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Category: IN EVIDENZA

Alternanza Scuola-Lavoro: l’esperienza dei liceali alla Neapolisanit

L’anno scolastico 2015/2016 ha visto, per la prima volta,  gli studenti  frequentanti  i licei  coinvolti nella metodologia didattica  innovativa “alternanza scuola lavoro”.

I percorsi di alternanza di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005 n.77,sono attuati nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi dei licei,per una durata complessiva di minimo 200 ore nel triennio.Si tratta di una metodologia  che mira ad orientare nel futuro percorso di studio e /o sbocco lavorativo

Vero è che i ragazzi hanno diritto allo studio,come da norma costituzionale,ma spesso vivono  la scuola   solo come dovere .Ho esperienza ventennale di docenza e mai ho visto sul volto degli studenti  il sorriso e nella camminata la velocità. Eppure la realtà in cui hanno operato esige grande sensibilità. Il campo di dominio delle attività dell’azienda ospitante  è la diversa abilità. I giudizi dei ragazzi, espressi sulla scheda di valutazione dello studente-lavoratore e su relazioni individuali del percorso,rappresentano la complessità dell’Azienda e la presenza di professionisti quali logopedisti,psicologi,psichiatri,neuropsichiatri  ,esperti in management aziendale ,di cui  ne hanno apprezzato l’autorevolezza. Si tratta di una realtà aziendale fortemente integrata nel territorio e che si occupa di riabilitazione ed assistenza dirette alle fasce deboli ed in modo particolare al mondo della disabilità. Il progetto ha  previsto una ridefinizione delle azioni a sostegno delle reti sociali per sviluppando maggiormente le sinergie con le associazioni,gli enti locali per poter garantire un maggiore coinvolgimento della comunità  nella programmazione delle attività a sostegno delle fasce più deboli della popolazione. E’ importante cogliere e sviluppare la partecipazione attiva di tutti i cittadini. L’impegno degli studenti, del liceo Diaz di Ottaviano, è stato rivolto soprattutto a rafforzare il potenziale di  cittadinanza attiva, per uno sviluppo socio-educativo finalizzato al potenziamento della conoscenza in ambito socio-sanitario del territorio. Gli studenti in situazione lavorativa hanno inoltre potenziato diverse discipline in linea con l’indirizzo liceale,infatti lo studio delle scienze è stato affrontato anche in lingua inglese,secondo la metodologia dell’apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua straniera(CLIL)  ),sul tema della disabilità  e con lettura e interpretazione di articoli,con ampliamento delle conoscenze rispetto alle patologie di interesse e alle basi genetiche delle stesse. L’integrazione sociale, quale area esemplare di cittadinanza, coinvolgerà le scienze dell’educazione(psicologia/sociologia/pedagogia)per la comunicazione,gli aspetti di pedagogia speciale ed integrazione sociale e scienze motorie, con il movimento e lo sport, quali strumenti di integrazione sociale. Il progetto ha voluto essere anche un riscontro alla “Buona scuola”come scuola del futuro, dove le discipline giuridiche ed economiche devono fare legittime incursioni negli ambiti dell’apprendimento formativo. Per tanto detto,il progetto prevede l’approfondimento di tematiche relative alla tutela della disabilità e alla legislazione relativa all’organizzazione aziendale,con approccio conoscitivo al management aziendale in ambito sanitario e nell’organizzazione dei servizi. Le attività, coerentemente con il disegno,sono state varie ,dalla conoscenza della legislazione sulla privacy in ambito sanitario,all’ organizzazione  della ricerca  in campo scientifico (genetica, psicologia)con traduzioni di articoli scientifici tematici e produzione di abstract, attività diretta nei diversi settori (partecipazione a laboratori con ragazzi disabili: musicoterapia, bricolage, giardinaggio, educazione al movimento,Convegno e organizzazione logistica con distribuzione di materiale scientifico.Ringrazio le Dott.sse Gianfranca e Annalina Auricchio  per l’accoglienza, la professionalità e le competenze messe a disposizione durante le attività, il Dirigente scolastico Sebastiano Pesce per la fiducia accordatami.

 

Raffaelina De Stefano

NeaScience – Anno 2 – Volume 9

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Nea Science Anno2 Vol.8 COGNIZIONE E INTERAZIONE

Le scienze cognitive sono interdisciplinari. La genesi delle Scienze cognitive mostra che la collaborazione fra le varie discipline impegnate in questa impresa comune è necessaria. La mente è un oggetto complesso, che è difficile comprendere se è studiato da una unica prospettiva. L’interazione fra le varie discipline si pone come un tratto costitutivo, una risorsa essenziale senza la quale non si potrebbe neppure tentare una così difficile indagine che ha caratterizzato l’attività di molti studiosi a cavallo del Secondo e Terzo millennio.

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NEA SCIENCE ANNO 2 – VOLUME 7

Quale sarà il futuro prossimo della scienza cognitiva? Lo abbiamo chiesto ad una nuova leva di scienziati cognitivi che, da soli o coadiuvati dai loro mèntori e colleghi, hanno provato ad identificare quali temi di ricerca costituiranno il nocciolo duro della ricerca dei prossimi anni. La domanda è molto meno che retorica, soprattutto visto che presuppone una conoscenza approfondita del presente della scienza cognitiva; è proprio così? La scienza cognitiva è interdisciplinare per costituzione perché nasce come tentativo di integrare vari aspetti della cognizione sulla base del dialogo fra differenti discipline che studiano a vario titolo i processi cognitivi. Il dialogo, come l’esperienza quotidiana testimonia, non sempre è foriero di chiarificazioni, spesso emergono dubbi, ulteriori domande e considerazioni, che non solo spingono verso un nuovo orizzonte di sviluppo, ma inducono a rivedere anche alcuni punti di partenza, alcuni dei fondamenti su cui l’impresa comune poggia. Allo stato attuale, l’interdisciplinarità in scienza cognitiva consiste nella condivisione delle conoscenze e nozioni ‘pre-scientifiche’ e di una parte dei metodi, ma non propriamente dell’oggetto. Il futuro prossimo, auspicabile per una scienza cognitiva matura, dovrà essere caratterizzato dunque da un dialogo più costruttivo di quello avvenuto finora che porti l’impresa della scienza cognitiva verso un oggetto comune. Ovvero, un futuro in cui la scienza cognitiva sarà caratterizzata dalla multidisciplinarità.

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Per ulteriori informazioni: MID-TERM 2015

Una mappa corporea delle emozioni

Spesso sperimentiamo le emozioni direttamente “nel corpo”: ad esempio quando incontriamo una persona a noi cara ed il cuore è martellante di gioia, quando l’ansia irrigidisce i nostri muscoli e rende sudate e tremanti le nostre mani. Numerosi studi hanno stabilito che le emozioni ci preparano ad affrontare le sfide dell’ambiente regolando l’attivazione fisiologica e modulando le nostre possibilità di azione. Questo legame tra emozioni e stati del corpo si riflette anche nel modo in cui si parla di emozioni: amanti gravemente delusi possono avere “il cuore spezzato”, una canzone preferita può provocare “un brivido lungo la schiena”.
Anche se le emozioni sono associate con una vasta gamma di cambiamenti fisiologici, è ancora oggetto di accesi dibattiti se i cambiamenti corporei associati con diverse emozioni sono sufficientemente specifici e se esiste una specifica localizzazione topografica degli stessi.
Gli autori dello studio di seguito proposto, partendo dal presupposto teorico secondo cui la presa di coscienza degli stati emotivi sarebbe innescata proprio dalla percezione dei relativi stati corporei in modo da permettere una risposta più adeguata al problema posto dall’ambiente, hanno delineato una sorta di mappa delle sensazioni corporee associate alle emozioni.
Il campione oggetto di studio era costituito da 701 soggetti, in parte di cultura occidentale e in parte di cultura cinese, ai quali sono stati proposti racconti, filmati, espressioni facciali, parole emotivamente significative, chiedendo loro di indicare su due sagome di un corpo umano quali parti percepivano come più attivate e meno attivate del normale quando veniva loro presentato uno stimolo emotivo.
Le sensazioni agli arti superiori sono così risultate più importanti nelle emozioni orientate all’approccio (in senso positivo e negativo), come rabbia e felicità, mentre una sensazione di ridotta attività agli arti è una caratteristica distintiva della tristezza. Le sensazioni che coinvolgono il sistema digestivo e la regione della gola sono state trovate particolarmente marcate nel disgusto. A differenza di tutte le altre emozioni, che sono collegate a regioni specifiche, la felicità è invece risultata associata a un miglioramento delle sensazioni in tutto il corpo.
Inoltre, le emozioni complesse (ansia, amore, depressione, disprezzo, orgoglio, vergogna, invidia) hanno mostrato una correlazione alle sensazioni corporee più debole rispetto alle cosiddette emozioni primarie (rabbia, paura, disgusto, felicità, tristezza e sorpresa), con l’eccezione di ansia e depressione, che mostravano una strettissima somiglianza con gli stati emotivi primari rispettivamente di paura e tristezza.
Anche se alcune parti del corpo sono risultate quasi sempre coinvolte, dall’analisi complessiva delle risposte è apparso che alle diverse emozioni corrispondevano mappe corporee statisticamente ben distinguibili, che le aree coinvolte corrispondono ai più importanti cambiamenti fisiologici associati alle diverse emozioni, e che le mappe erano sostanzialmente la stesse sia nelle persone di cultura occidentale sia in quelle di cultura orientale.

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.pnas.org/content/111/2/646.full.pdf

Fonte
Nummenmaaa L., Glereana E., Harib R., Hietanend J.K. (2014) Bodily maps of emotions. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(2), 646–651

NEA SCIENCE ANNO 2 – VOLUME 6

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Questo numero speciale raccoglie tre articoli di ambito psicologico dedicati ad alcuni aspetti del ragionamento infantile, in quella fase fondamentale che è la conquista del pensiero razionale, che inizia con l’entrata nella scuola primaria.
I tre studi qui presentati hanno indagato su due tematiche a nostro parere assai interessanti: i residui di pensiero magico-animistico che perdurano anche dopo la conquista della logica, e le bugie infantili, indagate non esclusivamente sul piano morale e educativo, quanto anche come capacità, attinente alla Teoria della Mente (Wimmer & Perner, 1983; Camaioni, 1995), di comprendere che gli altri hanno delle credenze sulla realtà e che queste rappresentazioni guidano il loro comportamento: mentendo si può dunque cercare di agire su tali credenze e indirizzare il comportamento altrui.
Il lavoro sul pensiero magico infantile si è svolto nell’isola di Capri, e si è proposto di valutare cosa resti nei bambini di oggi del “pensiero magico” teorizzato da Piaget attraverso la sua metodologia di ricerca, in relazione alla rappresentazione infantile del mondo naturale (Piaget, 1926). Si è inoltre proposto di chiarire quali tracce di tale pensiero magico restino nel passaggio dai 5-6 agli 8-9 anni.
Come si potrà rilevare dal testo, alla luce dei nostri risultati, in contrasto con le conclusioni cui era giunto Piaget, il pensiero magico sembra ancora vivo e capace di colorare le “teorie” infantili sul mondo naturale e permanere anche in una fase dello sviluppo in cui il bambino padroneggia gli strumenti della logica. E’ come se in fondo il bambino faticasse a rinunciare all’idea di una realtà animata o in qualche modo viva: una coloritura animistica continua a modellare l’immagine del mondo che il bimbo propone, anche quando questi a livello cognitivo si colloca, come maggior parte dei bambini di otto-nove anni intervistati, nello stadio della logica operatoria. E questa evidente coesistenza tra modalità di pensiero diverse a nostro parere sembra avvalorare l’idea di un cammino evolutivo all’insegna di una complementarietà tra logica e magia, piuttosto che di un loro avvicendamento, in cui lo strumento razionale subentra a una modalità di ragionamento più primitiva.
I due lavori sulle bugie indagano, in modo diverso, sulla concettualizzazione e la valutazione infantili delle bugie.
Il primo dei due lavori presentati ha indagato in specifico sulla comprensione e la valutazione, in età evolutiva, della “bugia blu”, ovvero della menzogna detta a beneficio di una collettività – nel nostro caso, il proprio gruppo. E’ da segnalare che a due gruppi di partecipanti di 8-9 anni e di 11-12 è stato affiancato un gruppo di giovali adulti universitari (20-21 a.), per meglio seguire l’evoluzione della concettualizzazione.
I risultati, come vedremo, mostrano che nelle valutazioni richieste esiste una differenza significativa legata all’età. Inoltre, aspetto per noi particolarmente interessante, segnalano l’incremento, con l’aumentare dell’età, della valutazione positiva del mentire a vantaggio della collettività, con una differenza significativa tra bambini da una parte e preadolescenti e giovani adulti dall’altra, che suggerirebbe una influenza della socializzazione, e dunque del contesto socioculturale, che ci sollecita a intraprendere nuove ricerche per ulteriori approfondimenti.
Il secondo lavoro da noi dedicato all’indagine sulle bugie ha studiato la categorizzazione e la valutazione di bugia e verità di bambini in età scolare e giovani adulti universitari utilizzando 8 brevi storie in cui variava sia l’intenzione comunicativa del protagonista (aiutare o danneggiare l’interlocutore) che il contesto comunicativo (informativo o di cortesia). Anche qui, con lo stesso scopo della ricerca precedente, a un gruppo del primo (6-7 a.) e a uno del quinto anno (10-11 a.) della scuola primaria sono stati affiancati degli studenti universitari (21-22 a.).
Dai risultati emerge che solo il riconoscimento corretto delle verità dipende dall’intenzione del parlante e dal contesto in cui la verità viene espressa, a differenza della bugia; che i bambini del primo anno della scuola primaria sono più severi degli altri partecipanti in tutte le loro valutazioni; che solo le valutazioni morali di bugia e verità degli alunni del quinto anno e degli universitari sono influenzate dall’ intenzione e dal contesto (tanto che la bugia di cortesia per aiutare diventa significativamente più piccola e meno grave). Complessivamente, i risultati di questo lavoro evidenziano interessanti differenze con ricerche in contesto extraeuropeo (Xu et al., 2009), suggerendo l’importanza di studi cross-culturali sul tema.
Un’osservazione conclusiva va fatta: ci sembra che nel nostro lavoro di ricerca l’aspetto unificante e insieme più rilevante sia quanto nello sviluppo della mente infantile pesi l’incontro con un mondo sociale che si amplia sempre più e che sollecita una crescita e un cambiamento, in riferimento al quale lo sviluppo cognitivo infantile va più precisamente concettualizzato come socio-cognitivo.

A tutti, un augurio di buona lettura!

Lucia Donsì

Giornata Mondiale dell’Autismo

Il prossimo 2 aprile 2015 si terrà l’ottava edizione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’Autismo. Una giornata di sensibilizzazione promossa dall’Onu e destinata, secondo le intenzioni del Segretario generale Onu Ban Ki-moon, a favorire comprensione e a generare azioni concrete per un mondo più inclusivo. In Italia, infatti, sono decine di migliaia le famiglie con ragazzi affetti da autismo, una disabilità che si manifesta con problemi di comunicazione verbale e non verbale, con comportamenti stereotipati e ripetitivi, con alterazioni nell’interazione sociale.

Anche quest’anno il Centro di Riabilitazione Neapolisanit srl celebra questa giornata di concerto con le associazioni dei genitori con l’intento di sottolineare che le famiglie non sono sole e che la D.A.P.I (Divisione di autismo) costituisce una risorsa fondamentale e insostituibile all’interno di un progetto abilitativo globale, che mira allo sviluppo delle potenzialità, delle capacità di adattamento e dell’autonomia, per migliorare la qualità della vita futura dei bambini autistici e delle loro stesse famiglie.

Il 2 Aprile 2015, dalle ore 10,00 alle ore 18,00 il Centro Neapolisanit si tingerà di blu, saranno organizzati spazi ricreativi per i bambini e momenti di riflessione e informazione sui disturbi dello spettro autistico, con la volontà di sottolineare che l’impegno per garantire a tutti la piena integrazione nella società è segno reale di civiltà in un Paese democratico.

Gossip: cosa ricordiamo meglio?

Il gossip è definito come una conversazione valutativa su terzi, quando questi non sono presenti, ma è anche un‘attività a cui la maggior parte delle persone partecipa frequentemente (Foster, 2004). Rosnow (1977) sostiene che il gossip assolva tre funzioni fondamentali: informare, intrattenere e influenzare. A queste, possiamo aggiungere che esso funge anche da meccanismo per il controllo sociale (Giardini, Conte, 2011), e per far rispettare le norme nei gruppi (Dunbar, 2004; Gluckman, 1963). Nonostante vi siano numerosi studi sul gossip e le funzioni che esso assolve nelle società umane, restano ancora da chiarire quali siano le motivazioni individuali a trasmettere informazioni socialmente rilevanti su un individuo assente.
Considerato che il gossip è un‘attività piacevole alla quale le persone spontaneamente partecipano, lo studio pilota di seguito proposto ha come obiettivo verificare l‘eventuale effetto che la valenza, positiva o negativa, di un’emozione, e la relativa attivazione fisiologica possono avere sulla capacità di ricordare un‘informazione valutativa su un soggetto. L’interesse è comprendere se esiste una relazione tra l’arousal esperito dall’individuo e la scelta del tipo di informazione sociale che intende trasmettere.

…Leggi l’intero articolo…

Fonte
Greco F., Giardini F., Conte R. (2015) Emozioni e gossip: uno studio pilota sulla relazione tra valenza, arousal e trasmissione di informazioni socialmente rilevanti. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 216-221.

Robot per interagire

L‘imitazione come mezzo comunicativo, è correlata al comportamento sociale positivo e quindi rappresenta un buon predittore delle capacità relazionali nei bambini con autismo (Nadel et al. 1999). Questi bambini, infatti, hanno spesso difficoltà a imitare il comportamento di altre persone (Williams et al. 2004) e i giochi di imitazione sono utilizzati nella terapia per promuovere una migliore consapevolezza corporea, il senso di sé, la creatività, la leadership e la presa di iniziativa. L‘introduzione delle prime piattaforme robotiche ha messo a disposizione dei terapeuti strumenti innovativi la cui efficacia e accettabilità però deve essere ancora pienamente dimostrata (Diehl et al. 2012). I robot offrono il vantaggio di superare le preoccupazioni per la sedentarietà e l‘isolamento dei bambini dato dall‘uso del computer (Dockrell et al. 2010) e li incoraggiano nelle interazioni e nello svolgimento di movimenti corporei (Tanaka et al. 2006).
L’applicazione della robotica nella terapia dei bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), ha l‘obiettivo di insegnare ai bambini le abilità sociali di base, la comunicazione e l‘interazione (Tapus et al. 2007). Varie ricerche hanno mostrato come l’uso di robot umanoidi potrebbero consentire a un bambino con ASD di facilitare il trasferimento delle competenze apprese mediante modeling imitativo.
Questo particolare campo di ricerca rientra nella Social Assistive Robotics (SAR) (per dettagli: Conti 2014), dove l‘imitazione si sviluppa in maniera naturale in molte delle interazioni uomo-robot. A volte l’imitazione è strutturata, poiché i bambini sono sollecitati da adulti o dallo stesso robot ad imitare le azioni (ad es. Duquette et al. 2008). In altri casi l’imitazione si sviluppa spontaneamente come parte di un gioco con il bambino che imita i comportamenti del robot e viceversa (Robins et al. 2009). Questo gioco si estende anche alle interazioni triadiche tra un bambino con autismo, un adulto o bambino e un robot.
Nell’articolo di seguito proposto viene presentato uno studio pilota con tre bambini affetti da ASD e disabilità intellettiva (ID). Lo studio si focalizza principalmente sull‘imitazione corporea dei partecipanti, per verificare preliminarmente le potenzialità della SAR come strumento efficace nella terapia ASD.

….Leggi tutto l’articolo….

Fonte
Conti D., Di Nuovo S., Buono S., Trubia G., Di Nuovo A. (2015) Uso della robotica per stimolare l’imitazione nell’Autismo. Uno studio pilota. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 91-98.

Internet e Facebook. Addiction a confronto

Secondo Boyd ed Ellison (2007), un social network (SN) è un servizio web che permette agli utenti di creare un profilo, instaurare una connessione con una lista di contatti e creare nuove connessioni con altri utenti. Facebook è un SN creato nel 2004. Il numero degli utenti attivi ha superato il miliardo di unità il 4 ottobre 2012. A giugno 2014 esistono 829 milioni di profili attivi quotidianamente. Si stima che circa 24.000.000 utenze risiedano in Italia. Sono stati effettuati numerosi studi relativi all’utilizzo di Facebook (Ellison, Steinfield, Lampe 2007, Caci et al. 2011a), alla sua topologia (Caci et al. 2010, Backstrom et al. 2013), alla relazione tra reti che evolvono in maniera spontanea e guidata (Cardaci et al, 2013), e alle variabili di personalità dei suoi utenti (Caci et al. 2011b, Caci et al. 2014). A fronte dell‘imponente crescita di Facebook e della sua pervasiva e capillare diffusione nella vita quotidiana di milioni di persone, è ragionevole avanzare l‘ipotesi che un suo uso massiccio, molto frequente e continuo (così come quello di altri popolari SN) possa sfociare in comportamenti di dipendenza patologica e possa essere considerato come un caso particolare del ben noto e più generale fenomeno della Internet Addiction. Tuttavia, sebbene l‘Internet Addiction sia molto esplorata in letteratura, le sue relazioni con altre più specifiche forme di dipendenza online, come potrebbe essere la Facebook Addiction, sono meno note. Young ha sviluppato l’Internet Addiction Test (IAT) dimostrando che gli Internet-dipendenti mostrano una maggiore trascuratezza nei confronti delle loro famiglie, del loro lavoro, degli studi, delle relazioni interpersonali, oltre che della cura di se stessi (Young 1999). Una versione in italiano dell’IAT è stata somministrata ad un gruppo di chatter italiani, evidenziando una compromissione della qualità della vita individuale e sociale, della sfera lavorativa e dello studio, del controllo del tempo ed un uso compensatorio o eccitatorio di Internet (Ferraro et al. 2007).
Nello studio di seguito proposto, e presentato al XI Convegno Annuale dell’AIAS 2015, è stato misurato il livello di Internet Addiction dei soggetti sperimentali italiani in due condizioni: uso generale di Internet, ed uso specifico del SN Facebook, utilizzando la versione italiana di IAT sopra citata, e confrontato i risultati divisi per fasce di età.

Per consultare l’intero articolo    http://www.neapolisanit.eu/neascience/wp-content/uploads/2015/03/act-2014-2-cardaci.pdf

Fonte
Cardaci M., Caci B., Fiordispina M., Perticone V., Tabacchi M.E. (2015) Internet e Facebook. Addiction a confronto. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 75-80.