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Category: IN EVIDENZA

Motivating Children with Autism to Communicate and Interact Socially

The attention on design for children with autism should be directed to make the child feel emotionally comfortable within the environment, to value the presence of others, and to develop basic communication and reciprocal interaction skills before embarking in supporting the acquisition of complex linguistic skills. New technological systems support children in working together on specific tasks and promote the acquisition of social interaction skills such as turn‐taking, sharing (e.g., passing the device to a partner) and negotiation (Millen et al., 2011). Recently, the study of ASD has also been corroborated by the emergence of new approaches using computational models and artificial agents (robots or avatars) to study sensorimotor development (Caligiore, Tommasino, Sperati, & Baldassarre, 2014) in ASD. The development of new technologies has also contributed to improve emotion recognition in ASD individuals enhancing their social skills (Pioggia et al., 2005). Interactive products are opening up new learning and playing opportunities for children with autism. A key element of these products is the need to be able to motivate the child to use them. Indeed, the motivational desire to interact is at the core of all communication behaviors (Chevallier, Kohls, Troiani, Brodkin, & Schultz, 2012).
This work presents a project whose main objective is to provide an interactive mechatronic prototype, called “+me”, that facilitates social interaction and supports the development of social skills of children with autism by leveraging highly motivating sensorial feedbacks.

To read the article http://www.neapolisanit.eu/neascience/wp-content/uploads/2015/03/act-ozean.pdf

Fonte
Özcan B., Sperati V., Caligiore D., Baldassarre G. (2015). Motivating Children with Autism to Communicate and Interact Socially Through the “+me” Wearable Device. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 59-65.

La giustizia limbica. Come reagiamo di fronte alle ingiustizie?

La moralità e l’etica sono tematiche da tempo ampiamente indagate dalla psicologia, la quale ha cercato di capire meglio quale potesse essere il funzionamento alla base delle scelte fatte dalle persone quando sono poste di fronte a un “dilemma morale”. Un fattore importante, con un impatto di rilievo sul processo decisionale, è l’influenza dei processi emotivi. Studi di brain imaging hanno mostrato che i processi emotivi sono attivi nel processo decisionale. Tuttavia, è difficile identificare il ruolo causale delle diverse sub-regioni coinvolte nel decision making.

Quindi, richiamando il dualismo cartesiano, le indagini sono iniziate con la classica contrapposizione tra “razionalità” e “emozione”. Ad un primo sguardo, non vi sarebbero dubbi: un “giudizio” morale, lo dice la parola stessa, implica per forza un’azione volontaria e razionale della persona, una procedura per così dire “pensata”. Uno dei paradigmi sperimentali più usati per studiare questa relazione è l’Ultimatum Game, che ha rivelato come in genere i soggetti mostrano la tendenza a punire i comportamenti sleali degli altri, nonostante ricevessero entrambi una perdita economica. Precedenti studi di brain imaging hanno suggerito che la decisione di punire comporta complesse elaborazioni corticali. Tuttavia, la pena comporta anche una immediata risposta emotiva aggressiva, un comportamento spesso legato a strutture sottocorticali come l’amigdala.

Nello studio di seguito proposto, viene presentato un modello che unisce questi punti di vista. Gli autori hanno progettato un paradigma che permette di misurare l’attività di regioni cerebrali sottocorticali (RM) durante un Ultimatum Game, mentre allo stesso tempo utilizzavano un approccio farmacologico teso a sopprimere le reazione emotiva e l’attività dell’amigdala.

I risultati hanno mostrato il cervello, di fronte a una situazione ingiusta, reagisca con una maggiore attivazione delle aree dell’amigdala, rispetto a quelle corticali. Inoltre, nel momento in cui l’attività dell’amigdala viene inficiata dalla somministrazione di benzodiazepine, le reazioni di fronte a una situazioni ingiusta sono meno nette, e cresce nei soggetti sperimentali la disponibilità ad accettare evidenti ingiustizie.

Questi risultati consentono un rilevamento anatomico funzionale delle prime componenti neurali del rifiuto associato alle reazioni emotive. Pertanto, l’atto di immediato rigetto sembra essere mediato dal sistema limbico e non è esclusivamente guidata da processi corticali.

Tali risultati, inoltre, mostrano che un farmaco comunemente usato possa influenzare l’autonomia e i processi decisionali.

Per consultare l’intero articolo in inglese                http://www.plosbiology.org/article/fetchObject.action?uri=info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pbio.1001054&representation=PDF

Fonte

Gospic K., Mohlin E., Fransson P., Petrovic P., Johannesson M., Ingvar M. (2011). Limbic Justice—Amygdala Involvement in Immediate Rejection in the Ultimatum Game. Plos Biology, 9(5)

 

Anno 1 – Vol. 5 Nea-Science

COPERTINA AISC

Il V volume del 2014 della nostra rivista è tutto dedicato al XI convegno annuale dell’Associazione Italiana di Scienze Cognitive dal titolo: Corpi, strumenti e cognizione / Bodies, tools and cognition. Come ci rappresentiamo il nostro corpo? Che ruolo ha la cognizione incarnata nella nostra vita mentale? In che modo integriamo l’uso di strumenti nello nostre rappresentazioni neurali del corpo? E che ruolo hanno giocato e giocano gli artefatti nei processi cognitivi? Quali di questi aspetti sono riproducibili in sistemi artificiali, e in che modi? Quali sono le attuali frontiere nella progettazione di artefatti intelligenti e neuroprotesi? Tante curiosità e tanta ricerca applicata alla vita di tutti i giorni. Non resta che augurarvi buona lettura!

A. Auricchio (Direttore Responsabile)

DOWNLOAD PREVIEW NEA-SCIENCE ANNO 1 – VOL. 5ATTI_AISC_2014_ROMA

Convegno Annuale AISC 2014

Come ci rappresentiamo il nostro corpo? Che ruolo ha la cognizione incarnata nella nostra vita mentale? In che modo integriamo l’uso di strumenti nello nostre rappresentazioni neurali del corpo? E che ruolo hanno giocato e giocano gli artefatti nei processi cognitivi? Quali di questi aspetti sono riproducibili in sistemi artificiali, e in che modi? Quali sono le attuali frontiere nella progettazione di artefatti intelligenti e neuroprotesi?

Di questo ed altro si discuterà al convegno internazionale Corpi, strumenti e cognizione / Bodies, tools and cognition, Roma, 2-5 Dicembre 2014, prima edizione congiunta delle due principali conferenze di scienze cognitive italiane: l’XI convegno annuale dell’Associazione Italiana di Scienze Cognitive (AISC) e l’VIII convegno del COordinamento dei Dottorati Italiani in Scienze Cognitive (CODISCO). Il convegno si terrà presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo e presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere  dell’Università Roma Tre.

Relatori invitati: Michael Arbib (neuroscienze), Salvatore Maria Aglioti (neuroscienze), Anna Maria Borghi (psicologia cognitiva), Michele Di Francesco (filosofia), Stefano Nolfi (robotica evolutiva), Bruno Siciliano (robotica umanoide), Angela Sirigu (neuroscienze), Corrado Sinigaglia (filosofia), Marco Tettamanti (neurolinguistica), Elisabetta Visalberghi (primatologia cognitiva).

Tutti i ricercatori interessati sono invitati a presentare contributi, non solo sulla tematica specifica del convegno ma più in generale su tutti gli ambiti di interesse delle scienze cognitive. Per dettagli, si veda la call for papers.

Le scelte più generose sono quelle più impulsive

La cooperazione è uno dei più importanti comportamenti pro-sociali dell’essere umano . Tuttavia, la scelta di collaborare richiede alle persone di sostenere un costo personale per poter aiutare gli altri.
Nello studio di seguito proposto, viene esplorata la base cognitiva delle decisioni cooperative. Gli autori pongono il seguente quesito: le persone sono predisposte all’egoismo , comportandosi in modo cooperativo solo attraverso l’auto- controllo attivo, o sono intuitivamente volte alla cooperazione, e la riflessione razionale, invece, favorisce l’egoismo? I ricercatori hanno progettato dieci situazioni sperimentali, basate su giochi economici, in cui la variabile per distinguere fra spinta “istintiva” e riflessione era costituita dal tempo impiegato dai partecipanti per prendere una decisione. Nelle situazioni in cui venivano posti limiti sempre più stretti al tempo a disposizione per le scelte, è stato osservato un maggior numero di scelte collaborative. Come avevano mostrato precedenti ricerche, non c’è il tempo per sfruttare le potenti ma lente risorse cognitive necessarie a una riflessione ponderata, e le persone si affidano alle più rapide forme di ragionamento inconscio, ossia scelgono le opzioni più “intuitive”. Da questi test è risultato che le decisioni dei soggetti assillati dall’incalzare del tempo erano più generose di quelle prese da chi non aveva avuto limiti di temporali. Di conseguenza, sembrerebbe che costringere una persona a decidere più rapidamente – per intuizione – ne aumenta la tendenza a cooperare.
Per spiegare questi risultati, gli autori propongono che la cooperazione rappresenta un comportamento impulsivo a causa del suo utilizzo vantaggioso nella quotidianità. Tale comportamento, infatti, ottiene risvolti, in termini di desiderabilità sociale, molto alti (es. buona reputazione, complimenti), i quali aumentano la sua probabilità di messa in atto.
Esistono comunque differenze individuali anche significative nella disponibilità a collaborare, e vi sono persone che tendono a essere comunque egoiste, mentre altre sono “cooperatori condizionali”, ossia sono disposti a collaborare se lo fanno anche gli altri.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.espiritualidades.com.br/NOT/Not_2012/2012_SpontaneousGivingAndCalculatedGreed_Nature489p427.pdf

Fonte
Rand D.G., Greene J.D., Nowak M.A. (2012). Spontaneous giving and calculated greed. Nature, 489, 427-430.

L’utilizzo delle nuove tecnologie nel trattamento della dislessia

La Dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA). Con questo termine ci si riferisce ai soli disturbi delle abilità scolastiche ed in particolare a: dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia.
La principale caratteristica di questa categoria è la sua specificità, ovvero il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura, calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale.

La dislessia è una difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Leggere e scrivere sono considerati atti così semplici e automatici che risulta difficile comprendere la fatica di un bambino dislessico. Essi trovano difficoltà nell’automatizzare il processo di interpretazione dei segni grafici. Questa difficoltà di decodifica si manifesta con un deficit nella velocità e nell’accuratezza della lettura, che nella maggioranza dei casi si ripercuote sulla comprensione del testo. Il bambino dislessico, infatti, si affatica maggiormente quando legge, lo fa in modo lento e scorretto, ha difficoltà a comprendere i testi che legge, ma soprattutto, a causa delle sue difficoltà, nutre scarso desiderio di esercitarsi nella lettura.

All’interno dei protocolli riabilitativi rivestono sempre più importanza i software educativi che grazie al loro aspetto ludico ed alle caratteristiche multimediali ed interattive, sono utilizzati piacevolmente dai bambini.
Gli ausili informatici sono degli strumenti utilizzati per permettere al soggetto dislessico di compiere, anche se con modalità diverse, le stesse attività dei compagni. E’ importante che questi soggetti lavorino “come” i compagni, ma soprattutto “con” i compagni, in modo da favorire il senso di appartenenza al gruppo.

L’articolo proposto, pubblicato nel IV volume di NeaScience, passa in rassegna le principali tecnologie utilizzate nell’ambito degli interventi di abilitazione e compensazione delle abilità di lettura, sottolineando l’importanza dell’integrazione di questi software nei percorsi riabilitativi.

Per consultare l’intero articolo http://www.neapolisanit.eu/neascience/2014/05/16/nea-science-anno-1-vol-4-aprile-2014/

Fonte
Lecce R. (2014) L’utilizzo delle nuove tecnologie a supporto del trattamento della dislessia. NeaScience – Giornale italiano di neuroscienze, psicologia e riabilitazione, ISSN 2282-6009, 4, 43-53.

Nea-Science – Anno 1 – Vol. 4 Aprile 2014

Per il download  NEA SCIENCE N4

 

 

 

Lo stress genitoriale nei disturbi dello spettro autistico

L’autismo è una complessa sindrome comportamentale, con esordio nei primi tre anni di vita, dovuta ad un disordine dello sviluppo neurobiologico in cui i fattori genetici e ambientali che ne sono alla base devono essere ancora chiariti. La complessità e la grande variabilità dei sintomi all’interno dello spettro autistico, presumibilmente con eziologie diverse, sono attualmente riunite in un’unica grande categoria diagnostica (Disturbi Pervasivi dello Sviluppo; DSM-IV-TR e Disturbi dello Spettro Autistico secondo il DSM-V) per il fatto di essere accomunati dallo stesso pattern comportamentale che comprende: deficit nella comunicazione, deficit nella socializzazione e un repertorio di interessi estremamente rigido e scarsa immaginazione.

L’Autismo si presenta come un disturbo cronico, invalidante, pervasivo che crea disagio non soltanto per il soggetto, ma anche per ogni membro della sua famiglia. Le peculiarità della sindrome rendono difficile l’interazione, i processi di accudimento e persino le routine semplici del vivere quotidiano, costituendo per i genitori una fonte stress fisico e mentale spesso maggiore che per altre disabilità (Bebko et al. 1987; Konstantareas e Homatidis 1989; Szatmari et al. 1994; Kasari e Sigman 1997; Hastings e Johnson 2001; Dawson et al., 1990; Kasari et al., 1990, 1997; Gray, 1994; DeMeyer, 1979; Sloper et al., 1991; Weiss, 1991; Koegel et al., 1992; Willoughby e Glidden, 1995; Essex et al., 1999; Lecavalier et al., 2005; Baker et al., 2002).

Se in letteratura esistono diversi lavori che hanno affrontato il tema dello stress genitoriale in famiglie con figli con disabilità, sembrerebbe che poche ricerche hanno, di fatto, indagato le peculiarità delle condizioni di stress per i genitori di persone con Disturbo dello Spettro Autistico.
Inoltre, non esistono lavori in letteratura che permettano agli operatori e agli specialisti del settore di conoscere quali specifiche dimensioni e/o caratteristiche del quadro clinico in oggetto siano maggiormente responsabili di condizioni patologiche di stress e che devono essere precocemente trattate prima che diventino croniche e nocive per il resto della famiglia e per il ragazzo.
Lo studio di seguito proposto, e pubblicato nel IV Volume di NeaScience, ha come scopo quello di indagare eventuali correlazioni tra lo stress genitoriale e specifiche caratteristiche della persona con autismo. In particolare sono stati oggetto di indagine le differenze di età dei soggetti, il livello di funzionamento adattivo globale, i livelli di funzionamento comunicativo e sociale e i comportamenti problema.

Per consultare l’intero articolo   http://www.neapolisanit.eu/neascience/2014/05/16/nea-science-anno-1-vol-4-aprile-2014/

Fonte
Benigno F., Iovino L. (2014) Lo stress genitoriale nei disturbi dello spettro autistico. NeaScience – Giornale italiano di neuroscienze, psicologia e riabilitazione, ISSN 2282-6009, 4, 2-12.

“Tu vali molto di più!” L’ultimo libro del Dott. Carlo D’Angelo

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Quando ho incominciato a leggere il quinto libro del Dott. Carlo D’Angelo dal titolo:Tu vali molto di più. Come vincere il vuoto affettivo(Editrice Domenicana Italiana), sono rimasto sorpreso dallo stile narrativo e dai contenuti chiari ed esplicativi. Non vi nego che mi sarei aspettato da un collega esperto, quale il Dott. D’Angelo, del quale apprezzo profondamente il lavoro psicoterapeutico e le abilità cliniche, un libro che parlasse di “malattia”.

Ed invece, con sommo stupore, ho scoperto di avere tra le mani “un libro per tutta la famiglia”, un testo che passa i propri concetti attraverso le generazioni, da donare a chi si vuole bene, come guida per lo spirito e per il pensiero. Il Dr.D’Angelo (Psicologo, Psicoterapeuta e Logoterapeuta) riesce, infatti, attraverso il suo scritto, a comprendere, sviluppare e condividere con il lettore cosa ci sia alla radice del male di vivere, che oscura la nostra anima e genera forte speranza circa la possibilità di guarigione. Vedere dentro la propria anima, comprendere la sua lingua, consente all’uomo di armonizzare la propria vita. L’uomo, eterno funambolo, equilibrista sempre in bilico alla ricerca di ciò che lo rende felice, ha allontanato da sé e dalla sua vita, l’insegnamento fondamentale di Gesù/Uomo: Voi valete molto di più, tu vali molto di più.

La psicologia, per dirla con le parole dell’autore, nel suo significato autentico, ha a che fare con le cose dell’anima, con i suoi codici e modi di espressione ed è proprio tutto ciò che il Dott. Carlo D’Angelo aiuta a far comprendere al lettore. La novità del testo risiede, infatti, nel fatto che l’autore rivolge un accompagnamento terapeutico alla vita dell’uomo tutto ed alla difesa della sua dignità, attraverso una “cura” scritta, al fine di agevolare e chiarire gli schemi di pensiero e di azione del soggetto e giungere alla guarigione di quelli che l’autore definisce i “disordini dell’anima”.

Questo cammino, sulla linea della vita e dello spirito, propone una riflessione che percorre i meandri più nascosti della nostra anima. L’autore, convinto che l’esistenza dell’uomo non sia MAI priva di significato, invita non solo a ricercare una risposta alternativa ai grandi interrogativi esistenziali di ogni tempo, mai sopiti e mai completamente risolti, ma soprattutto ci consegna proprio attraverso la scrittura, gli strumenti utili a spezzare le catene che ci imprigionano e ad abbandonare lentamente i carcerieri della nostra anima.

In questo clima di rinnovamento e rivoluzioni intellettuali questo nuovo lavoro è un contributo geniale ed innovativo, che prende distanza dagli approcci clinici tradizionali ed elabora una nuova relazione di aiuto, che restituisce una visione dell’uomo totalitaria, essenzialmente positiva, che va a focalizzarsi sulle parti sane, piuttosto che sugli aspetti malati. Chi avrà la fortuna di leggerlo sicuramente sentirà la propria anima dire grazie!

Dott. Angelo Rega – Psicologo Psicoterapeuta

Vaghezza nella comunicazione politica

Uno dei rischi in cui un politico può incorrere nella sua comunicazione è quello di essere tacciato di parlare il “politichese”: s’intende con questo una tendenza a sfumare posizioni e ad annacquare concetti, utilizzando magari una terminologia molto tecnica, poco comprensibile. Recentemente la ricerca linguistica e psicologica ha evidenziato, nei format televisivi in cui sono maggioritarie le cosiddette “arene politiche”, una tendenza a un linguaggio spudoratamente diretto, mirante a danneggiare in modo spettacolare l’immagine dell’avversario più che a informare l’elettore o fargli intravedere una presa di posizione sui temi affrontati.
La letteratura psicosociale relativa alla comunicazione politica, storicamente interessata agli effetti persuasivi di vari tipi di discorso politico, non ha finora indagato la percezione di vaghezza del messaggio da parte dell’elettore. Rimane irrisolto quindi quale effetto possa produrre una comunicazione vaga e soprattutto cosa si intenda per “comunicazione vaga”.
Quando e perché un messaggio viene percepito come vago? A quali motivazioni viene ascritta la vaghezza, incapacità/ignoranza o autoprotezione/inganno? Quali sono gli effetti di una comunicazione vaga in termini persuasivi?
Nello studio di seguito proposto (presentato al X Convegno Annuale AISC 2013), gli autori hanno proprio cercato di rispondere a queste domande. Ai partecipanti sono stati presentati due brani di un dibattito reale, ed è stato chiesto quanto gli sembrassero vaghi e perché. Dall’analisi dei risultati è emerso che la percezione di vaghezza nel discorso di un personaggio politico sembrerebbe più legata alla mancanza di un principio ideologico che a mancata informazione sui dettagli della sua azione politica. Tuttavia, in generale, i risultati delineano due profili diversi di uomo politico, e due condizioni perché non gli si attribuisca una comunicazione vaga: da un lato, l’ideologo che non si perde nei particolari, dall’altro il “tecnico” che non interpreta i dati di fatto in relazione ad una ideologia.
Per consultare l’intero articolo  http://www.aisc-net.org/home/wp-content/uploads/2013/11/ATTI-AISC2013.pdf

Fonte
D’Errico F., Vincze L., Poggi I. (2013) “Questa è demagogia!” Effetti della vaghezza nella comunicazione politica. Atti del X Convegno Annuale AISC 2013, 118-122.