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Category: PSICOTERAPIA

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA NELLA PSICOPATOLOGIA ADOLESCENZIALE

dal “paziente designato” alla sua famiglia

Dott.ssa Maddalena Marrazzo

“L’adolescenza è un processo di metamorfosi: nel mentre cambia pelle, l’adolescente ha bisogno di coprirsi con vestiti di varia foggia, qualità e colori. Vestiti diversi appunto, ma tutti ugualmente necessari. I problemi iniziano quando ci si affeziona troppo ad un capo, lo si “cuce addosso” fino a confondersi con esso: si diventa così un tutt’uno col proprio abito e non si capisce perché non si riesca a smetterlo, nonostante le vetrine ne offrano tanti altri, spesso molto più belli, comodi e accattivanti.”  Baldascini

Spesso, relativamente alla psicopatologia adolescenziale, si cerca di trovare una spiegazione individuando all’interno della famiglia, della scuola, a volte dell’adolescente stesso, le ragioni del disagio, ma in realtà sono implicati sempre tutti i sistemi, per cui è necessario un modello teorico di riferimento e un modello clinico di intervento che tenga conto di tale complessità.Baldascini si pone questo obiettivo, pertanto individua i principali sistemi relazionali esterni (famiglia, pari, adulti) che costituiscono l’ambiente in cui l’adolescente vive, e i principali sottosistemi intrapsichici (cognitivo, emotivo e motorio – istintivo). La vicenda adolescenziale si snoda nell’appartenenza ai diversi sistemi relazionali: la famiglia, i pari, gli adulti. Questi interagiscono e costituiscono la trama fondamentale in cui si sviluppa l’adolescente, sia in senso evolutivo che patologico. La mobilità intersistemica consente all’adolescente di utilizzare, al fine di uno sviluppo armonico, le risorse che scaturiscono dai suoi diversi sistemi di riferimento. Egli, infatti, si muove tra i diversi sistemi, determinando un continuo mutamento dei legami, dei vincoli, delle relazioni che definiscono la sua stessa appartenenza ad ognuno degli stessi. Pertanto si può affermare che uno sviluppo normale di questa fase di passaggio debba prevedere l’appartenenza ad ogni sistema relazionale, contemporaneamente alla capacità di separarsene. Di conseguenza ne consegue che le principali patologie derivano dall’immobilità dell’individuo nei vari sistemi relazionali. L’immobilità intersistemica è costituita quindi da un movimento che torna su se stesso; un esempio è proprio il periodo adolescenziale in cui si dovrebbe verificare un mutamento della rotta circolare, un salto di livello in grado di determinare un movimento a spirale per permettere l’evoluzione e la differenziazione degli aspetti emotivi, cognitivi e fisici, il quale però non si verifica nei casi di patologia più o meno gravi. Restare prigionieri di un sistema relazionale durante la crescita arresta l’evoluzione e può determinare la strutturazione di patologie specifiche, espressione di eccessivo funzionamento di uno dei sottosistemi e di disarmonia tra gli stessi. In psicopatologia quando è implicato un solo sottosistema esso si sostituisce agli altri sul piano funzionale e la forma psicopatologica che ne deriva avrà lo stile di quel sottosistema, nel caso in cui siano implicati più sottosistemi si avranno forme di psicopatologia meno nette e precise. Nel caso dell’adolescente essere prigioniero del proprio sistema emotivo significa perdere i contatti con il mondo, come accade in certe forme psicotiche. L’adolescente inizia a riflettere su se stesso e scopre che il proprio Sé non è perfettamente integrato, che è disarmonico e separato dal mondo esterno, da questo deriva un senso di solitudine, ma anche un bisogno di raggiungere una nuova identità. Questa spinta in genere avvia il riesame delle idee e delle relazioni precedentemente accettate emotivamente, senza alcuna riflessione. La ribellione contro la famiglia, le tradizioni sociali, la scuola e le altre istituzioni diviene così inevitabile. Una caratteristica degli adolescenti è la disarmonia e la molteplicità degli ego in costante lotta tra loro. L’articolazione e l’integrazione tra di stessi permette il conseguimento della maturità.

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Internet e Facebook. Addiction a confronto

Secondo Boyd ed Ellison (2007), un social network (SN) è un servizio web che permette agli utenti di creare un profilo, instaurare una connessione con una lista di contatti e creare nuove connessioni con altri utenti. Facebook è un SN creato nel 2004. Il numero degli utenti attivi ha superato il miliardo di unità il 4 ottobre 2012. A giugno 2014 esistono 829 milioni di profili attivi quotidianamente. Si stima che circa 24.000.000 utenze risiedano in Italia. Sono stati effettuati numerosi studi relativi all’utilizzo di Facebook (Ellison, Steinfield, Lampe 2007, Caci et al. 2011a), alla sua topologia (Caci et al. 2010, Backstrom et al. 2013), alla relazione tra reti che evolvono in maniera spontanea e guidata (Cardaci et al, 2013), e alle variabili di personalità dei suoi utenti (Caci et al. 2011b, Caci et al. 2014). A fronte dell‘imponente crescita di Facebook e della sua pervasiva e capillare diffusione nella vita quotidiana di milioni di persone, è ragionevole avanzare l‘ipotesi che un suo uso massiccio, molto frequente e continuo (così come quello di altri popolari SN) possa sfociare in comportamenti di dipendenza patologica e possa essere considerato come un caso particolare del ben noto e più generale fenomeno della Internet Addiction. Tuttavia, sebbene l‘Internet Addiction sia molto esplorata in letteratura, le sue relazioni con altre più specifiche forme di dipendenza online, come potrebbe essere la Facebook Addiction, sono meno note. Young ha sviluppato l’Internet Addiction Test (IAT) dimostrando che gli Internet-dipendenti mostrano una maggiore trascuratezza nei confronti delle loro famiglie, del loro lavoro, degli studi, delle relazioni interpersonali, oltre che della cura di se stessi (Young 1999). Una versione in italiano dell’IAT è stata somministrata ad un gruppo di chatter italiani, evidenziando una compromissione della qualità della vita individuale e sociale, della sfera lavorativa e dello studio, del controllo del tempo ed un uso compensatorio o eccitatorio di Internet (Ferraro et al. 2007).
Nello studio di seguito proposto, e presentato al XI Convegno Annuale dell’AIAS 2015, è stato misurato il livello di Internet Addiction dei soggetti sperimentali italiani in due condizioni: uso generale di Internet, ed uso specifico del SN Facebook, utilizzando la versione italiana di IAT sopra citata, e confrontato i risultati divisi per fasce di età.

Per consultare l’intero articolo    http://www.neapolisanit.eu/neascience/wp-content/uploads/2015/03/act-2014-2-cardaci.pdf

Fonte
Cardaci M., Caci B., Fiordispina M., Perticone V., Tabacchi M.E. (2015) Internet e Facebook. Addiction a confronto. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 75-80.

Legami che fanno soffrire.

 La dipendenza affettiva in una prostettiva evoluzionista

di Stefano Iacone

 

A distanza di due secoli dal sorgere del Romanticismo in Europa, possiamo definirci avvezzi, per non dire assuefatti alle storie d’amour fou, sebbene continuino immancabilmente ad intrigarci. Melodrammi, romanzi, e poi i  film,  le cronache giornalistiche ci hanno narrato storie di coppie che precipitano in baratri auto-distruttivi dal fascino irresistibile. Ci hanno fatto appassionare alle sorti di  molti amanti dannati, votati all’annientamento personale. Tristano e Isotta, Carmen e Don Josè, Anna Karenina, Therèse Requien – perché no – Don Giovanni e le sue amanti Donna Anna e Donna Elvira sono gli archetipi narrativi di amori distruttivi, inesorabilmente diretti verso annichilimento, persuasi dell’impossibilità di vivere privati dell’amore.

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Quando però queste vicende attraverso la porta della stanza di terapia la musica cambia. Confrontarsi con coppie violente, sofferenti, ma irrimediabilmente avviluppati in un legame asfittico è un’esperienza difficile. Nonostante producano una profonda sofferenza psichica, sono legami in cui nessuno dei due partner riesce ad abbandonare il campo ed affrontare una fisiologica separazione. Dare un senso al troppo amore ha dato vita a numerose teorie psicologiche e anche qualche “nuova categoria diagnostica”. Interrogarsi sulle storie d’amore maledette, quelle segnate da sofferenze e perdizione, passione e auto-distruzione, significa però farsi delle domande precise:  il legame di coppia, anche quello più malato, ha una sua natura peculiare, un’organizzazione patologica decifrabile? È lecito accostare queste storie di amore “malato” ad una patologia? O stiamo solo costruendo una nuova patologia utile a far scrivere solo altri libri?

L’argomento è controverso, difficile rimanere indifferenti alle “donne che amano troppo” (Norwood, 1989). Da alcuni anni si accostano queste sofferte parabole d’amore a dei costrutti teorici come le dipendenze affettive o co-dipendenza (Cermak, 1986). Questi sono stati usati per spiegare le storie di quelle pazienti, per lo più donne, che seguono e assecondano i loro compagni “problematici”, immaturi, infedeli etc., vivendo tormentosamente la dimensione di coppia e mettendo a repentaglio salute fisica e mentale. Sono storie fatte di violenze psicologiche e fisiche quotidiane, accompagnate poi da infinite giustificazioni alle azioni riprovevoli del partner.

Bisogna essere consapevoli però dei rischi che si corrono quando si incomincia un discorso su amore e dipendenza: questi due concetti rappresentano un connubio strettissimo. Se in una relazione di coppia non fosse presente un certo grado di dipendenza, sarebbe giusto dubitare della natura amorosa di tale relazione. Eppure le dipendenze patologiche sono un fenomeno sempre più diffuso e pervasivo. Sempre più frequentemente facciamo i conti con la sofferenza di individui lacerati dal desiderio irrefrenabile di assumere qualcosa o di non riuscire a rinunciare a qualcosa o qualcuno. Questa ampia fenomenologia è andata a costituire il campo delle cosiddette “nuove dipendenze” (Dupont, 1998; Bricolo R., 2004) di cui la love addiction (Malloy, 1992) o relatioship addiction (Black, 1990; Nelson et al.,1994) rappresentano un’affascinante dimensione. La co-dipendenza in particolare, confusa come sinonimo di dipendenza affettiva, rappresenta invece un sotto-gruppo di quest’ultima, ovvero include quelle partner di pazienti alcolisti, tossicodipendenti, gamblers, che si propongono come inseparabili appendici, che si trasformano in “nemiche della terapia”, piuttosto che facilitare le cure (Coletti, 2005); diventano un ostacolo alla guarigione del paziente. A queste “nemiche” della guarigioni sono state dedicate poi la costituzione di sempre più numerosi gruppi di auto-aiuto: partendo dalla consolidata esperienza di Alcolisti Anonimi (AA), sono nati i CoDa (Co-Dipendenti anonimi), i dei Gamblers ed infine i gruppi Sex and Love.

Proprio nell’ambito dell’Anonima Alcolista (Johnson, 1973) prende origine e si sviluppa il concetto di co-dipendenza, definita essenzialmente come una condizione multidimensionale manifestata da ogni disfunzione o sofferenza, associata con o dovuta a una focalizzazione su bisogni o comportamenti altrui. Emerge dall’osservazione clinica come nelle coppie formate da un alcolista e dal suo partner, quest’ultimo spesso presenti un rapporto morboso con le le problematiche dell’altro, risultando il propugnatore di dinamiche interpersonali anomale e quindi favorisca il mantenimento dello stato patologico del paziente “designato”. Queste dinamiche hanno stimolato i ricercatori a generalizzare il costrutto di co-dipendenza e a tentare di reperirne i fondamenti psicodinamici (Vaillant, 1977).

“Passando in rassegna i concetti nucleari che sono alla base di alcune definizioni e teorie della co-dipendenza, troviamo linee interpretative diverse ma non per questo necessariamente divergenti. Nei soggetti co-dipendenti emergono, in età infantile, un’esposizione nell’ambiente familiare a regole oppressive che sono state in grado di coartarne un’aperta espressione dei sentimenti (Subby, 1987). Tale osservazione è del tutto congruente con la teoria del Falso-Sè di Winnicott, intorno alla quale ruota la maggior parte delle concettualizzazioni in questa particolare area della dipendenza” (Janiri e De Risio, 2003). Nella medesima direzione si muovono altre osservazioni: i co-dipendenti tendono a trascurare i propri bisogni e desideri e, nella negazione di essi, a mettere da parte, più in generale, se stessi, situazione che è stata anche denominata “malattia del Sé perduto” (Whitfield, 1997). Altri autori hanno invece sostenuto che i partner co-dipendenti sono accostabili alle caratteristiche del disturbo borderline di personalità e ne condivideno gli aspetti di:

 1) dispersione o diffusione dell’identità;

 2) sensazioni e vissuti di vuoto cronico;

 3) impulsi e compulsioni, sullo scenario di un Io debole strutturalmente (Cermak, 1986).

Dal punto di vista dei rapporti interpersonali significativi, viene sottolineata la necessità di esercitare un controllo sul partner problematico e l’assunzione su di sè, graduale ma inesorabile, delle funzioni mentali dell’altro (Wright e Wright, 1990), accompagnata da una lettura della mente dell’altro intrusiva e giudicante. Tale operazione di spoliazione ed appropriazione di funzioni e pensieri è da considerarsi come un vero e proprio tendenza alla “fusione” con l’altro, un contagio emozionale e non soltanto un supporto pseudo-materno. Nel tentativo di delimitare le caratteristiche psicopatologiche della co-dipendenza e di tracciarne pertanto un profilo diagnostico clinicamente percorribile, Cermak (1986) ha proposto alcuni criteri diagnostici in stile DSM per il Disturbo Co-Dipendente di Personalità:

  1. a) continuo investimento dell’autostima nella capacità di controllare sé e gli altri nonostante l’evenienza di serie conseguenze negative;
    b) assunzione di responsabilità per venire incontro ai bisogni degli altri fino ad escludere il riconoscimento dei propri;
    c) ansia e distorsioni del confine di sé in situazioni di intimità e di separazione;
    d) coinvolgimento in relazioni con soggetti affetti da disturbi di personalità, dipendenza da sostanze, altra co-dipendenza o disturbi del controllo degli impulsi.

Una visione sistemica però ci spinge a rifutare soluzioni e spiegazioni di tipo esclusivamente intra-psichiche, consapevoli che le caratteristiche degli individui non possano saturare un campo così complesso come quello della coppia. Questo infatti rappresenta un sistema con qualità “emergenti” non riducibili al singolo membro. Le dinamiche delle coppie co-dipendenti quindi ci devono far interrogare sui peculiari funzionamenti di un campo psicologico interpersonale, non ad una somma di patologie. Stiamo parlando di qualità di un legame affettivo, che trascende i singoli, che compromette gravemente una modalità separata, autonoma di funzionamento a favore di una modalità fusa e confusa.

Come è noto, i processi di risonanza emotiva tra partner sono basilari nella formazione di una coppia e rappresentano nella maggioranza dei casi una risorsa importante per produrre effetti di stabilizzazione della personalità o mantenere una coesione del sè. Questi processi però possono anche prendere risvolti “iatrogeni” quando due partner si saldano su premesse “folli”, rendendo indistinguibile chi dei due sia portatore della parte malata (Zeitner, 2011). Saldati in una strutturazione dipendenziale, i due partner rendono di fatto impossibile distinguere chi dei due abbia più difficoltà a separasi dall’altro. “In questo senso la co-dipendenza si può intendere come un modello, sia pure da porsi verso un estremo patologico, di funzionamento psicologico interpersonale, che non descrive quindi la mente di un solo individuo, ma tiene conto degli aspetti degenerativi che particolari relazioni possono “indurre” nell’altro. Chiaramente questo possibile “contagio”, inteso come un reciproco gioco delle parti, diventa drammaticamente circolare e spiraliforme” (Ruggiero e Iacone, 2013).

Di fronte a funzionamenti di coppia così intrisi di violenza, sono forti le suggestioni che ci portano a seguire le tracce di un patto sadomasochistico o perverso di coppia (Kernberg, 1995), ma queste coppie, a mio avviso, una peculiarità nel loro intreccio patologico, che li differenzia dalle relazioni perverse, ovvero la magia dell’incontro con il partner. Con questo si intende dare risalto al “potere” che il partner “possiede” di sanare le ferite, di saldare le fratture interiori, di risolvere i problemi dell’altro. È un potentissimo incontro che crea l’illusione di far superare tutto ciò che appare irrisolto e fonte di sofferenza. La letteratura riferisce che la storia familiare di queste pazienti è connotata dall’aver fatto fronte a problematiche gravi dei genitori: un padre alcolista e/o violento, una depressione della madre, lutti mai elaborati, sofferenze che hanno in ogni caso accentrato l’universo emotivo dei figli (Bardo et al., 1996; Carlson, 2011). L’incontro con il partner appare come la magica soluzione di questa sofferenza che si trascina irrisolta da anni. Quindi i due partner si incontrano e si “uniscono” sulla percezione “fondata” che l’altro lo abbia improvvisamente guarito, facendo reciprocamente accantonare un passato cupo e triste, che rimandava un’immagine di sè vuota e priva di valore. Il desiderio di rimanere “fuso” con il partner e quindi tutte le strategie di controllo che si mettono in atto per ottenere questo fine, rappresentano acting utili a mantenere la percezione di sentirsi “sanato”.

Troppo amore ed evoluzionismo

Alcuni contributi importanti utili a ripensare il “troppo amore” sono venuti dall’ambito della psicologia evoluzionistica e dalle scienze cognitive. L’innamoramento e l’amore sono infatti questioni antiche quanto primarie per la specie Homo e come tali sono state studiati. Quindi nessuna sorpresa ha colto i ricercatori scoprendo come questo sentimento sia fortemente radicato nel cervello umano. Il neuroscienziato Jaak Panksepp (2004) ha teorizzato che quando due persone si innamorano diventano letteralmente dipendenti l’uno dall’altro. Questo autore infatti ha scoperto un corollario neurale fra la dinamica dell’assuefazione tra oppiacei e la dipendenza da una persona a cui siamo profondamente attaccati. Sarebbero implicate in entrambi i casi due aree chiave del cervello ovvero la corteccia orbitofrontale e la corteccia cingolata. Queste due aree, già note perché fortemente attive in chi abusa di eroina e alcool, sarebbero responsabili della sopravvalutazione dell’oggetto da cui si dipende, e modificherebbero il circuito della gratificazione. In sintesi Panksepp ritiene che la gratificazione che gli individui ottengono dalla droga, imiti biologicamente il piacere naturale che deriva dal contatto con chi amiamo: i circuiti coinvolti sarebbero sostanzialmente gli stessi. Altri autori hanno ipotizzato un substrato neurobiologico identico in tutte le dipendenze, sottolineando la centralità dell’area tegmentale-ventrale e del nucleo accumbens nella ricerca compulsiva dell’oggetto gratificante (Cannizzaro, 2005). In altre parole, l’amore induce  l’attivazione a cascata di una complessa sinfonia neurale: neurotrasmettitori, tempeste ormonali, mappe neurali vengono attivate e sincronizzate al fine di rispondere a questioni evoluzionistiche essenziali:

  1. da chi mi sento protetto e rassicurato;
  2. di chi mi voglio prendere cura e come;
  3. con chi posso avere rapporti sessuali soddisfacenti e procreare una sana progenie.

Per rispondere a questi compititi evoluzionistici la comprensione dell’altro, l’intuire le sue intenzioni, la sua capacità di collaborare è assolutamente essenziale. Stiamo parlando di quei sistemi di risonanza interpersonale (Siegel, 2008; Murray e Holmes, 2011) che permettono all’individuo di percepire la mente dell’altro, di entrare in contatto e formare una mente a-due, una mente bi-personale. “A livello neurale arrivare a conoscerti significa entrare in risonanza con i tuoi schemi emotivi e le tue mappe mentali. Più le nostre mappe si sovrappongono, più ci identifichiamo e maggiore sarà la percentuale di realtà condivisa che creiamo. A mano a mano che procediamo, le categorie mentali subiscono una sorta di fusione… la nostra esperienza di unità ovvero la sensazione di fusione o d’identità condivisa, aumenta ogni qualvolta assumiamo la prospettiva di qualcuno altro e si rafforza quanto più vediamo le cose dal suo punto di vista. Nel momento in cui diventa reciprocità, l’empatia ha una risonanza particolarmente intensa. Due persone strettamente collegate uniscono le loro menti, a completare a vicenda le rispettive frasi; questa è il segno di una relazione palpitante che gli studiosi della vita di coppia definiscono omologazione ad alta intensità” (Goleman, 2007). È ragionevole pensare che, se gli individui della specie Sapiens hanno cercato ostinatamente la vita di coppia, impegnando per decine di anni ingenti quantità di risorse fisiche e mentali, nel corso dell’evoluzione questa scelta abbia rappresentato un valore adattativi indiscutibile (Bruni, 2010).

La coppia, dal punto di vista evoluzionistico, è un esito piuttosto recente. La mente a-due creata dalla coppia, quell’omologazione ad alta intensità di cui parla Goleman non trova corrispondenza nei nostri progenitori scimpanzé, e anche nella nostra storia evolutiva questa ha assunto configurazioni molto diversificate. Come afferma Buss “è propabile che il matrimonio moderno differisca da quello ancestrale. I coniugi di oggi passano molto tempo insieme, socializzando e agendo come coppia. A giudicare dallo stile di vita dei gruppi di cacciatori-raccoglitori è probabile che nei matrimoni dei nostri antenati si praticasse una netta divisione del lavoro, con donne che trascorrevano gran parte del tempo con figli e le altre donne, mentre gli uomini cacciavano e socializzavano con gli altri uomini” (2012). Qundi per la coppia moderna ha assunto un’importante centralità il buon funzionamento dei sistemi di risonanza interpersonali, piuttosto che una rigida complementarietà dei ruoli. Ma questa complessa sintonizzazione neurale quando diventa fonte di grossa sofferenza? Se è vero che siamo predisposti alla relazione con l’altro, come diventa una patologia?

Un approccio evoluzionistico inquadra le patologie come risposte multi-fattoriali adattive dell’individuo dove, in primo luogo, l’ambiente induce nell’organismo le variazioni responsabili dei mutamenti dell’espressione genica, modificando determinati processi fisiologici e psicologici. Le patologie del corpo e della mente racconterebbero così la storia della specie, i suoi adattamenti genetici, epigenetici e comportamentali non sempre efficaci nell’affrontare i problemi di un ambiente antropizzato e reso troppo complesso, come ad esempio la nostra attuale società occidentale.

Da quando Homo Sapiens ha sviluppato il pensiero simbolico la sua vita sociale si è complicata in modo esponenziale. La cultura è diventata una “seconda natura” della specie, interagendo fortemente con il bagaglio innato. Purtroppo il binomio natura-cultura è stata inteso per anni solo in termini  di sterile contrapposizione, dove piuttosto si instaura  un fertile rapporto di co-evoluzione. Per co-evoluzione occorre intendere un rapporto bidirezionale di costituzione, cioè un rapporto in cui, se i prodotti culturali (i linguaggi, le idee, utensili, opere letterarie e musicali)  si adattano ai vincoli imposti dal cervello, anche il cervello deve adattarsi ai vincoli imposti dalle traiettorie culturali. Non solo il cervello degli ominidi si è progressivamente cablato sulla competenza simbolica, ma questa competenza ha letteralmente scolpito l’organizzazione del nostro cervello (Deacon, 1997).

Nel processo di coevoluzione di cervello e pensiero simbolico, l’uomo ha progressivamente guadagnato la capacità di resistere ai correlati diretti – secondo correlazioni altamente programmate e filogeneticamente conservative – dello stimolo, cioè di allentare il nesso tra oggetto cognitivo e suo tono emozionale, aprendo, con ciò, all’esplorazione combinatoria di tutta una serie di correlazioni emozionali alternative. Non solo: l’allentamento del nesso tra oggetto cognitivo e correlato ha avuto come conseguenza che si svincolassero a loro volta anche le correlazioni, le interdipendenze e le dissociazioni tra gli stessi stati emozionali correlati. Si è reso così possibile un tipo di sperimentazione associativa e combinatoria che ha infine consentito, in Homo sapiens, la giustapposizione e la composizione, mediata simbolicamente, di stati emozionali che altrimenti sarebbero rimasti tra loro mutualmente esclusivi. Dunque una possibilità di ricombinare, associare gli opposti, giustapporli in stato di irrisolta tensione: tutto ciò con l’effetto di dar vita a sinergie cognitivo-emozionali inedite, qualitativamente non comparabili ai substrati emozionali primari che le compongono, e soprattutto, esclusivamente umane. Dei blends o miscele emozionali, per utilizzare i termini impiegati da Deacon (1997).

Quindi anche nei sentimenti come quello dell’amore sussisterebbe un rapporto di influenza bi-direzionale tra la loro radice biologica ed una loro traduzione culturale, contigente ed individuale, che da vita a blends emozionali complessi. Comprendere quindi le patologie dell’amore significa saper intrecciare l’ereditarietà genomica e l’apprendimento del fenotipo. Quindi  alcune di queste possono essere intese come attivazioni delle emozioni di base (paura, rabbia, disgusto, tristezza,gioia) congrue con la situazione attivante ma d’intensità elevata o in conflitto tra di loro.

Tornando alla coppia possiamo affermare che sono presenti nel sistema mente-cervello emozioni, sentimenti, pattern relazionali con l’altro sesso, antichi, potentemente espressi sul piano genetico, ma che si intrecciano con  gli apprendimenti emotivo-cognitivi contingenti e culturalmente determinati. Queste predisposizioni, sebbene la loro natura fosse chiaramente adattativa, potrebbero risultare disadattative sia rispetto al nuovo contesto culturale, sia perchè soggette ad iper-apprendimenti che generano sofferenza.

Ma che tipo di iper-apprendimento sollecitano le relazioni di coppia dei nostri tempi? Difficile sintetizzarlo in poche parole ma sicuramente la società post-moderna ha reso la coppia molto fragile e vulnerabile. Sempre più centrata sulle emozioni soggettive dei due amanti, sull’appagamento narcisistico, e libero da vincoli, la coppia si affaccia su quello che Bauman (2004) ha definito l’era dell’amore liquido. Questo portentoso sentimento viene così ad essere collocato in una società segnata da un senso di precarietà e sfiducia, dove il futuro appare più una minaccia che una promessa. Alla grande libertà che gode la coppia fa da contraltare un senso di precarietà ed incertezza mai riscontrato prima (Giddens, 1995). Paradossalmente, il legame più potente creato dall’uomo, oggi è soggetto alla grande volubilità dei sentimenti, ovvero niente di più instabile nella mente dell’uomo. Le risposte a questa precarietà, provvisorietà dei legami possono essere svariate, ma cosa veramente succede nella mente delle coppie co-dipendenti?

Come già detto, le partner sembrano vivere nella mente dell’altro, non percepire più i propri bisogni, ma essere fagocitate dalla problematica del partner. Sembrano annullarsi e mortificarsi nell’assecondare i desideri, i pensieri dell’altro. Se la psicopatologia ci ha abituati ai deficit di empatia, alla difficoltà di mettersi nei panni dell’altro, in questo caso si profila il contrario: un eccesso di empatia. È possibile quindi “imparare ad essere troppo empatici” fino a potersi danneggiare? Una risposta positiva al quesito ci indurrebbe a pensare che in ottica evoluzionistica la co-dipendenza rappresenti una forma di iper-apprendimento cognitivo-emotivo di un assetto “eccessivamente empatico”, assetto che favorirebbe una regolazione affettiva fortemente sbilanciata verso l’etero-regolazione, accompagnata però anche ad un deficit di comprensione delle proprie emozioni. L’altro, il partner problematico quindi incarnerebbe perfettamente un “regolatore esterno” degli stati emotivi – “tutto ruota intorno a lui” – che però finisce per offuscare il piano interiore. La percezione delle proprie emozione verrebbe così compromessa faverendo un atteggiamento “fusionale” nel rapporto con il partner. Mentre un empatia efficace e “felice” prevede la capacità di essere consapevole della differenza sé/altro (Iacoboni, 2009), diversamente, perdendo questa prospettiva, l’individuo si cala totalmente nei panni dell’altro.

Quindi il dispositivo evolutivo di sintonizzazione interpersonale, che ha rappresentato un adattamento felicissimo per Homo Sapiens, si ripresenterebbe in una forma aberrante e distorta perché sottoposto ad iper-apprendimenti contestuali e culturali. Precarietà, paura, scenari post-moderni inciderebbero sui processi di sintonizzazione interpersonali delle coppie. Le relazioni “liquide” faciliterebbero la disregolazione dei sistemi coinvolti nell’empatia, sbilancerebbero i processi di regolazione affettiva verso l’esterno, portando il funzionamento della mente verso una deriva totalizzante, fusionale grazie ad un potente ed efficace contagio mentale.

A parziale sostegno di questa ipotesi va ricordata la recente scoperta che variazioni genetiche contribuiscono al livello di capacità empatiche delle persone. Ricercatori della Oregon State University e dell’Università della California a Berkeley hanno infatti pubblicatato alcune interessanti risultati su tale argomento: la variazione riguarda il gene OXTR che codifica per il recettore cellulare dell’ossitocina, un ormone/neurotrasmettitore che influisce sulla capacità di interpretare lo stato mentale di un’altra persona. Quella stessa variazione media peraltro anche la reattività allo stress. “I risultati ci aiutano a comprendere che alcuni sono nati con una tendenza a una maggiore empatia e reattività allo stress di altri” (Saphire-Bernstein S. et al., 2011), avvertendo però che non è possibile trarre conclusioni affrettate sulle capacità empatiche delle persone sulla base di questi risultati poiché queste sono influenzate anche da altri fattori, e che il ruolo stesso dell’ossitocina necessita ancora approfonditi studi.

L’effetto portentoso di questa epidemia empatica sarebbe quello di sanare tutte le ansie poste dalla modernità: non solo assicurerebbe una risoluzione veloce, ma garantirebbe con la sua ripetitività un fattore di stabilità alla propria identità e di prevedibilità delle proprie relazioni. È una reazione abnorme ed inconsapevole ad un mondo in cui prevalgono esperienze e condizioni di insicurezza esistenziale: l’eccesso di empatia, la fusione con l’altro diventa un’alternativa al ripiegamento narcisistico, un’ancora di salvataggio per coppie in affanno.

Disregolazione affettiva ed alessitimia

Per trovare dei riscontri all’ipotesi sopra esposta, e non lasciarla diventare una just so story, è importante interrogarsi quindi sulle capacità empatiche di questi pazienti e sulle loro competenze auto-regolatorie. Fondamentalmente nelle co-dipendenze si riscontra un uso rigido e reiterato di strategie mentali e relazionali, cicliche che stanno a significare un ridotto processamento delle emozioni. È un’organizzazione ad anello che descrive ricorsività irrigidite ed inalterabili per far fronte alla sofferenza, indirizzando le energie psicologiche verso l’altro e ciò che lo circonda, fino ad arrivare ad un completo assorbimento. Questa organizzazione è orientata verso un preciso stile cognitivo-emotivo, ovvero quello di essere capacissimi di cogliere ogni più piccola sfumatura emotiva del partner, ma completamente ciechi sulle proprie emozioni. Se lo sguardo è diretto esclusivamente sull’altro, il mondo interiore diventa un territorio buio di cui è difficile decifrare i segnali. La capacità di riflettere su di sè è minima, l’anima diventa un territorio oscuro.

Questo stile cognitivo-emotivo ha trovato nel costrutto dell’alessitimia una trasposizione clinica efficace e clinicamente utile. L’alessitimia non indica una specifica patologia, ma una difficoltà dell’individuo a riconoscere le proprie emozioni e ad esprimerle verbalmente. Le caratteristiche cliniche dell’alessitimia sono sostanzialmente note, come la difficoltà ad identificare, descrivere e comunicare le emozioni, distinguere fra vissuti emotivi ed attivazione fisiologica delle emozioni, la presenza di uno stile cognitivo orientato verso il fattuale e la realtà esterna. L’alessitimia ci segnala fondamentalmente una difficoltà dell’individuo a processare le emozioni che non riescono ad accedere ad un livello rappresentazionale e/o simbolico, compromettendo la funzione auto-riflessiva; in altre parole questo si tradurrebbe in una difficoltà a mentalizzare le emozioni e cioè a poter descrivere anche l’aspetto rappresentazionale degli stati mentali propri e altrui, a costruire rappresentazioni di sentimenti, pensieri, desideri, credenze ed a riflettere sulle proprie intenzioni e su quelle degli altri (Caretti e La Barbera, 2005; Campos et al., 2004; Bridges et al., 2004).

Non appare azzardato ipotizzare i partner co-dipendenti abbiano sviluppato un singolare assetto alssitimico, ovvero siano capacissimi di cogliere le emozioni dell’altro (più per contagio emotivo che per capacità riflessiva), ma siano completamente ottenebrati sulle proprie, percepite esclusivamente come attivazioni fisiologiche anche sgradevoli, che si completano con uno stile cognitivo teso verso l’agito. Avrebbero quindi una grandissima capacità di “sentire l’altro”, percepire i suoi stati d’animo, trasformando, come già detto, così il partner in regolatore “esterno”  degli stati emotivi difficili da gestire. La regolazione affettiva sarebbe completamente spostata verso il lato interpersonale (per eccesso di empatia), avendo constatato l’impossibilità di attivare processi di auto-regolazione efficaci.

Il gruppo di Toronto – Taylor, Bagby e Parker – ha lavorato molto sul costrutto di alessitimia, ed ha sottolineato in diversi lavori la stretta corrispondenza tra dipendenze patologiche, disturbi della regolazione affettiva ed alessitimia. Nelle loro ricerche, questi autori (1997) hanno evidenziato come il nucleo fenomenologico nelle dipendenze non possa essere ridotto esclusivamente al perseguimento del piacere – aspetto presente con forza nelle dipendenze da sostanze – ma che sia correlato ad una serie di esperienze che permettono di sottrarsi ad una realtà (vedi emozioni) difficilmente tollerabile ed impossibile da elaborare (vedi assetto alessitimico). Questa ipotesi su un peculiare profilo alessitimico dei soggetti co-dipendenti ha trovato negli ultimi anni diverse conferme sperimentali, in primo luogo nella ricerca svolta dall’Istituto di Medicina e Psicologia Sistemica di Napoli (Ruggiero e Iacone, 2013) attraverso la somministrazione di un protocollo diagnostico che includeva anche la SAR – Scala Alessitimica Romana (Baiocco et al., 2005) su 41 coppie co-dipendenti. Successivamente le ricerche di Benincasa (2013) nei gruppi CoDa (Co-Dipendenti Anonimi) e quella di Riccardi (2015)  svolta nei gruppi di Giocatori Anonimi ha confermato la congruità dell’ipotesi.

Nella prima ricerca citata, Ruggiero e Iacone hanno concluso che “in questi soggetti forti esperienze sensoriali (tra cui potremmo inserire anche il “folle” amore) creerebbero stati alterati di coscienza, che permetterebbero di sottrarsi a contesti relazionali infelici e coartanti. La ricerca costante e sofferta dell’oggetto da cui si dipende, quindi la compulsione a mettere in atto strategie rigide, è vista come il fallimento della pensabilità dell’esperienza. Le dipendenze da sostanze, ma quindi anche quelle comportamentali, sarebbero disturbi delle regolazione affettiva, intendendo per regolazione affettiva un processo attivo che coinvolge la dimensione neurofiosiologica, motorio-comportamentale e cognitivo esperenziale legata ad un deficit di simbolizzazione (alessitimia)” (2013).

A mio avviso però il profilo alessitimico non rende ragione però della complessità e della tortuosità delle traittorie esistenziali di queste coppie. L’essere “troppo empatici” non spiega del tutto il folle invischiamento, o la fusionanalità della coppia. Questa infatti esprime l’apprendimento di una modalità specifica di “stare-insieme”, esprime una formazione di un “noi” che ha avuto un potere taumaturgico sulle ferite dei due partner. I due partner infatti creano un piano intersoggettivo proprio, una mente a-due peculiare che trascende le singole individualità, che prende una vita propria e si nutre di fantasie e miti. Va a costituire un terzo, un “noi” dove i partner sono i conduttori ma allo stesso tempo le vittime di questo terzo invisibile ospite del loro amore (Caillè, 2007).

Il legame dipendenziale

Quando parliamo del “noi” di queste copie non possiamo prescindere dalla valenza terapeutica del rapporto con il partner. Nei legami co-dipendenti i due partner si incontrano e si “uniscono” sulla percezione “fondata” che l’altro pos­sa improvvisamente guarire da tutte le sofferenze, passate e presenti. Questo intreccio fa emergere un “noi” ipertrofico, onnipotente, salvifico. È una dimensione mentale diadica, accostabile a quelli che Tronick ha definito Stati Diadici della Coscienza, ovvero stati mentali “allargati” che inglobano l’altro e le sua mente (2008). Al contrario però di quanto supposto da Tronick, questi stati sarebbero fortemente patologici, nonostante il loro transitorio “effetto” benefico.

Il desiderio di rimanere “fuso” con il partner, e quindi tutte le strategie di controllo messe in atto per ottenere questo fine, diventano sostanzialmente elementi funzionali a mantenere in vita questo “noi” ipertrofico, accostabile ad una “bolla” relazionale che fa sentire entrambi i partner felicemente lontani dal mondo e dalle sue pene, ma drammaticamente asfittica e immodificabile  (Iacone e Verde, 2013). Crediamo che la danza mortale di queste coppie parta proprio da una fantastica e dolcissima percezione di risanamento reciproco, come se l’ab­brac­cio strettissimo e soffocante invece di limitarli, possa anestetizzare tutto il loro dolore, riscattare una vita insignificante o vissuta all’ombra di altri drammi familiari.

Il “noi” salvifico di queste coppie si fonda anche su un’importante corollario: soltanto immersi nella loro “bolla relazionale” potranno sentirsi al sicuro, lontani dai traumi che hanno accompagnato le loro vite. Questa pellicola invisibile divide effettivamente la coppia dal mondo, la protegge, la isola, convincendo sempre più i due amanti sulla bontà della propria percezione. Inizialmente questa bolla è un’isola felice,  ma si trasforma lentamente in una prigione angusta e soffocante. Questa “bolla” ha infatti degli inconvenienti piuttosto “costosi”: compromette qualsiasi ricerca di individuazione e autonomia, satura tutti gli spazi vitali e pretende di bloccare il tempo evolutivo al momento “felice” del loro incontro.

Il piano di consapevolezza è spesso molto ridotto: Il “noi” è parte dell’implicito relazionale condiviso che vive negli Stati Diadici della Coscienza, che toccano le aree più profonde dell’emotività. Il prendersi cura in maniera ossessiva di una problematica dell’altro, la fantasia di poterli cancellare sarebbero un conferma dell’esistenza e della forza della bolla che li racchiude. Apparentemente asimmetriche, l’esorcismo del dolore di entrambi invece è assolutamente paritetico.

In bel film di Mike Figgis, Via da Las Vegas, una traumatizzata e bellissima escort si prende cura di Nicholas Cage, alcolizzato, determinato ad annientarsi, lanciato mortalmente verso gli abissi dell’alcool. Nelle sedute di terapia che intervallano la narrazione della vicenda, assistiamo alla sua progressiva presa di coscienza della natura del rapporto: non pensava forse di salvarlo ma si nutriva del suo dolore. Il primo aspetto, più superficiale, è la sperimentazione del potere di riaccendere la fiamma vitale del proprio uomo, ma il fine ultimo è anestetizzare la propria disperazione. “È questa la sensazione forte di cui ha bisogno, perché il gioco io ti do la vita è, di fatto, una gara che le donne fanno con se stesse, ma anche con tutte le altre donne. La sfida è quella di riuscire in un’impresa molto difficile: avere successo dove le altre hanno fallito. Io ho il potere di dare la vita a questo uomo, di farlo sentire bene, di farlo rifiorire: questo è il mantra che ripetono” (Telfner, 2006).

In ambito evoluzionistico qualche autore ha visto in questa condizione fusionale e taumaturgica della coppia un’esasperazione di un tratto ancestrale delle donne del Pleistocene, quindi un’espressione patologica di quella paura di essere abbandonate dal proprio uomo ed il disperato bisogno di “tenerselo vicino” ad ogni costo. Come però evidenziato da Telmo Pievani (2014), questo evoluzionismo pop opera ipersemplificazioni davvero banali, privi di alcuna potenzialità euristica. Credo piuttosto che una prospettiva evoluzionistica ci porti a pensare la mente umana come “ricca per natura, e la stessa natura, attraverso la selezione del linguaggio e dell’intelligenza sociale, ha dotato l’animale umano della particolare abilità di approfittare al meglio delle occasioni di conoscenza presenti nell’ambiente fisico e sociale in cui vive” (Meini, 2013).

Coerentemente a questa impostazione, possiamo quindi definire la co-dipendenza come un’organizzazione mentale e relazionale che si fonda su un’ipertrofia dei sistemi di risonanza interpersonale – un “eccesso” di empatia – che porta ad una risoluzione provvisoria del disagio di entrambi i partner, sbilanciando però l’auto-regolazione degli stati emotivi verso l’esterno. Diventa così indispensabile avere un partner “sicuro” – meglio se problematico – che permette di far ruotare tutto intorno a sé. L’effetto soggettivo immediato è quello di sbarazzarsi di emozioni e sentimenti che producono sofferenza. Emerge così un “noi” onnipotente, salvifico dal quale appare impossibile potersi separare.  Quindi ci si trova di fronte ad individui che percepiscono sempre e comunque ogni movimento verso l’autonomizzazione del partner come una minaccia personale, il cui feed-back indispensabile è un controllo sintomatico – acting-out, uso di sostanze o iper-controllo squalificante – dell’altro.  La dipendenza acquista, dunque, un potere di strange attractor e di catalizzazione dei significati attribuiti agli eventi e di ri-organizzatore delle relazioni personali  (Iacone, 2006).

La dipendenza affettiva rappresenta quindi una possibile organizzazione del disagio, anzi per certi versi può essere considerata un’organizzazione “privilegiata” in quanto incanala il dolore in binari conosciuti e già ontogeneticamente sperimentati, in quanto già vissuti nella prima infanzia nel rapporto con il caregiver, ma anche supportata filogeneticamente dai sistemi innati. Il legame dipendenziale con il partner sbilancia questi sistemi verso un eccesso di risonanza, una fusione potente ed asfittica. Vivendo gli spazi della dipendenza, i due partner risolvono un disagio, ma compromettono irreversibilmente il loro funzionamento mentale: l’attaccamento ad un partner da cui dipendere porta irrimediabilmente ad assumere un funzionamento mentale rigidamente operativo, che elude la pensabilità degli eventi e la mentalizzazione delle emozioni.

Nelle ricerche già citate (Ruggiero e Iacone, 2013; Benincasa e Iacone, 2013; Riccardi, 2014) questo aspetto è stato indagato con strumenti diagnostici come il FLS (Family Life Space) e la IOS (Inclusion of the Others in the Self), evidenziando le dinamiche fusionali di queste coppie. Questi strumenti però non ci hanno restituito quelle “qualità emergenti” del sistema-coppia, come la valenza salvifica, ipertrofica che i partner attribuisco al “noi”. Questi aspetti qualitativi non posso trovare riscontro se non nell’ambito clinico,  in quell’incontro denso di emozioni e di tensioni che avviene nella stanza della terapia.

 

Osservazioni sulla psicoterapia

La terapia delle co-dipendenze presenta delle problematicità peculiari, sovrapponibili ad altre patologie, ma non integralmente. Queste problematicità ci costringono a ripensare profondamente la struttura dell’intervento clinico. La difficoltà a tenere a mente la mente, l’impossibilità di mentalizzare le emozioni spiazzano gli sforzi di molti terapeuti. I frequenti acting nella coppia,  la drammaticità degli episodi quotidiani trasformano le sedute in torride arene affettive, nelle quali i conflitti non sembrano lasciare spazio alla conoscenza reciproca. L’accesso alla storia della coppia appare quindi molto limitato, conoscere il patto di coppia che ha saldato i due partner in una bolla di “folle” amore è spesso è una fatica di Sisifo. Riusciamo a sapere pochi frammenti, confusi e contraddittori. Queste coppie dipendenti raramente riescono a raccontare una storia coerente o a dare delle definizioni che esprimano il loro legame. I partner non riescono a riflettere sugli stati d’animo propri e dell’altro ed agiscono in modo impulsivo le emozioni che provano. Se leggiamo le dipendenze patologiche come disturbi dell’auto-regolazione, tutto questo non ci deve sorprendere: la capacità auto-riflessiva, il registro simbolico, il controllo degli impulsi sono fortemente deteriorati.

 Non è un caso che spesso i terapeuti scelgano di lavorare in un setting rigorosamente individuali, ritenendo “regressivo” se non iatrogeno quello di coppia. Però va detto che se nelle dinamiche di abuso – dove cioè non c’è alcuna fantasia salvifica condivisa, bensì una distruttività maligna verso il partner – tale scelta è assolutamente irrinunciabile, nelle situazioni di co-dipendenza, a mio avviso, questa è una scelta limitante. Appare infatti inemendabile individuare ed esplicitare il “noi” salvifico emerso dalla coppia, la “bolla” relazionale in cui, una volta entrati, si sono sentiti magicamente sanati e guariti.

Ogni crisi di coppia, da un tradimento ad un’insostenibile menage di violenza e sopprusi, ci mette di fronte ad un “noi” ipertrofico, insostenibile, folle, che non è più capace di rappresentare la natura degli affetti che legano le persone, in pratica diventa insopportabile ed ingestibile. Quanto il disagio psichico si radichi negli automatismi della mente, nelle memorie implicite, in quegli iper-apprendimenti emotivi, in quei pattern relazionali impliciti, è un patrimonio condiviso nell’ambito delle psicoterapie. Le tecniche devono però mantenere una coerenza con questi assunti: oltre l’esplorazione della trama narrativa, esiste il bisogno di ri-organizzare il piano implicito della loro relazione, il “noi”. Per ottenere ciò la terapia deve rappresentare un contesto creativo, strutturato da regole precise, utili a mettere insieme informazioni riguardati gli eventi, i vissuti, le persone che popolano la loro vita, ma anche favorire la connessione tra le menti. Deve parlare un linguaggio lontano dalle traiettorie del pensiero razionale. Deve essere un linguaggio fatto di metafore, di immagini, di rappresentazioni allusive che colgono la complessità dell’interezza, le gestalt che accolgono gli opposti ed enfatizzano la relazione tra gli elementi. È un gioco tra rappresentazioni mitologiche e cognitive di sé e degli altri, è un’esplorazione degli strati arcaici che risuonano poi sul piano della relazioni: emozioni, corpi vivi e vibranti che fanno emergere aspetti di se inaspettati.

Con queste coppie quindi saranno le immagini, le metafore, i corpi a parlare per loro, a raccontare quello che hanno vissuto, quali “folli” premesse hanno fatto crescere un legame sofferto ed indivisibile. Diventa quindi prioritario accedere all’implicito della coppia, il non detto che viene agito. La mente del terapeuta dovrà connettersi innanzitutto con il “noi”, riconoscere e ri-pensare questo assetto mentale a-due che ha illuso i due partner di poter dimenticare le sofferenze e i traumi del passato.

Caillè ha definito efficacemente il lavoro del terapeuta di coppia come una “danza epistemica”, dove non è indispensabile apprendere coscientemente la teoria ma è importante saper danzare tra stati mentali opposti, nell’indeterminatezza, con movimenti a volte rapidi e volte lenti, ma scanditi da un ritmo preciso dettato dalle regole del setting (2005). Questo è il territorio che il terapeuta deve saper attraversare per arrivare a “perturbare” legami così sofferti e confusi. Deve essere capace di narrare storie senza scivolare in pseudo-spiegazioni causa-effetto, connettere le menti, generare quelli che Tronick ha definito Nuovi Stati Diadici della Coscienza (2007), ovvero stati della coscienza che arricchiscono in termini di complessità e coerenza il sistema terapeutico. Il terapeuta deve far risuonare le emozioni, configurare nuove Gestalt, in fondo essere creativo e rigoroso al tempo stesso.

Credo che il modello sistemico con i suoi “pionieri” abbia espresso molti contributi  ineludibili in questo campo, che trovano oggi riscontri significativi nelle neuroscienze e nelle scienze cognitive, ma soprattutto uno stimolo a rinnovarsi e rivedersi, piuttosto che auto-confermarsi. Una volta “guariti” dalle manie strategiche, dai deliri narrativi post-moderni, dall’isolamento autistico un terapeuta sistemico si può finalmente affacciare senza troppo timori su un territorio oggi condiviso con neuroscienziati, filosofi della mente e chiunque altro si interroghi su come funziona la mente. Su questo territorio si possono fare incontri molto interessanti – essere fedeli ai padri fondatori non è sempre un valore – ed includere nel proprio orizzonte prospettive evoluzionistiche e cogliere anche tutta la complessità  dei “legami che fanno soffrire”

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“Tu vali molto di più!” L’ultimo libro del Dott. Carlo D’Angelo

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Quando ho incominciato a leggere il quinto libro del Dott. Carlo D’Angelo dal titolo:Tu vali molto di più. Come vincere il vuoto affettivo(Editrice Domenicana Italiana), sono rimasto sorpreso dallo stile narrativo e dai contenuti chiari ed esplicativi. Non vi nego che mi sarei aspettato da un collega esperto, quale il Dott. D’Angelo, del quale apprezzo profondamente il lavoro psicoterapeutico e le abilità cliniche, un libro che parlasse di “malattia”.

Ed invece, con sommo stupore, ho scoperto di avere tra le mani “un libro per tutta la famiglia”, un testo che passa i propri concetti attraverso le generazioni, da donare a chi si vuole bene, come guida per lo spirito e per il pensiero. Il Dr.D’Angelo (Psicologo, Psicoterapeuta e Logoterapeuta) riesce, infatti, attraverso il suo scritto, a comprendere, sviluppare e condividere con il lettore cosa ci sia alla radice del male di vivere, che oscura la nostra anima e genera forte speranza circa la possibilità di guarigione. Vedere dentro la propria anima, comprendere la sua lingua, consente all’uomo di armonizzare la propria vita. L’uomo, eterno funambolo, equilibrista sempre in bilico alla ricerca di ciò che lo rende felice, ha allontanato da sé e dalla sua vita, l’insegnamento fondamentale di Gesù/Uomo: Voi valete molto di più, tu vali molto di più.

La psicologia, per dirla con le parole dell’autore, nel suo significato autentico, ha a che fare con le cose dell’anima, con i suoi codici e modi di espressione ed è proprio tutto ciò che il Dott. Carlo D’Angelo aiuta a far comprendere al lettore. La novità del testo risiede, infatti, nel fatto che l’autore rivolge un accompagnamento terapeutico alla vita dell’uomo tutto ed alla difesa della sua dignità, attraverso una “cura” scritta, al fine di agevolare e chiarire gli schemi di pensiero e di azione del soggetto e giungere alla guarigione di quelli che l’autore definisce i “disordini dell’anima”.

Questo cammino, sulla linea della vita e dello spirito, propone una riflessione che percorre i meandri più nascosti della nostra anima. L’autore, convinto che l’esistenza dell’uomo non sia MAI priva di significato, invita non solo a ricercare una risposta alternativa ai grandi interrogativi esistenziali di ogni tempo, mai sopiti e mai completamente risolti, ma soprattutto ci consegna proprio attraverso la scrittura, gli strumenti utili a spezzare le catene che ci imprigionano e ad abbandonare lentamente i carcerieri della nostra anima.

In questo clima di rinnovamento e rivoluzioni intellettuali questo nuovo lavoro è un contributo geniale ed innovativo, che prende distanza dagli approcci clinici tradizionali ed elabora una nuova relazione di aiuto, che restituisce una visione dell’uomo totalitaria, essenzialmente positiva, che va a focalizzarsi sulle parti sane, piuttosto che sugli aspetti malati. Chi avrà la fortuna di leggerlo sicuramente sentirà la propria anima dire grazie!

Dott. Angelo Rega – Psicologo Psicoterapeuta

Chiedere scusa è facile, soprattutto quando non è necessario

Le scuse sono un istituto sociale presente in tutte le culture, che ha una notevole importanza per conservare buoni rapporti fra i membri di una comunità. Fin dall’infanzia, le persone imparano a chiedere scusa quando sono responsabili di una trasgressione. Le vittime di trasgressioni sono, a loro volta, educate ad accettare tali scuse.

Questa relazione tra scuse e perdono, sembra assumere (almeno implicitamente) che la vittima e il carnefice siano entrambi motivati ​​alla riconciliazione. Tuttavia, gli studi dedicati all’atto di scusarsi e/o di ricevere delle scuse sono pochi, e si sono concentrati soprattutto sulla funzione di riconferma dei ruoli sociali, analizzando poco le dinamiche sottostanti il comportamento del chiedere scusa. Infatti, vittime e carnefici spesso differiscono nelle loro interpretazioni circa alcuni aspetti critici della trasgressione, come ad esempio chi ne è responsabile, il suo significato e gli effetti a lungo termine. Dunque, se le interpretazioni del conflitto differiscono tra i due attori in gioco, come farà ad essere congruente il loro bisogno di scusarsi?

Nello studio di seguito proposto  è emersa una situazione paradossale, legata a una radicale disparità di vedute fra la vittima e il colpevole. La prima sente infatti maggiormente il bisogno di ricevere delle scuse quando lo sgarbo è vissuto come intenzionale, mentre il secondo è maggiormente disposto a presentarle quando l’atto è stato involontario. Comportamenti mediati, secondo gli autori, da due processi emotivi caratterizzanti la vittima e il colpevole: rispettivamente rabbia e senso di colpa. Chi è vittima di un torto sente il bisogno di ricevere delle scuse soprattutto se è stato commesso intenzionalmente, per essere rassicurato che la cosa non si ripeterà. Chi ne è responsabile, invece, è propenso a scusarsi se l’atto è stato involontario, ma se ritiene di aver avuto buone ragioni per agire in quel modo, non proverà un senso di colpa e sarà meno disposto a scusarsi.

I risultati ottenuti  dimostrano che le vittime e carnefici non necessariamente condividono la stessa prospettiva per quanto riguarda la funzione del chiedere scusa, rendendo così gli sforzi di riconciliazione più difficili di quanto inizialmente previsto. Il disaccordo che ne nasce, osservano gli autori, potrebbe portare comunque a un esito positivo della vicenda se servisse a chiarire i rispettivi punti di vista con un atteggiamento di disponibilità alla comprensione dell’altro.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.erim.eur.nl/fileadmin/erim_content/documents/The_Apology_Mismatch_Asymmetries_Between_Victim_s_Need_for_Apologies.pdf

Fonte

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Adolescenti alle prese con il diabete: gestire ed accettare la propria malattia cronica

Nei sistemi sanitari occidentali si osservano processi di complessivo ridisegno volti a decentralizzare cura e assistenza riservando agli ospedali la gestione di casi acuti e prestazioni specialistiche. In questo contesto si inseriscono forme di autonomizzazione dei pazienti cronici e di delega alle reti familiare/personale del supporto necessario. Tali cambiamenti hanno portato a forme di educazione all’autogestione che prevedono la formazione dei pazienti alla malattia, al riconoscimento di sintomi e condizioni di rischio, all’utilizzo di presìdi e farmaci, all’automisurazione di parametri e l’autodosaggio dei medicinali, solo per citare alcuni aspetti.

Accanto alle dimensioni tecniche e cognitive dell’apprendimento, tuttavia, la gestione quotidiana di una patologia cronica chiama in causa dimensioni relazionali ed emozionali che pur concorrendo in modo rilevante alla qualità della vita sono spesso ritenute dagli operatori sanitari di esclusiva pertinenza del singolo paziente. A questa lacuna cercano di sopperire attività di gruppo tra i pazienti, come i campi scuola descritti del lavoro qui riportato e presentato al X Convegno Annuale AISC 2013.

Gli autori della ricerca propongono una riflessione sulla relazione tra le dimensioni cognitiva ed emozionale nell’apprendimento della gestione della malattia cronica. Il caso di studio riguarda ragazzi con diabete di tipo 1, condizione che richiede una gestione cognitivamente onerosa e, soprattutto nell’età adolescenziale, emotivamente complessa.

Per consultare l’intero articolo   http://www.aisc-net.org/home/wp-content/uploads/2013/11/ATTI-AISC2013.pdf

Fonte

Piras E.M., Miele F. (2013) Oltre calcolo e cognizione nella gestione delle malattie croniche. Apprendimento esperienziale ed emozionale in un campo scuola per adolescenti diabetici.. Atti del X Convegno Annuale AISC 2013, 195-199.

Anoressia e autismo: tratti in comune?

Anoressia e autismo… due condizioni psicopatologiche apparentemente agli antipodi, così diverse. L’anoressia: disturbo alimentare, definito da un rifiuto di mantenere un peso corporeo minimo ( > 15 % al di sotto del peso corporeo atteso), eccessiva preoccupazione per il cibo e il peso, ha un esordio adolescenziale ed è maggiormente diagnosticato tra le ragazze. L’autismo: difficoltà sociali e di comunicazione accanto ad interessi insolitamente ristretti, il comportamento fortemente ripetitivo e stereotipato, diagnosticato nella prima infanzia e con maggiore frequenza tra i maschi.

Ma anoressia e autismo potrebbero avere tratti comuni. È quanto sottolineato in una ricerca condotta al Cambridge University’s Autism Research Centre. La ricerca è stata condotta su un campione particolarmente rappresentativo di adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Dopo aver confrontato  66 adolescenti affette da anoressia con 1.609 ragazze senza alcun disturbo, gli esperti hanno dimostrato che le giovani del primo gruppo avevano maggiori probabilità di presentare caratteristiche proprie dell’autismo (AQ) e un ridotto quoziente di empatia. Giungendo alla conclusione che l’anoressia e l’autismo hanno delle peculiarità in comune: rigidità nelle relazioni interpersonali, tendenza all’isolamento e un’eccessiva attenzione ai particolari. Che si riflettono anche nella struttura e nel funzionamento di determinate aree del cervello. Una scoperta che potrebbe aprire la strada a nuovi approcci terapeutici per questo tipo di disturbo alimentare.

Un altro elemento rilevante emerso dallo studio riguarda la sostanziale differenza nel tratto di manifestazione dei comportamenti anoressici, in quanto sembrano emergere due “stili” di comportamento prevalenti (tra i tratti in comune con l’autismo) tra le pazienti anoressiche: uno tendente all’isolamento affettivo e all’auto-centratura cognitiva, l’altro più incline allo sviluppo di tendenze e pensieri di tipo ossessivo. Anche questi dati potranno contribuire ad indirizzare il lavoro dei terapeuti che trattano questo disagio.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.molecularautism.com/content/pdf/2040-2392-4-24.pdf

Fonte

Baron-Cohen S., Jaffa T., Davies S., Auyeung B., Allison C., Wheelwright S. (2013). Do girls with anorexia nervosa have elevated autistic traits? Molecular Autism, 4(24).

Facebook non mi fa dormire

Internet ormai è parte integrante della quotidianità delle persone. I principali utenti sono soprattutto i giovani, ad esempio in Spagna circa il 98 % degli adolescenti tra gli 11 e i 20 anni ha dichiarato di utilizzare Internet. Tra i servizi della rete globale, i social networks si sono sviluppati molto velocemente, tra questi siti web i più conosciuti ed utilizzati sono MySpace , Twitter e Facebook , quest’ultimo con il maggior numero di utenti. Facebook ha diversi vantaggi , sulla base del libero accesso , facilita la comunicazione e la condivisione di informazioni personali. Tuttavia, l’uso eccessivo di questo tipo di social potrebbe causare diverse conseguenze tra cui abuso, dipendenza, effetti sulla qualità di vita e del sonno. Studi precedenti hanno dimostrato che l’uso di mezzi di comunicazione elettronici, come televisione, computer, Internet , e giochi per computer, è associato a disturbi del sonno. Sia la quantità che la qualità del sonno potrebbero avere una forte influenza sull’umore e il benessere soggettivo . In particolare, nel caso di giovani , una scarsa qualità del sonno potrebbero avere un impatto sul rendimento scolastico.

Sulla base di tali dati, lo studio di seguito proposto ha svolto un’indagine esplorativa, ipotizzando la possibilità di una correlazione tra l’uso improprio di Facebook ed un’alterata qualità del sonno. Il campione oggetto di studio è costituito da un gruppo di 418 studenti universitari peruviani. Sono stati utilizzati l’Addiction Questionnaire Internet, adattato al caso di Facebook, e il Pittsburgh Sleep Quality Index. I risultati hanno messo in evidenza che una scarsa qualità del sonno prevale nel 53,7% degli studenti, tale percentuale aumenta al 69,4% nel gruppo di studenti con dipendenza da Facebook (dunque, un incremento assoluto di 15,7 punti percentuale). Inoltre, il maggiore effetto di tale fenomeno è sul livello di attività diurna, ossia gli studenti con dipendenza da Facebook  e scarsa qualità del sonno, mostrano un ridotto livello di attivazione e “funzionalità” durante il giorno. I risultati dello studio potrebbero essere interpretati alla luce di più fattori: in primo luogo , gli utenti dipendenti da Facebook si trovano ad utilizzarlo ovunque per molte ore e fino a tarda notte, il che potrebbe giustificare i maggiori livelli di sonnolenza. In secondo luogo, alcuni servizi erogati dal sito, ad esempio, messaggistica, giochi ed altro, potrebbero creare di per sé uno stato di dipendenza, la quale è strettamente associata ad una alterazione del sonno. I dati forniti da questo studio sono iniziali ed indicativi ma certamente aprono possibilità di ricerca per futuri approfondimenti.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.plosone.org/article/fetchObject.action?uri=info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0059087&representation=PDF

Fonte

Wolniczak I., et al. (2013). Association between Facebook Dependence and Poor Sleep Quality: A Study in a Sample of Undergraduate Students in Peru. Plos One, 8(3).

Quando essere bravi non è abbastanza

Come si può ottenere il massimo dal lavoro ed essere pienamente soddisfatto? Avere buone capacità e sviluppare le abilità necessarie non sembra essere sufficiente. Molte persone, nonostante utilizzino le giuste strategie e strumenti per lavorare in maniera ottimale, provano insoddisfazione, burnout o ansia. Tali fattori possono condurre a tipiche conseguenze: assenteismo, abbandono, o anche disturbi psicologici.

In generale, la soddisfazione sul lavoro è un aspetto spesso legato al benessere. Essa può essere definita come “uno stato emotivo positivo, piacevole, risultante dalla percezione della propria attività lavorativa”. Inoltre, la soddisfazione sul lavoro è particolarmente cruciale per gli insegnanti, non solo perché la sua mancanza è associata al burnout, ma soprattutto perché gli insegnanti demotivati riducono la motivazione degli studenti stessi, attraverso il contagio emotivo e l’incapacità di soddisfare le loro esigenze.

Alcune ricerche hanno chiaramente dimostrato che gli insegnanti di successo non solo insegnano bene e sono in grado di creare ambienti di apprendimento ottimali, ma sperimentano anche benessere e soddisfazione sul lavoro: essere in grado di fornire buona istruzione ed essere soddisfatto del proprio lavoro sono entrambe condizioni necessarie per la definizione di un insegnante efficace.

Nello studio di seguito proposto, è stata valutata la soddisfazione sul lavoro di un insegnante come eventualmente correlata a : (1) pratiche di insegnamento, ossia quanto sono efficaci e flessibili le strategie  utilizzate, (2) auto-efficacia, e (3) stati emotivi positivi. 399 insegnanti hanno compilato scale di auto-valutazione preposte all’indagine delle suddette variabili. I risultati hanno mostrato un significativo ruolo di mediazione sia delle emozioni positive che delle convinzioni di autoefficacia nella relazione tra strategiche/pratiche di insegnamento e soddisfazione sul lavoro. Dunque, tali dati implicano che un “buon insegnamento” non è sufficiente. Sono necessari insegnanti  che insegnano bene e adottano buone strategie e pratiche, ma che amano anche il loro lavoro, dove ‘amore’ significa sia ‘propensione’, prediligendo sentimenti positivi dal lavorare con studenti e colleghi, sia ‘gestione’, ossia sentirsi capaci ed in grado di superare le difficoltà incontrate nella didattica. Non importa quanto sforzo si impieghi nello svolgere un’attività, essa non darà soddisfazione se non si ama quello che si sta facendo.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://jamiesmithportfolio.com/EDTE800/wp-content/Self-Efficacy/Moe.pdf

Fonte

Moè A., Pazzaglia F., Ronconi L. (2010). When being able is not enough. The combined value of positive affect and self-efficacy for job satisfaction in teaching. Teaching and Teacher Education, 26, 1145-1153.

Non abbastanza belli…non abbastanza magri

Pro-anorexia (o pro-ana) è una sorta di movimento sociale, una vera e propria filosofia di vita. Una filosofia della disciplina e dell’autocontrollo che passa attraverso il peso corporeo, il digiuno, una ferrea disciplina che conta le calorie al millesimo e che mortifica l’aspetto fisico in nome di un ideale superiore. Basta una semplice ricerca con Google per rendersi conto del fenomeno. Il web è il luogo virtuale nel quale questa comunità si ritrova. Questi blog sono popolari tra i giovani che vogliono essere più magri, perché rappresentano uno spazio neutrale e libero da giudizi, dove possono trovare sostegno, esprimere i loro sentimenti e pensieri intorno allo stile di vita anoressico.

E’ necessaria, però, una precisazione: sembrerebbe esserci una chiara distinzione tra ‘Ana’ (abbreviazione di anoressia ) e anoressia. ‘Ana’ potrebbe essere definita, anche se non esaustivamente, in una scelta di vita, fondata su comportamenti anoressici che si traducono in “una dieta efficace”. Anoressia , dall’altra parte, si riferisce a una condizione diagnosticata come disturbo mentale. Secondo alcuni autori, ‘pro-ana ‘ è un movimento sociale che trova espressione in Internet attraverso siti web e blog, e il suo scopo è quello di onorare uno stile di vita anoressico come un mezzo per avere dei corpi estremamente sottili . E questo è il motivo per cui ‘pro-ana’ non è considerata come una malattia. Tuttavia, i confini tra questi due termini e ciò che essi rappresentano sono fortemente sfumati.

A partire dalla constatazione di tale fenomeno, alcuni studiosi hanno ritenuto opportuno approfondire la questione, soprattutto per la pericolosità dei comportamenti e degli ideali inneggiati da questi ragazzi. Nello studio di seguito proposto è stata eseguita un’analisi esplorativa qualitativa di una serie di blog in lingua portoghese scritti da adolescenti (ragazzi e ragazze) tra i 13 ei 19 anni, che usano il Web per incontrare coetanei che la pensano come loro, con cui condividono diete, consigli, trucchi, e informazioni pericolose e dannose per il digiuno. Anche se i dati non possono essere generalizzati, l’evidenza suggerisce che questi blog possano avere effetti indesiderati e negativi non solo negli adolescenti, ma anche nei ragazzini più piccoli che usufruiscono di internet. Tali siti contribuiscono, oltre all’aumento dei contenuti rischiosi sul web e alla diffusione di comportamenti alimentari disturbati, all’alienazione dai legami sociali offline (fuori dal web).

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.psychnology.org/File/PNJ10(3)/PSYCHNOLOGY_JOURNAL_10_3_CASTRO.pdf

Fonte

Castro T.S., Osório A. (2012) Online violence: Not beautiful enough… not thin enough. Anorectic testimonials in the web. PsychNology Journal, 10 (3), 169-186.