficoltà sociali ed emotive nei bambini con ADHD sia sulla frequenza a scuola sia sul ricorso a servizi sanitari. Tuttavia, tali risultati dovrebbero essere considerati alla luce della natura limitata delle prove utilizzate per la valutazione dei problemi sociali ed emotivi.

Abstract

The objective of this study was to examine the impact of co-occurring social and emotionaldifficulties on missed school days and healthcare utilization among children with attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD). Data were from the 2007 U.S. National Health Interview Survey (NHIS) and were based on parental proxy responses to questions in the Sample Child Core, which includes questions on demographics, health, healthcare treatment, and social and emotional status as measured by questions about depression, anxiety, and phobias, as well as items from the brief version of the Strength and Difficulties Questionnaire (SDQ). Logistic regression was used to assess the association between co-occurring social and emotional difficulties with missed school days and healthcare utilization, adjusting for demographics. Of the 5896 children aged 6–17 years in the 2007 NHIS, 432 (7.3%) had ADHD, based on parental report. Children with ADHD and comorbid depression, anxiety, or phobias had significantly greater odds of experiencing > 2 weeks of missed school days, ≥ 6 visits to a healthcare provider (HCP), and ≥ 2 visits to the ER, compared with ADHD children without those comorbidities (OR range: 2.1 to 10.4). Significantly greater odds of missed school days, HCP visits, and ER visits were also experienced by children with ADHD who were worried, unhappy/depressed, or having emotional difficulties as assessed by the SDQ, compared with ADHD children without those difficulties. In children with ADHD, the presence of social and emotional problems resulted in greater odds of missed school days and healthcare utilization. These findings should be viewed in light of the limited nature of the parent-report measures used to assess social and emotional problems.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.capmh.com/content/pdf/1753-2000-6-33.pdf

Fonte

Classi P., Milton D.,  Ward S.,  Sarsour K., Johnston J. (2012). Social and emotional difficulties in children with ADHD and the impact on school attendance and healthcare utilization. Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health. 6(33), 1-8.

Il ricordo di storie nei soggetti autistici

Le difficoltà nell’interazione sociale sono uno degli aspetti maggiormente compromessi in soggetti con Disturbi dello Spettro Autistico (ASD). Con il termine comportamento sociale reciproco, in genere,  si fa riferimento all’appropriatezza emotiva, nonché al rispetto dell’alternanza di turno nelle interazioni sociali.

Nel trattamento di soggetti con disturbo autistico ad alto funzionamento, le storie sociali sono modi efficaci per esaminare la capacità di impegnarsi in un comportamento sociale, in quanto rappresentano situazioni di la vita reale e includono l’interazione sociale tra personaggi della storia. Inoltre, la capacità di leggere tra le righe è associata alla capacità di seguire le regole non scritte dell’interazione sociale che operano nella vita quotidiana. Infatti, le storie sono state utilizzate in molti studi precedenti per indagare la ‘teoria della mente’ , ossia la capacità di inferire e comprendere gli stati mentali degli altri, così come le loro intenzioni, credenze e desideri.

L’obiettivo dello studio proposto di seguito è stato quello di esaminare le differenze nel recupero di ricordi episodici tra individui con disturbo dello spettro autistico (ASD) e con sviluppo tipico (TD). Precedenti studi hanno mostrato che le somiglianze di personalità tra il lettore e i personaggi della storia facilitano la comprensione della lettura. Ad esempio, soggetti molto estroversi leggono storie con protagonisti estroversi molto più facilmente e comprendono queste storie più rapidamente di quanto fanno i soggetti meno estroversi. Tuttavia, l’impatto dell’effetto della somiglianza nel recupero mnestico rimane poco chiaro. Lo studio ha testato l’ “ipotesi della similarità”, vale a dire che il recupero mnestico  è maggiore quando i lettori con ASD e TD leggono storie che riguardano, rispettivamente, personaggi con ASD e personaggi con caratteristiche di personalità  simili.

Il campione oggetto di studio era composto da un gruppo di diciotto soggetti  con disturbo autistico ad alto funzionamento e un gruppo di diciassette soggetti con sviluppo tipico, appaiati per età e QI. Ai partecipanti è stato chiesto di leggere 24 storie, 12 con protagonisti con caratteristiche ASD, e 12 con protagonisti con sviluppo tipico. I partecipanti leggevano una sola frase per volta e dovevano premere la barra spaziatrice per passare alla frase successiva. Dopo la lettura di tutte le 24 storie, è stato chiesto di completare un compito di riconoscimento relativo ad una frase target per  ogni storia.

I risultati non hanno evidenziato differenze tra i due gruppi di soggetti nei processi di codifica (misurati in base ai tempi di lettura), sono state invece poste in evidenza differenze tra i gruppi nel recupero. Sebbene i soggetti con disturbo autistico hanno dimostrato lo stesso livello di precisione del gruppo di controllo, le loro strategie di recupero differiscono in base ai tempi di risposta. Soggetti con ASD riconoscono in maniera più efficace e più velocemente frasi congruenti con “caratteristiche autistiche” rispetto a quelle incongruenti, e individui con sviluppo tipico hanno prestazioni migliori nel recupero di storie con protagonisti normotipici rispetto a protagonisti ASD.  Dunque, l’ “ipotesi della somiglianza” tra lettore e protagonista della storia, mostra, in questo studio, effetti diversi nel recupero mnestico nei due gruppi. In particolare, i soggetti autistici hanno mostrato un pattern di risposta più specifico per le storie con protagonisti con caratteristiche autistiche, forse perché maggiormente legate alla propria esperienza.

Abstract

The objective of this study was to examine differences in episodic memory retrieval between individuals with autism spectrum disorder (ASD) and typically developing (TD) individuals. Previous studies have shown that personality similarities between readers and characters facilitated reading comprehension. Highly extraverted participants read stories featuring extraverted protagonists more easily and judged the outcomes of such stories more rapidly than did less extraverted participants. Similarly, highly neurotic participants judged the outcomes of stories with neurotic protagonists more rapidly than did participants with low levels of neuroticism. However, the impact of the similarity effect on memory retrieval remains unclear. This study tested our ‘similarity hypothesis’, namely that memory retrieval is enhanced when readers with ASD and TD readers read stories featuring protagonists with ASD and with characteristics associated with TD individuals, respectively. Eighteen Japanese individuals (one female) with high-functioning ASD (aged 17 to 40 years) and 17 age- and intelligence quotient (IQ)-matched Japanese (one female) TD participants (aged 22 to 40 years) read 24 stories; 12 stories featured protagonists with ASD characteristics, and the other 12 featured TD protagonists. Participants read a single sentence at a time and pressed a spacebar to advance to the next sentence. After reading all 24 stories, they were asked to complete a recognition task about the target sentence in each story. To investigate episodic memory in ASD, we analyzed encoding based on the reading times for and readability of the stories and retrieval processes based on the accuracy of and response times for sentence recognition. Although the results showed no differences between ASD and TD groups in encoding processes, they did reveal inter-group differences in memory retrieval. Although individuals with ASD demonstrated the same level of accuracy as did TD individuals, their patterns of memory retrieval differed with respect to response times. Individuals with ASD more effectively retrieved ASD-congruent than ASD-incongruent sentences, and TD individuals retrieved stories with TD more effectively than stories with ASD protagonists. Thus, similarity between reader and story character had different effects on memory retrieval in the ASD and TD groups.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.molecularautism.com/content/pdf/2040-2392-4-20.pdf

Fonte

Komeda H., Kosaka H., N Saito D., Inohara K., Munesue T., Ishitobi M., Sato M., Okazawa H. (2013) Episodic memory retrieval for story characters in high-functioning autism. Molecular Autism.  4:20, 1-9.

Embodied cognition: pensare con le cose

Nel suo recente articolo “Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design”, lo scienziato cognitivo canadese David Kirsch fornisce un accessibile sondaggio di ricerca dello stato dell’arte sulla cognizione umana in relazione agli strumenti. Partendo dalla famosa frase di McLuhan “Noi modelliamo i nostri strumenti e, successivamente, i nostri strumenti ci modellano”, Kirsch delinea i principi fondamentali della cognizione incarnata e le sue vaste implicazioni. Secondo il paradigma, non solo i nostri pensieri, concetti e processi cognitivi sono ben modellati e radicati nella nostra costituzione biologica, ma anche “cose ​​materiali senza vita” si fondono con il nostro io interiore.

L’Embodied Cognition sostiene che il pensiero non si limita al cervello, ma si estende e si basa su parti del nostro corpo e oggetti esterni, che ci permette letteralmente di “pensare con le cose”. Quando interagiamo con uno strumento, rapidamente lo assorbiamo nel nostro apparato cognitivo, ed entriamo in un nuovo “paesaggio enattivo” con nuove disponibilità (affordances) che non potevamo immaginare senza quello strumento. Come lo psicologo Abraham Maslow ha messo in evidenza, “se l’unico strumento che hai è un martello, tratterai tutto come se fosse un chiodo”. L’impatto degli strumenti sul nostro sistema motorio, sulla nostra percezione sinestetica, e la nostra concettualizzazione della realtà, ridisegnano il confini del nostro mondo. Per lo chef, una cucina può costituire molti “paesaggi di cucina”, a seconda del loro stile di cucina, del corso in fase di preparazione, e dello specifico strumento nella loro mano.

L’interfaccia tra l’umano e lo strumento è difficile da identificare. Come ha sottolineato l’antropologo Gregory Bateson, “Dove comincia il sé di un cieco? Sulla punta del bastoncino? Sulla maniglia del bastone? O a un certo punto,  a metà del bastoncino?” Dal punto di vista cibernetico, questi confini intuitivi sono sbagliati, in quanto entrambe le entità diventano parte di un sistema informativo costituito dall’uomo e dal suo strumento.

Kirsch espone la sua posizione illustrando diversi casi di “pensare direttamente con il corpo”. Per imparare una complessa sequenza di passi di danza, ballerini professionisti fanno un modello fisico di essa ballandola. Allo stesso modo, i violinisti possono provare un passaggio, lavorando sul loro archeggio mentre diminuisce la precisione delle dita della mano sinistra. In questo senso, il corpo diventa un supporto centrale del processo di apprendimento.

Queste linee di ricerca cognitiva portano alta rilevanza per l’interazione uomo-computer. Fino a che punto possiamo “ricablare” noi stessi in strumenti? Quali sono i limiti di questo neuro-adattamento? Perché certe interfacce sembrano “naturali” e scompaiono dalla nostra percezione, mentre altre no? Ogni tentativo di risposta, ovviamente, richiede molto lavoro. Sebbene Kirsch allude a un “futuro magico” del sistema di interazione, egli non riesce a chiarire come queste intuizioni possono retroagire in interfacce reali dei sistemi informativi, e offre previsioni vaghe e prudenti. Per chiunque sia interessato di filosofia, psicologia, e l’interazione uomo-computer, i risultati dell’indagine da Kirsh offrono molti spunti per sistemi embodied multi-disciplinari.

Fonte:

Kirsh, D. (2013) Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design. ACM Transactions on Computer-Human Interaction (TOCHI),  20(1), Article no. 3.

Cosa intendi comunicare?

La questione del significato inteso è un problema aperto nello studio dei processi linguistici. L’articolo qui presentato espone una nozione di “significato inteso” basata sulla preferenza del parlante per uno stato di cose cui l’enunciato si riferisce. La sua discussione ha due componenti. La prima è la concezione di significato sviluppata dalla filosofia analitica del linguaggio, cioè, il significato di una frase dipende dalle condizioni di verità della frase, e il significato di un’espressione dipende dal contributo di tale espressione al valore di verità della frase in cui essa appare. La seconda componente si riferisce all’interesse dell’agente, che implica un obiettivo, come sviluppato dalla teoria sociale cognitiva. L’articolo sostiene che il significato inteso del parlante si stabilisce quando vi è corrispondenza tra le condizioni di verità di una frase e le preferenze del parlante circa gli stati di cose per cui l’enunciato è vero. L’ultima parte del documento illustra tre controversie linguistiche per sostenere le sue intuizioni teoriche. La prima controversia riguarda l’ambiguità sintattica, mentre le altre due riguardano ambiguità semantica. L’articolo affronta il problema generale della indeterminatezza semantica del significato convenzionale di frasi del linguaggio naturale. Il suo contributo specifico riguarda il problema del significato inteso nei processi comunicativi e processi di negoziazione del significato nelle interazioni conflittuali.

Per consultare l’intero articolo in inglese             http://mindmodeling.org/cogsci2010/papers/0318/paper0318.pdf

Fonte

Cruciani M., “On the notion of intended meaning” in Proceedings of the 32th Annual Conference of the Cognitive Science Society, Austin, Texas (USA): Cognitive Science Society, 2010, p. 1028-1033. Atti di: Cognition in flux – COGSCI 2010, Portland, Oregon (USA), 11-14 ago 2010.

Come reagiamo di fronte a situazioni frustranti?

Nella vita di tutti i giorni spesso si incontrano situazioni frustranti. Ad esempio: stiamo immettendo dei dati nel computer. Improvvisamente, lo schermo diventa nero, e subito dopo, il tuo collega tiene in mano una spina e dice: “Mi dispiace, ho accidentalmente staccato il tuo PC”. Saul Rosenzweig  ha creato un modello per le risposte verbali a tali situazioni frustranti, che è stato implementato in un questionario ampiamente utilizzato, il “Picture-Frustration Study” (Studio PF). Nel modello di Rosenzweig, le risposte verbali alla situazione frustrante sono classificate in base a due fattori: la direzione e il tipo di aggressione. La direzione dell’aggressione fa riferimento a reazioni verso se stesso, un’altra persona, o nessuno; mentre le tipologie di aggressione includono attenzione verso l’evento frustrante stesso, la causa dell’evento frustrante, e una soluzione alla situazione frustrante. L’adattamento sociale è un aspetto cruciale di tali risposte.

Situazioni frustranti si incontrano ogni giorno, ed è necessario rispondere in maniera adattivo. In genere, vengono definiti come adattivi quei comportamenti in cui il soggetto stesso, in maniera attiva, fa fronte alla situazione (self-peforming).

Lo studio di seguito presentato ha cercato di valutare i correlati neurali delle risposte sociali adattive a situazioni frustranti, considerando la dimensione dell’attribuzione causale. Sulla base della teoria dell’attribuzione (Weiner,1985), la causalità interna considera le proprie attitudini quali cause di un dato evento, mentre la causalità esterna si riferisce a fattori ambientali, come ad esempio condizioni sperimentali. Per studiare il problema, è stato sviluppato un approccio che valuta l’attribuzione causale in condizioni sperimentali. Durante una scansione fMRI, i soggetti erano impegnati in situazioni frustranti virtuali e veniva loro richiesto di verbalizzare le risposte fornite, che potevano essere socialmente adattative o non adattative. Dopo la scansione fMRI, i soggetti riferivano l’indice di attribuzione causale della reazione psicologica alla condizione sperimentale. E’ stata poi eseguita un’analisi correlazionale tra l’indice di attribuzione causale e l’attività cerebrale. L’ipotesi degli autori era che la regione del cervello la cui attivazione avrebbe avuto una correlazione positiva o negativa con l’indice auto-riferito di attribuzioni causali, potrebbe essere considerata correlato neurale dell’attribuzione causale, rispettivamente, interna ed esterna delle risposte sociali.

I risultati hanno mostrato una correlazione significativa negativa tra attribuzione causale esterna e risposte neurali nel lobo temporale anteriore destro per comportamenti sociali adattivi.

Questa regione è coinvolta nel processo di integrazione delle informazioni emotive e sociali. Dunque, i  risultati suggeriscono che, in particolare nel comportamento adattivo sociale, le esigenze sociali di situazioni frustranti che coinvolgono una causalità esterna, possono essere integrate da una risposta neurale nel lobo temporale anteriore destro.

Abstract

Frustrating situations are encountered daily, and it is necessary to respond in an adaptive fashion. A psychological definition states that adaptive social behaviors are “self-performing” and “contain a solution.” The present study investigated the neural correlates of adaptive social responses to frustrating situations by assessing the dimension of causal attribution. Based on attribution theory, internal causality refers to one’s aptitudes that cause natural responses in real-life situations, whereas external causality refers to environmental factors, such as experimental conditions, causing such responses. To investigate the issue, we developed a novel approach that assesses causal attribution under experimental conditions. During fMRI scanning, subjects were required to engage in virtual frustrating situations and play the role of protagonists by verbalizing social responses, which were socially adaptive or non-adaptive. After fMRI scanning, the subjects reported their causal attribution index of the psychological reaction to the experimental condition. We performed a correlation analysis between the causal attribution index and brain activity. We hypothesized that the brain region whose activation would have a positive and negative correlation with the self-reported index of the causal attributions would be regarded as neural correlates of internal and external causal attribution of social responses, respectively. We found a significant negative correlation between external causal attribution and neural responses in the right anterior temporal lobe for adaptive social behaviors. This region is involved in the integration of emotional and social information. These results suggest that, particularly in adaptive social behavior, the social demands of frustrating situations, which involve external causality, may be integrated by a neural response in the right anterior temporal lobe.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1471-2202-14-29.pdf

Fonte:

Sekiguchi A.,  Sugiura M., Yokoyama S., Sassa Y., Horie K., Sato S., Kawashima R. (2013). Neural correlates of adaptive social responses to real-life frustrating situations: a functional MRI study. BMC Neuroscience, 14:29, 1-13.

Associare un nome a un volto

Nella vita quotidiana dobbiamo memorizzare sempre nuove informazioni. Un compito di memoria particolarmente difficile è quello di imparare il nome di una persona che incontriamo per la prima volta. Ad una festa, ad esempio, in cui l’ospite viene presentato a diverse persone prima sconosciute. Questo può portare a una situazione in cui diversi nomi sono associati a un particolare volto ed i nomi non corretti potrebbero interferire con il nome corretto durante il recupero (ad esempio, quando si incontra in un luogo diverso una delle persone conosciute alla festa). Durante il processo di recupero, queste informazioni interferenti devono essere controllate, mentre quelle erroneamente associate devono essere respinte. Studi di neuro-immagine funzionale hanno mostrato il coinvolgimento di un’ampia rete cerebrale nel processo di riconoscimento di un volto, dalle arre frontali a quelle temporali e parietali.

Per studiare il ruolo dei processi esecutivi di controllo durante il recupero dalla memoria vengono in genere utilizzate diverse modalità di codifica, apprendimento con errori e senza. Durante un apprendimento senza errori (EL)  nella fase di apprendimento vengono introdotte solo le informazioni corrette, riducendo le interferenze in seguito al recupero. Al contrario, l’apprendimento con errori (EF) ricorda il tipico approccio per tentativi ed errori: durante l’apprendimento, un certo numero di errori vengono introdotti finché si produce la risposta corretta. Durante la fase di recupero, questi errori possono provocare interferenze.

Nella ricerca qui proposta è stata usata la fMRI per studiare la localizzazione dei processi esecutivi durante il riconoscimento delle associazioni volto-nome, in seguito ad apprendimento con o senza errori. Sono state trattate tre condizioni di apprendimento diverse. Nella condizione senza errori, è stato presentato un volto con il nome corretto (EL). Sono state poi utilizzate due modalità EF, una con un solo nome in competizione scorretta e il nome corretto (EF1) e una con due nomi concorrenti errati e il nome corretto (EF2).

I risultati hanno mostrato una performance di memoria potenziata dopo l’apprendimento senza errori. La veridicità del riconoscimento delle associazioni volto-nome era accompagnato da una attivazione fronto-temporo-parietale sinistra. Le diverse modalità di apprendimento sono stati associate con modulazioni nelle regioni prefrontali e parietali di sinistra.

Dunque, la ricerca pone in evidenza come un apprendimento senza errori migliori le prestazioni mnestiche rispetto ad un apprendimento con errori. Durante il recupero della memoria diverse reti neurali sono impegnate per scopi specifici: il riconoscimento delle associazioni faccia-nome coinvolge una rete fronto-temporale-parietale lateralizzata, mentre il monitoraggio esecutivo  del recupero mnestico impegna regioni prefrontali e parietali di sinistra.

Abstract

Errorless learning has advantages over errorful learning. The erroneous items produced during errorful learning compete with correct items at retrieval resulting in decreased memory performance. This interference is associated with an increased demand on executive monitoring processes. Event-related functional magnetic resonance imaging (fMRI) was used to contrast errorless and errorful learning. Learning mode was manipulated by the number of distractors during learning of face-name associations: in errorless learning only the correct name was introduced. During errorful learning either one incorrect name or two incorrect names were additionally introduced in order to modulate the interference in recognition. The behavioural results showed an enhanced memory performance after errorless learning. The veridicality of recognition of the face-name associations was reflected in a left lateralized fronto-temporal-parietal network. The different learning modes were associated with modulations in left prefrontal and parietal regions. Errorless learning enhances memory performance as compared to errorful learning and underpins the known advantages for errorless learning. During memory retrieval different networks are engaged for specific purposes: Recognition of face-name associations engaged a lateralized fronto-temporal-parietal network and executive monitoring processes of memory engaged the left prefrontal and parietal regions.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1471-2202-14-30.pdf

Fonte

Hammer  A., Tempelmann C.,  Münte T.F. (2013). Recognition of face-name associations after errorless and errorful learning: an fMRI study. BMC Neuroscience, 14:30, 1-9.

Blocchi Magici per imparare

Gli studi dimostrano che l’ IT può dare un utile contributo all’apprendimento nelle scuole dell’infanzia e primaria. Tuttavia, molte tecniche richiedono grandi investimenti in attrezzature, competenze e tempo. BLOCK MAGIC si propone come una nuova metodologia di insegnamento basata sull’ IT.

Il progetto Block Magic propone l’utilizzo di una metodologia che utilizza il kit didattico B M progettato per lo sviluppo dell’apprendimento non solo per i bambini normodotati, ma anche per i bambini con bisogni speciali, compresi i bambini con deficit sensoriali, dislessia, ADHD, e lieve ritardo mentale. Una versione primitiva è stata già testata con successo con i bambini nella riabilitazione dopo l’impianto cocleare. L’uso del sistema, pertanto, può facilitare l’accesso all’apprendimento per questi bambini e per coloro che hanno esigenze simili.

BLOCK MAGIC combina la tecnologia a basso costo RFID (identificatore a radio frequenza), “script” per le attività di apprendimento, e un software che controlla le attività eseguite con i blocchi. In uno scenario tipico, la classe è divisa in gruppi e viene fornito un sacchetto di blocchi magici. L’insegnante assegna un compito (ad esempio ordinare i blocchi magici per raccontare una storia), progettato per sviluppare una specifica capacità logica, creativa, linguistica, o strategica. I bambini poi lavorano insieme per risolvere il compito.

Molte attività di apprendimento per i bambini implicano la manipolazione di oggetti fisici. BLOCK MAGIC è centrato sul concetto di un blocco magico – una versione “intelligente” dei “blocchi logici” già familiari agli insegnanti. Quando i bambini toccano un blocco, o una sequenza di blocchi con una bacchetta o un guanto, BLOCK MAGIC genera valutazioni (ad esempio parlando) che cambiano da una attività alla successiva o in fasi diverse della stessa attività. Questa caratteristica rende il sistema una fonte inesauribile di sorpresa e curiosità.

L’utilizzo di Block Magic sarà dunque in grado di: consentire a più gruppi di lavorare simultaneamente; consentire la creazione di attività di apprendimento personalizzate (ad esempio per i bambini con bisogni speciali); sostenere nuove tecniche di apprendimento.

L’obiettivo generale del Progetto  è quello di aiutare i giovani studenti ad apprendere autonomamente. Questa, secondo gli autori, è una abilità di importanza fondamentale per il loro sviluppo futuro. Block Magic fornirà un approccio interessante e altamente motivante per insegnare una vasta gamma competenze logiche, matematiche, linguistiche, strategiche e sociali, che saranno importanti per gli studenti in età avanzata.

Fonti

Sito del progetto  http://www.blockmagic.eu/main/

 Caretti M. & Rega A. (2011). Il progetto BLOCK MAGIC: una tecnologia cognitiva per il sostegno all’apprendimento. In Rubinacci, Rega & Lettieri (editors), Le scienze Cognitive in Italia 2011. AISC’11, 44-45

Genitori: come affrontare l’autismo?

I disturbi dello spettro autistico (ASD) e da defict dell’attenzione e iperattività (ADHD), sono i disturbi dell’età evolutiva maggiormente studiati a causa delle loro profonde implicazioni al livello individuale, familiare e sociale. Sono entrambi dei disturbi cronici con insorgenza nella prima infanzia, ma sono due entità cliniche con differenti evoluzioni e possibilità di intervento.

La qualità della vita (QoL) rappresenta una dimensione dello stato generale e del benessere che potrebbe essere influenzata da diversi fattori. Nel caso specifico, i fattori identificati potrebbero essere  legati alla patologia del bambino, alle caratteristiche psicologiche dei genitori, nonché all’ambiente sociale. Ma la qualità di vita non è significativamente associata alla diagnosi di ASD o di disabilità intellettiva del bambino. Le reazioni emotive e comportamentali delle madri, quando hanno un bambino con diagnosi di disturbo mentale, sono diverse a seconda del disagio emotivo e strategie di coping cognitivo utilizzate.

Lo scopo dello studio qui presentato è stato quello di valutare le strategie cognitive di coping, lo stress emotivo e la relazione tra essi e la qualità della vita nelle madri di bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) rispetto alle madri di bambini con Deficit di attenzione e iperattività (ADHD). I dati sono stati raccolti da 114 madri di bambini con diagnosi di ASD o ADHD. Sono state utilizzate diverse misure psicologiche per valutare: la qualità della vita (Family Quality of Life Survey) le strategie di coping cognitivo (Cognitive-Emotional Regulation Questionnaire) e lo stress emotivo (Profile of Affective Distress) dei genitori.  I risultati ottenuti non hanno mostrato  differenze significative tra i due gruppi per quanto riguarda la qualità della vita ed il disagio emotivo.

E’ stato, invece, posto in rilievo come le strategie di coping delle madri di bambini con ASD siano significativamente correlate con la valutazione generale della qualità della famiglia, sono: rifocalizzazione positiva, rivalutazione positiva e “catastrofizzazione”. I risultati suggeriscono che l’uso di strategie di coping adattivo correla con una migliore qualità di vita della famiglia, mentre per le strategie non adattive, la relazione è inversa.

ABSTRACT

The Quality of Life (QoL) represents a dimension of the overall status and of the wellbeing that might be influenced by various factors. Mothers’ emotional and behavioral reactions, when having a child with diagnosis of mental disorder, are different depending on the emotional distress and cognitive coping strategies used. The aim of this study was to assess the cognitive coping strategies, emotional distress and the relation- ship between them and the quality of life in mothers of children with Autism Spectrum Disorder (ASD) compared to mothers of children with Attention Deficit Hyperactive Disorder (ADHD). Data were collected from 114 mothers of children with diagnosis of ASD or ADHD. Different psychological measurements have been used in order to assess the quality of life (Family Quality of Life Survey) cognitive coping strategies (Cognitive-Emotional Regulation Questionnaire) and emotional distress (Profile of Affective Distress) of the parents. For QOL and emotional distress, we didn’t find significant differences between the two groups. The coping strategies of the mothers of children with ASD that significantly correlated with the overall assessment of the family quality were: positive refocusing, positive reevaluation and catastrophizing. The results suggest that the use of adaptive coping strategies correlates with a higher family quality of life, while for the maladaptive ones, the relationship is reversed.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.scirp.org/journal/PaperInformation.aspx?PaperID=29762

Fonte:

Predescu E., Şipoş R. (2013) Cognitive coping strategies, emotional distress and quality of life in mothers of children with ASD and ADHD—A comparative study in a Romanian population sample. Open Journal of Psychiatry, 3( 2A-Special Issue on Autism Research), 11-17.

DOC: cosa fare quando i trattamenti convenzionali falliscono?

Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione cronica e altamente invalidante, caratterizzato dalla presenza di pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi . Idee e pensieri intrusivi e persistenti (ossessioni) assediano la mente generando intensa ansia, angoscia, e portano l’individuo a compiere dei rituali o determinate azioni che devono essere ripetute secondo una determinata modalità (compulsioni). Le compulsioni determinano riduzione dell’ansia ma incremento delle ossessioni potando ad un vero e proprio circolo vizioso riverberante. Nonostante la disponibilità di diversi approcci di trattamento per DOC, la remissione completa è abbastanza rara. La remissione è stata definita in letteratura come un miglioramento osservato dopo un intervento, tale da determinare l’assenza di sintomi o un punteggio ≤ 16 alla Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (Y-BOCS). I “pazienti resistenti” sono stati definiti come i pazienti che hanno eseguito un particolare trattamento, ma non hanno mostrato una risposta soddisfacente; i “pazienti refrattari”, invece, sono coloro che non hanno risposto in maniera appropriata a diversi tipi di trattamento convenzionale.

Il lavoro di seguito proposto ha condotto una rassegna delle terapie alternative disponibili per il disturbo ossessivo compulsivo quando il trattamento convenzionale fallisce. I dati sono stati estratti da studi clinici controllati pubblicati sui database Medline e Science Citation Index / Web of Science tra il 1975 e il 2012. I risultati discussi suggeriscono che i clinici che si occupano di pazienti con DOC refrattario dovrebbero:

1) rivedere gli aspetti fenomenologici intrinseci del disturbo ossessivo compulsivo, i quali potrebbero portare a diverse interpretazioni e scelte di trattamento;

2) rivedere gli aspetti fenomenologici estrinseci del disturbo ossessivo compulsivo, in particolare il contesto familiare, che può rappresentare un fattore di rischio per la mancata risposta;

3) considerare approcci farmacologici non convenzionali;

4) considerare approcci psicoterapeutici non convenzionali;

5) considerare approcci neurobiologici.

Abstract

Obsessive-compulsive disorder (OCD) is a chronic and impairing condition. A very small percentage of patients become asymptomatic after treatment. The purpose of this paper was to review the alternative therapies available for OCD when conventional treatment fails. Data were extracted from controlled clinical studies (evidence-based medicine) published on the MEDLINE and Science Citation Index/Web of Science databases between 1975 and 2012. Findings are discussed and suggest that clinicians dealing with refractory OCD patients should: 1) review intrinsic phenomenological aspects of OCD, which could lead to different interpretations and treatment choices; 2) review extrinsic phenomenological aspects of OCD, especially family accommodation, which may be a risk factor for non-response; 3) consider non-conventional pharmacological approaches; 4) consider non-conventional psychotherapeutic approaches; and 5) consider neurobiological approaches.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://www.scielo.br/pdf/trends/v35n1/a04v35n1.pdf

Fonte

Franz A. P.,  Paim M., De Araújo R. M., De Oliveira Rosa V., Barbosa I. M.,  Mendes I., Blaya C., Ferrão Y. A. (2013) Treating refractory obsessive-compulsive disorder: what to do when conventional treatment fails?. Trends in Psychiatry and Psychotherapy, 35(1),  24-35.

Realtà virtuale come contesto di apprendimento

L’utilizzo delle nuove tecnologie (video giochi,  ambienti virtuali, social networks, …) non è soltanto un fenomeno che coinvolge le giovani generazioni, ma investe ampi contesti relazionali, socializzativi, di apprendimento. Recentemente numerose agenzie educative di vario genere sperimentano tecnologie innovative come strumenti di supporto ai processi di insegnamento/apprendimento. A tale pratica fa da sostegno l’interazione tra industria di settore e comunità scientifica che si concretizza nella Technology Enhanced Learning (TEL, JISC, 2009). Da un punto di vista psico-pedagogico, tali tecnologie consentono a discenti e docenti di interagire con “realtà virtuali” in modo da potenziare i processi di apprendimento che si fondano sul classico approccio del learning by doing. Tuttavia, sebbene, tali tecnologie comincino ad essere molto diffuse in vari contesti educativi, la loro concreta applicazione è spesso promossa da insegnanti e formatori che trasferiscono nella pratica educativa un loro personale interesse per la tecnologia. In tal modo, spesso, questa strategia di impiego risulta non guidata da un programma sistematico di formazione, rimanendo, invece, nell’ambito dell’improvvisazione e della volontà individuale. A tal fine, e per colmare tale lacuna operativa, è stato implementato un progetto nell’ambito del programma Long Life Learning denominato Teach to Teaching with Technology (sito di progetto: www.t3.unina.it).

Abstract

Le tecnologie dell’apprendimento candidate nel prossimo futuro ad entrare nelle pratiche educative/formative delle nostre scuole, università e agenzie di formazione professionale nascono dall’interazione di tre particolari domini scientifici e tecnologici: i videogiochi, le simulazioni al computer di fenomeni naturali/sociali e i sistemi ibridi hardware/software. Dal punto di vista didattico tali sistemi sono degli ambienti dove i discenti conducono delle esperienze “educative/formative”. Il progetto Teach to Teaching with Technology ha avuto come obiettivo quello di far familiarizzare diverse tipologie di formatori all’utilizzo delle nuove tecnologie e il loro possibile impiego in ambito lavorativo.

Per consultare l’intero articolo   http://www.nac.unina.it/nac/administrator/components/com_jresearch/files/publications/t3_sica_rega_nigrelli.pdf

Fonte

Sica L. S., Rega A. & Nigrelli M. L (2011). Una metodologia di utilizzo delle nuove tecnologie in contesti di apprendimento: il progetto Teaching to Teach with Technology (T3). In Atti dell’Ottavo Convegmo Nazionale dell’AISC – Associazione Italiana di Scienze Cognitive, 175-177.