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Category: RIABILITAZIONE

Robot per interagire

L‘imitazione come mezzo comunicativo, è correlata al comportamento sociale positivo e quindi rappresenta un buon predittore delle capacità relazionali nei bambini con autismo (Nadel et al. 1999). Questi bambini, infatti, hanno spesso difficoltà a imitare il comportamento di altre persone (Williams et al. 2004) e i giochi di imitazione sono utilizzati nella terapia per promuovere una migliore consapevolezza corporea, il senso di sé, la creatività, la leadership e la presa di iniziativa. L‘introduzione delle prime piattaforme robotiche ha messo a disposizione dei terapeuti strumenti innovativi la cui efficacia e accettabilità però deve essere ancora pienamente dimostrata (Diehl et al. 2012). I robot offrono il vantaggio di superare le preoccupazioni per la sedentarietà e l‘isolamento dei bambini dato dall‘uso del computer (Dockrell et al. 2010) e li incoraggiano nelle interazioni e nello svolgimento di movimenti corporei (Tanaka et al. 2006).
L’applicazione della robotica nella terapia dei bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), ha l‘obiettivo di insegnare ai bambini le abilità sociali di base, la comunicazione e l‘interazione (Tapus et al. 2007). Varie ricerche hanno mostrato come l’uso di robot umanoidi potrebbero consentire a un bambino con ASD di facilitare il trasferimento delle competenze apprese mediante modeling imitativo.
Questo particolare campo di ricerca rientra nella Social Assistive Robotics (SAR) (per dettagli: Conti 2014), dove l‘imitazione si sviluppa in maniera naturale in molte delle interazioni uomo-robot. A volte l’imitazione è strutturata, poiché i bambini sono sollecitati da adulti o dallo stesso robot ad imitare le azioni (ad es. Duquette et al. 2008). In altri casi l’imitazione si sviluppa spontaneamente come parte di un gioco con il bambino che imita i comportamenti del robot e viceversa (Robins et al. 2009). Questo gioco si estende anche alle interazioni triadiche tra un bambino con autismo, un adulto o bambino e un robot.
Nell’articolo di seguito proposto viene presentato uno studio pilota con tre bambini affetti da ASD e disabilità intellettiva (ID). Lo studio si focalizza principalmente sull‘imitazione corporea dei partecipanti, per verificare preliminarmente le potenzialità della SAR come strumento efficace nella terapia ASD.

….Leggi tutto l’articolo….

Fonte
Conti D., Di Nuovo S., Buono S., Trubia G., Di Nuovo A. (2015) Uso della robotica per stimolare l’imitazione nell’Autismo. Uno studio pilota. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 91-98.

Chiedere scusa è facile, soprattutto quando non è necessario

Le scuse sono un istituto sociale presente in tutte le culture, che ha una notevole importanza per conservare buoni rapporti fra i membri di una comunità. Fin dall’infanzia, le persone imparano a chiedere scusa quando sono responsabili di una trasgressione. Le vittime di trasgressioni sono, a loro volta, educate ad accettare tali scuse.

Questa relazione tra scuse e perdono, sembra assumere (almeno implicitamente) che la vittima e il carnefice siano entrambi motivati ​​alla riconciliazione. Tuttavia, gli studi dedicati all’atto di scusarsi e/o di ricevere delle scuse sono pochi, e si sono concentrati soprattutto sulla funzione di riconferma dei ruoli sociali, analizzando poco le dinamiche sottostanti il comportamento del chiedere scusa. Infatti, vittime e carnefici spesso differiscono nelle loro interpretazioni circa alcuni aspetti critici della trasgressione, come ad esempio chi ne è responsabile, il suo significato e gli effetti a lungo termine. Dunque, se le interpretazioni del conflitto differiscono tra i due attori in gioco, come farà ad essere congruente il loro bisogno di scusarsi?

Nello studio di seguito proposto  è emersa una situazione paradossale, legata a una radicale disparità di vedute fra la vittima e il colpevole. La prima sente infatti maggiormente il bisogno di ricevere delle scuse quando lo sgarbo è vissuto come intenzionale, mentre il secondo è maggiormente disposto a presentarle quando l’atto è stato involontario. Comportamenti mediati, secondo gli autori, da due processi emotivi caratterizzanti la vittima e il colpevole: rispettivamente rabbia e senso di colpa. Chi è vittima di un torto sente il bisogno di ricevere delle scuse soprattutto se è stato commesso intenzionalmente, per essere rassicurato che la cosa non si ripeterà. Chi ne è responsabile, invece, è propenso a scusarsi se l’atto è stato involontario, ma se ritiene di aver avuto buone ragioni per agire in quel modo, non proverà un senso di colpa e sarà meno disposto a scusarsi.

I risultati ottenuti  dimostrano che le vittime e carnefici non necessariamente condividono la stessa prospettiva per quanto riguarda la funzione del chiedere scusa, rendendo così gli sforzi di riconciliazione più difficili di quanto inizialmente previsto. Il disaccordo che ne nasce, osservano gli autori, potrebbe portare comunque a un esito positivo della vicenda se servisse a chiarire i rispettivi punti di vista con un atteggiamento di disponibilità alla comprensione dell’altro.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.erim.eur.nl/fileadmin/erim_content/documents/The_Apology_Mismatch_Asymmetries_Between_Victim_s_Need_for_Apologies.pdf

Fonte

Leunissen J.M., De Cremer D., Reinders Folmer C.P., van Dijke M. (2012) The Apology Mismatch: Asymmetries Between Victim’s Need for Apologies and Perpetrator’sWillingness to Apologize. Journal of Experimental Social Psychology, 49 (3), 315-324.

Adolescenti alle prese con il diabete: gestire ed accettare la propria malattia cronica

Nei sistemi sanitari occidentali si osservano processi di complessivo ridisegno volti a decentralizzare cura e assistenza riservando agli ospedali la gestione di casi acuti e prestazioni specialistiche. In questo contesto si inseriscono forme di autonomizzazione dei pazienti cronici e di delega alle reti familiare/personale del supporto necessario. Tali cambiamenti hanno portato a forme di educazione all’autogestione che prevedono la formazione dei pazienti alla malattia, al riconoscimento di sintomi e condizioni di rischio, all’utilizzo di presìdi e farmaci, all’automisurazione di parametri e l’autodosaggio dei medicinali, solo per citare alcuni aspetti.

Accanto alle dimensioni tecniche e cognitive dell’apprendimento, tuttavia, la gestione quotidiana di una patologia cronica chiama in causa dimensioni relazionali ed emozionali che pur concorrendo in modo rilevante alla qualità della vita sono spesso ritenute dagli operatori sanitari di esclusiva pertinenza del singolo paziente. A questa lacuna cercano di sopperire attività di gruppo tra i pazienti, come i campi scuola descritti del lavoro qui riportato e presentato al X Convegno Annuale AISC 2013.

Gli autori della ricerca propongono una riflessione sulla relazione tra le dimensioni cognitiva ed emozionale nell’apprendimento della gestione della malattia cronica. Il caso di studio riguarda ragazzi con diabete di tipo 1, condizione che richiede una gestione cognitivamente onerosa e, soprattutto nell’età adolescenziale, emotivamente complessa.

Per consultare l’intero articolo   http://www.aisc-net.org/home/wp-content/uploads/2013/11/ATTI-AISC2013.pdf

Fonte

Piras E.M., Miele F. (2013) Oltre calcolo e cognizione nella gestione delle malattie croniche. Apprendimento esperienziale ed emozionale in un campo scuola per adolescenti diabetici.. Atti del X Convegno Annuale AISC 2013, 195-199.

Quando essere bravi non è abbastanza

Come si può ottenere il massimo dal lavoro ed essere pienamente soddisfatto? Avere buone capacità e sviluppare le abilità necessarie non sembra essere sufficiente. Molte persone, nonostante utilizzino le giuste strategie e strumenti per lavorare in maniera ottimale, provano insoddisfazione, burnout o ansia. Tali fattori possono condurre a tipiche conseguenze: assenteismo, abbandono, o anche disturbi psicologici.

In generale, la soddisfazione sul lavoro è un aspetto spesso legato al benessere. Essa può essere definita come “uno stato emotivo positivo, piacevole, risultante dalla percezione della propria attività lavorativa”. Inoltre, la soddisfazione sul lavoro è particolarmente cruciale per gli insegnanti, non solo perché la sua mancanza è associata al burnout, ma soprattutto perché gli insegnanti demotivati riducono la motivazione degli studenti stessi, attraverso il contagio emotivo e l’incapacità di soddisfare le loro esigenze.

Alcune ricerche hanno chiaramente dimostrato che gli insegnanti di successo non solo insegnano bene e sono in grado di creare ambienti di apprendimento ottimali, ma sperimentano anche benessere e soddisfazione sul lavoro: essere in grado di fornire buona istruzione ed essere soddisfatto del proprio lavoro sono entrambe condizioni necessarie per la definizione di un insegnante efficace.

Nello studio di seguito proposto, è stata valutata la soddisfazione sul lavoro di un insegnante come eventualmente correlata a : (1) pratiche di insegnamento, ossia quanto sono efficaci e flessibili le strategie  utilizzate, (2) auto-efficacia, e (3) stati emotivi positivi. 399 insegnanti hanno compilato scale di auto-valutazione preposte all’indagine delle suddette variabili. I risultati hanno mostrato un significativo ruolo di mediazione sia delle emozioni positive che delle convinzioni di autoefficacia nella relazione tra strategiche/pratiche di insegnamento e soddisfazione sul lavoro. Dunque, tali dati implicano che un “buon insegnamento” non è sufficiente. Sono necessari insegnanti  che insegnano bene e adottano buone strategie e pratiche, ma che amano anche il loro lavoro, dove ‘amore’ significa sia ‘propensione’, prediligendo sentimenti positivi dal lavorare con studenti e colleghi, sia ‘gestione’, ossia sentirsi capaci ed in grado di superare le difficoltà incontrate nella didattica. Non importa quanto sforzo si impieghi nello svolgere un’attività, essa non darà soddisfazione se non si ama quello che si sta facendo.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://jamiesmithportfolio.com/EDTE800/wp-content/Self-Efficacy/Moe.pdf

Fonte

Moè A., Pazzaglia F., Ronconi L. (2010). When being able is not enough. The combined value of positive affect and self-efficacy for job satisfaction in teaching. Teaching and Teacher Education, 26, 1145-1153.

Non abbastanza belli…non abbastanza magri

Pro-anorexia (o pro-ana) è una sorta di movimento sociale, una vera e propria filosofia di vita. Una filosofia della disciplina e dell’autocontrollo che passa attraverso il peso corporeo, il digiuno, una ferrea disciplina che conta le calorie al millesimo e che mortifica l’aspetto fisico in nome di un ideale superiore. Basta una semplice ricerca con Google per rendersi conto del fenomeno. Il web è il luogo virtuale nel quale questa comunità si ritrova. Questi blog sono popolari tra i giovani che vogliono essere più magri, perché rappresentano uno spazio neutrale e libero da giudizi, dove possono trovare sostegno, esprimere i loro sentimenti e pensieri intorno allo stile di vita anoressico.

E’ necessaria, però, una precisazione: sembrerebbe esserci una chiara distinzione tra ‘Ana’ (abbreviazione di anoressia ) e anoressia. ‘Ana’ potrebbe essere definita, anche se non esaustivamente, in una scelta di vita, fondata su comportamenti anoressici che si traducono in “una dieta efficace”. Anoressia , dall’altra parte, si riferisce a una condizione diagnosticata come disturbo mentale. Secondo alcuni autori, ‘pro-ana ‘ è un movimento sociale che trova espressione in Internet attraverso siti web e blog, e il suo scopo è quello di onorare uno stile di vita anoressico come un mezzo per avere dei corpi estremamente sottili . E questo è il motivo per cui ‘pro-ana’ non è considerata come una malattia. Tuttavia, i confini tra questi due termini e ciò che essi rappresentano sono fortemente sfumati.

A partire dalla constatazione di tale fenomeno, alcuni studiosi hanno ritenuto opportuno approfondire la questione, soprattutto per la pericolosità dei comportamenti e degli ideali inneggiati da questi ragazzi. Nello studio di seguito proposto è stata eseguita un’analisi esplorativa qualitativa di una serie di blog in lingua portoghese scritti da adolescenti (ragazzi e ragazze) tra i 13 ei 19 anni, che usano il Web per incontrare coetanei che la pensano come loro, con cui condividono diete, consigli, trucchi, e informazioni pericolose e dannose per il digiuno. Anche se i dati non possono essere generalizzati, l’evidenza suggerisce che questi blog possano avere effetti indesiderati e negativi non solo negli adolescenti, ma anche nei ragazzini più piccoli che usufruiscono di internet. Tali siti contribuiscono, oltre all’aumento dei contenuti rischiosi sul web e alla diffusione di comportamenti alimentari disturbati, all’alienazione dai legami sociali offline (fuori dal web).

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.psychnology.org/File/PNJ10(3)/PSYCHNOLOGY_JOURNAL_10_3_CASTRO.pdf

Fonte

Castro T.S., Osório A. (2012) Online violence: Not beautiful enough… not thin enough. Anorectic testimonials in the web. PsychNology Journal, 10 (3), 169-186.

Quanto l’ostilità e lo stress agiscono sulla nostra qualità del sonno?

La relazione tra l’ostilità e la qualità del sonno rimane inesplorata nonostante le indicazioni empiriche secondo cui gli individui con tratto maggiore di ostilità sperimentano più stress, un fattore noto per degradare la qualità del sonno. Nonostante il suo uso diffuso come variabile oggetto di studio, non esiste una definizione standard per la qualità del sonno. Gli sperimentatori in genere utilizzano spesso sia misure oggettive, come la durata totale, l’efficienza, e la latenza del sonno (tempo necessario all’addormentamento), sia misure soggettive. Lo stress è un fattore fortemente associato ai disturbi del sonno. Si ritiene che esso agisca sul sonno principalmente attraverso un aumento dell’attivazione cognitiva e somatica nella fase prima dell’addormentamento. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che la variazione individuale nella reattività allo stress determina la misura in cui lo esso degrada la qualità del sonno. Coerentemente con questo risultato, gli studi hanno dimostrato che i “poveri dormitori” sono caratteristicamente iper-reattivi allo stress.

Reazioni allo stress pronunciate sono caratteristiche, inoltre, di individui che mostrano elevati livelli di ostilità. Il costrutto dell’ostilità è organizzato in tre componenti principali: cognitive, affettive e comportamentali. Le componenti cognitive, cinismo e attribuzione ostile, riflettono la misura in cui vengono sostenute  le credenze negative sugli altri e la tendenza ad interpretare il comportamento avverso degli altri come espressamente rivolto verso di sé. La componente affettiva consiste nella tendenza a sperimentare diverse emozioni negative tra cui rabbia, fastidio, risentimento, disgusto e disprezzo. La componente comportamentale, invece, riflette la tendenza di un individuo ad agire in modo aggressivo.

Numerosi studi hanno trovato che gli individui che riferiscono livelli più elevati di ostilità sono altamente reattivi allo stress e più lenti nel recupero. Sebbene numerose evidenze suggeriscono che gli individui con alti tratti di ostilità riportano una peggiore qualità del sonno, pochi studi hanno esaminato direttamente il rapporto tra ostilità, reattività allo stress e qualità del sonno.

Sulla base di tali dati, lo studio di seguito proposto ha ipotizzato che un elevato tratto di ostilità è associato ad più povera qualità del sonno e che lo stress percepito media questo rapporto. Un campione di 66 soggetti (senza alcun disturbo del sonno) ha stilato per due settimane dei diari giornalieri del sonno e dello stress. I risultati hanno mostrato che la dimensione cognitiva del tratto ostilità era significativamente correlata agli indicatori di qualità del sonno, e tali rapporti risultavano, inoltre, significativamente mediati dal livello di stress percepito quotidianamente. Infatti, i soggetti con elevati tratti cognitivi di ostilità riportavano un livello di stress percepito più elevato, il quale spiegava la loro più bassa qualità del sonno. Tuttavia, sarebbero necessari degli approfondimenti per affrontare le questioni di causalità e di direzionalità, nonché le possibili implicazioni per il trattamento e la salute sia dei “poveri dormitori” che degli individui con elevati livelli di ostilità.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://www.hindawi.com/journals/sd/2013/735812/

Fonte

Taylor N.D., Fireman G.D., Levin R. (2013) Trait Hostility, Perceived Stress, and Sleep Quality in a Sample of Normal Sleepers. Sleep Disorders

Terapia basata sulla Mindfulness

Uno dei fondamenti di base della tradizionale terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è stato quello di sfidare direttamente il pensiero irrazionale di un individuo (cioè le cognizioni erronee) che portano a comportamenti disadattivi. Alcuni dei più recenti approcci in CBT, invece, si concentrano meno sull’impegnativa modalità di pensiero irrazionale o negativa di un individuo e di più sulla modifica del rapporto dell’individuo con i suoi pensieri e sentimenti attraverso l’accettazione e la consapevolezza. Anche se è stato accettato solo di recente nella tradizione cognitivo comportamentale, c’è stato un intenso interesse, sviluppo, applicazione e ricerca sulle terapie mindfulness-based. Gli approcci mindfulness-based variano nelle loro componenti, ma tipicamente comprendono uno o più dei seguenti elementi: una pratica di meditazione personale basata sulla concentrazione e/o esercizi di meditazione contemplativa, pratiche comportamentali, strategie cognitive, e strategie empatiche. Tutte queste tecniche sono viste collettivamente come elementi di training della mente.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.buddhismandpsychotherapy.org/wp-content/uploads/2011/08/Singh_et_al_Mindfulness_and_CBT_BCP_2008.pdf

Fonte

Singh N.N., Lancioni G.E., Wahler R.G., Winton A.S.W., Singh J. (2008). Mindfulness Approaches in Cognitive Behavior Therapy. Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 36, 659–666.

Effetti del rilassamento musicale nel disturbo post-traumatico

Il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è caratterizzata da sintomi che si sviluppano a seguito dell’esposizione ad eventi di vita traumatici e che causano una esperienza immediata di paura intensa, impotenza o di orrore. PTSD è connotato dalla presenza di incubi ricorrenti e da disturbi del sonno. Gli individui con PTSD rispondono poco ai trattamenti farmacologici per l’insonnia. Gli svantaggi di un trattamento farmacologico per l’insonnia sottolineano l’importanza di alternative non farmacologiche.

Lo studio di seguito riportato, condotto all’Haemek Medical Center di Afula, in Israele, ha avuto tre obiettivi: in primo luogo, confrontare l’efficacia di due tecniche di rilassamento (rilassamento muscolare e il rilassamento con musica) per alleviare l’insonnia tra gli individui con PTSD utilizzando sia misure oggettive e soggettive della qualità del sonno; in secondo luogo, esaminare se questi due tecniche hanno effetti diversi sugli indicatori psicologici di PTSD, come la depressione e l’ansia, e, infine, di esaminare come la gravità iniziale dei sintomi e misure emotive di base sono legate al rendimento di questi due metodi di rilassamento. Hanno partecipato allo studio tredici pazienti con PTSD senza altre principali disturbi psichiatrici o neurologici. Lo studio comprendeva sette giorni di training, un periodo di non-trattamento, seguito da due sessioni sperimentali ciascuna di sette giorni. I trattamenti erano costituiti o da rilassamento con musica o da tecniche di rilassamento muscolare (metodo Jacobson) eseguiti prima di andare a letto. Durante ciascuna di queste tre sessioni sperimentali, il sonno dei soggetti è stato continuamente monitorato con un actigrafo da polso, e ai soggetti è stato chiesto di compilare alcuni questionari sulla qualità del sonno, la depressione, e l’ansia. Le analisi condotte hanno rivelato un aumento significativo sia oggettivo che soggettivo dell’efficienza del sonno e una significativa riduzione nel livello di depressione in seguito al rilassamento con musica. Inoltre, con tale metodologia, l’aumento nell’efficienza del sonno è risultato correlato ad una diminuzione nella scala della depressione.

I risultati dello studio forniscono la prova che il rilassamento con musica prima di andare a letto può essere usato come trattamento per l’insonnia tra gli individui con PTSD.

Abstract

Posttraumatic stress disorder (PTSD), an anxiety disorder with lifetime prevalence of 7.8%, is characterized by symptoms that develop following exposure to traumatic life events and that cause an immediate experience of intense fear, helplessness or horror. PTSD is marked by recurrent nightmares typified by the recall of intrusive experiences and by extended disturbance throughout sleep. Individuals with PTSD respond poorly to drug treatments for insomnia. The disadvantages of drug treatment for insomnia underline the importance of non-pharmacological alternatives. Thus, the present study had three aims: first, to compare the efficiency of two relaxation techniques (muscular relaxation and progressive music relaxation) in alleviating insomnia among individuals with PTSD using both objective and subjective measures of sleep quality; second, to examine whether these two techniques have different effects on psychological indicators of PTSD, such as depression and anxiety; and finally, to examine how initial PTSD symptom severity and baseline emotional measures are related to the efficiency of these two relaxation methods. Thirteen PTSD patients with no other major psychiatric or neurological disorders participated in the study. The study comprised one seven-day running-in, no-treatment period, followed by two seven-day experimental periods. The treatments constituted either music relaxation or muscle relaxation techniques at desired bedtime. These treatments were randomly assigned. During each of these three experimental periods, subjects’ sleep was continuously monitored with a wrist actigraph (Ambulatory Monitoring, Inc.), and subjects were asked to fill out several questionnaires concerned with a wide spectrum of issues, such as sleep, depression, and anxiety. Analyses revealed a significant increase in objective and subjective sleep efficiency and a significant reduction in depression level following music relaxation. Moreover, following music relaxation, a highly significant negative correlation was found between improvement in objective sleep efficiency and reduction in depression scale. The study‘s findings provide evidence that music relaxation at bedtime can be used as treatment for insomnia among individuals with PTSD.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.pagepress.org/journals/index.php/mi/article/view/mi.2012.e13/3597

Fonte:

Blanaru M. , Bloch B., Vadas L., Arnon Z., Ziv N., Kremer I., Haimov I.(2012). The effects of music relaxation and muscle relaxation techniques on sleep quality and emotional measures among individuals with posttraumatic stress disorder. Mental Illness, 4:e13, 59-65.