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Category: PSICOTERAPIA

Quanto l’ostilità e lo stress agiscono sulla nostra qualità del sonno?

La relazione tra l’ostilità e la qualità del sonno rimane inesplorata nonostante le indicazioni empiriche secondo cui gli individui con tratto maggiore di ostilità sperimentano più stress, un fattore noto per degradare la qualità del sonno. Nonostante il suo uso diffuso come variabile oggetto di studio, non esiste una definizione standard per la qualità del sonno. Gli sperimentatori in genere utilizzano spesso sia misure oggettive, come la durata totale, l’efficienza, e la latenza del sonno (tempo necessario all’addormentamento), sia misure soggettive. Lo stress è un fattore fortemente associato ai disturbi del sonno. Si ritiene che esso agisca sul sonno principalmente attraverso un aumento dell’attivazione cognitiva e somatica nella fase prima dell’addormentamento. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che la variazione individuale nella reattività allo stress determina la misura in cui lo esso degrada la qualità del sonno. Coerentemente con questo risultato, gli studi hanno dimostrato che i “poveri dormitori” sono caratteristicamente iper-reattivi allo stress.

Reazioni allo stress pronunciate sono caratteristiche, inoltre, di individui che mostrano elevati livelli di ostilità. Il costrutto dell’ostilità è organizzato in tre componenti principali: cognitive, affettive e comportamentali. Le componenti cognitive, cinismo e attribuzione ostile, riflettono la misura in cui vengono sostenute  le credenze negative sugli altri e la tendenza ad interpretare il comportamento avverso degli altri come espressamente rivolto verso di sé. La componente affettiva consiste nella tendenza a sperimentare diverse emozioni negative tra cui rabbia, fastidio, risentimento, disgusto e disprezzo. La componente comportamentale, invece, riflette la tendenza di un individuo ad agire in modo aggressivo.

Numerosi studi hanno trovato che gli individui che riferiscono livelli più elevati di ostilità sono altamente reattivi allo stress e più lenti nel recupero. Sebbene numerose evidenze suggeriscono che gli individui con alti tratti di ostilità riportano una peggiore qualità del sonno, pochi studi hanno esaminato direttamente il rapporto tra ostilità, reattività allo stress e qualità del sonno.

Sulla base di tali dati, lo studio di seguito proposto ha ipotizzato che un elevato tratto di ostilità è associato ad più povera qualità del sonno e che lo stress percepito media questo rapporto. Un campione di 66 soggetti (senza alcun disturbo del sonno) ha stilato per due settimane dei diari giornalieri del sonno e dello stress. I risultati hanno mostrato che la dimensione cognitiva del tratto ostilità era significativamente correlata agli indicatori di qualità del sonno, e tali rapporti risultavano, inoltre, significativamente mediati dal livello di stress percepito quotidianamente. Infatti, i soggetti con elevati tratti cognitivi di ostilità riportavano un livello di stress percepito più elevato, il quale spiegava la loro più bassa qualità del sonno. Tuttavia, sarebbero necessari degli approfondimenti per affrontare le questioni di causalità e di direzionalità, nonché le possibili implicazioni per il trattamento e la salute sia dei “poveri dormitori” che degli individui con elevati livelli di ostilità.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://www.hindawi.com/journals/sd/2013/735812/

Fonte

Taylor N.D., Fireman G.D., Levin R. (2013) Trait Hostility, Perceived Stress, and Sleep Quality in a Sample of Normal Sleepers. Sleep Disorders

Terapia basata sulla Mindfulness

Uno dei fondamenti di base della tradizionale terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è stato quello di sfidare direttamente il pensiero irrazionale di un individuo (cioè le cognizioni erronee) che portano a comportamenti disadattivi. Alcuni dei più recenti approcci in CBT, invece, si concentrano meno sull’impegnativa modalità di pensiero irrazionale o negativa di un individuo e di più sulla modifica del rapporto dell’individuo con i suoi pensieri e sentimenti attraverso l’accettazione e la consapevolezza. Anche se è stato accettato solo di recente nella tradizione cognitivo comportamentale, c’è stato un intenso interesse, sviluppo, applicazione e ricerca sulle terapie mindfulness-based. Gli approcci mindfulness-based variano nelle loro componenti, ma tipicamente comprendono uno o più dei seguenti elementi: una pratica di meditazione personale basata sulla concentrazione e/o esercizi di meditazione contemplativa, pratiche comportamentali, strategie cognitive, e strategie empatiche. Tutte queste tecniche sono viste collettivamente come elementi di training della mente.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.buddhismandpsychotherapy.org/wp-content/uploads/2011/08/Singh_et_al_Mindfulness_and_CBT_BCP_2008.pdf

Fonte

Singh N.N., Lancioni G.E., Wahler R.G., Winton A.S.W., Singh J. (2008). Mindfulness Approaches in Cognitive Behavior Therapy. Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 36, 659–666.

Effetti del rilassamento musicale nel disturbo post-traumatico

Il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è caratterizzata da sintomi che si sviluppano a seguito dell’esposizione ad eventi di vita traumatici e che causano una esperienza immediata di paura intensa, impotenza o di orrore. PTSD è connotato dalla presenza di incubi ricorrenti e da disturbi del sonno. Gli individui con PTSD rispondono poco ai trattamenti farmacologici per l’insonnia. Gli svantaggi di un trattamento farmacologico per l’insonnia sottolineano l’importanza di alternative non farmacologiche.

Lo studio di seguito riportato, condotto all’Haemek Medical Center di Afula, in Israele, ha avuto tre obiettivi: in primo luogo, confrontare l’efficacia di due tecniche di rilassamento (rilassamento muscolare e il rilassamento con musica) per alleviare l’insonnia tra gli individui con PTSD utilizzando sia misure oggettive e soggettive della qualità del sonno; in secondo luogo, esaminare se questi due tecniche hanno effetti diversi sugli indicatori psicologici di PTSD, come la depressione e l’ansia, e, infine, di esaminare come la gravità iniziale dei sintomi e misure emotive di base sono legate al rendimento di questi due metodi di rilassamento. Hanno partecipato allo studio tredici pazienti con PTSD senza altre principali disturbi psichiatrici o neurologici. Lo studio comprendeva sette giorni di training, un periodo di non-trattamento, seguito da due sessioni sperimentali ciascuna di sette giorni. I trattamenti erano costituiti o da rilassamento con musica o da tecniche di rilassamento muscolare (metodo Jacobson) eseguiti prima di andare a letto. Durante ciascuna di queste tre sessioni sperimentali, il sonno dei soggetti è stato continuamente monitorato con un actigrafo da polso, e ai soggetti è stato chiesto di compilare alcuni questionari sulla qualità del sonno, la depressione, e l’ansia. Le analisi condotte hanno rivelato un aumento significativo sia oggettivo che soggettivo dell’efficienza del sonno e una significativa riduzione nel livello di depressione in seguito al rilassamento con musica. Inoltre, con tale metodologia, l’aumento nell’efficienza del sonno è risultato correlato ad una diminuzione nella scala della depressione.

I risultati dello studio forniscono la prova che il rilassamento con musica prima di andare a letto può essere usato come trattamento per l’insonnia tra gli individui con PTSD.

Abstract

Posttraumatic stress disorder (PTSD), an anxiety disorder with lifetime prevalence of 7.8%, is characterized by symptoms that develop following exposure to traumatic life events and that cause an immediate experience of intense fear, helplessness or horror. PTSD is marked by recurrent nightmares typified by the recall of intrusive experiences and by extended disturbance throughout sleep. Individuals with PTSD respond poorly to drug treatments for insomnia. The disadvantages of drug treatment for insomnia underline the importance of non-pharmacological alternatives. Thus, the present study had three aims: first, to compare the efficiency of two relaxation techniques (muscular relaxation and progressive music relaxation) in alleviating insomnia among individuals with PTSD using both objective and subjective measures of sleep quality; second, to examine whether these two techniques have different effects on psychological indicators of PTSD, such as depression and anxiety; and finally, to examine how initial PTSD symptom severity and baseline emotional measures are related to the efficiency of these two relaxation methods. Thirteen PTSD patients with no other major psychiatric or neurological disorders participated in the study. The study comprised one seven-day running-in, no-treatment period, followed by two seven-day experimental periods. The treatments constituted either music relaxation or muscle relaxation techniques at desired bedtime. These treatments were randomly assigned. During each of these three experimental periods, subjects’ sleep was continuously monitored with a wrist actigraph (Ambulatory Monitoring, Inc.), and subjects were asked to fill out several questionnaires concerned with a wide spectrum of issues, such as sleep, depression, and anxiety. Analyses revealed a significant increase in objective and subjective sleep efficiency and a significant reduction in depression level following music relaxation. Moreover, following music relaxation, a highly significant negative correlation was found between improvement in objective sleep efficiency and reduction in depression scale. The study‘s findings provide evidence that music relaxation at bedtime can be used as treatment for insomnia among individuals with PTSD.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.pagepress.org/journals/index.php/mi/article/view/mi.2012.e13/3597

Fonte:

Blanaru M. , Bloch B., Vadas L., Arnon Z., Ziv N., Kremer I., Haimov I.(2012). The effects of music relaxation and muscle relaxation techniques on sleep quality and emotional measures among individuals with posttraumatic stress disorder. Mental Illness, 4:e13, 59-65.

Un Training Mindfulness per genitori

I bambini con ADHD sono spesso disobbedienti alle norme dei genitori. Sono stati utilizzati vari metodi per ridurre tale comportamento problematico, il più diffuso è il trattamento e la manipolazione delle contingenze comportamentali. Un’obiezione spesso sollevata dai genitori è che queste strategie di gestione richiedono di imporre un controllo esterno sui bambini, inoltre le suddette modalità  non solo impediscono ai bambini di imparare strategie di auto-controllo, ma inficiano anche la relazione con i genitori. Studi hanno dimostrato che un training mindfulness  per i genitori  può migliorare le interazioni positive con i loro bambini e incrementare il livello di soddisfazione circa la propria genitorialità.

Lo studio di seguito proposto, ha cercato di valutare quali fossero gli effetti di un training mindfulness per due madri, e successivamente, per i loro figli , sul rispetto e l’obbedienza da parte dei bambini.

I risultati hanno mostrato che il trattamento fornito solo alla madre, era associato ad una maggiore obbedienza da parte del figlio. Quando ai bambini veniva successivamente fornito lo stesso training, il livello di obbedienza aumentava in maniera ancora più forte, ed è stato mantenuto durante il follow-up. Le madri, inoltre, riportavano un miglioramento nella qualità della relazione con il proprio figlio e dello stile genitoriale.

Abstract

Children with ADHD are often non-compliant with parental instructions. Various methods have been used to reduce problem behaviors in these children, with medication and manipulation of behavioral contingencies being the most prevalent. An objection often raised by parents is that these management strategies require them to impose external control on the children which not only results in the children not learning self-control strategies, but also does not enhance positive interactions between them and their parents. Studies have shown that providing mindful-ness training to parents, without a focus on reducing problem behaviors, can enhance positive interactions with their children and increase their satisfaction with parenting. We were interested to see what effects giving mindfulness training to two mothers, and subsequently to their children, would have on compliance by the children. Using a multiple baseline across mothers and children design, we found that giving a mother mindfulness training enhanced compliance by her child. When the children were subsequently given similar training, compliance increased even more markedly, and was maintained during follow-up. The mothers reported associated increases in satisfaction with the interactions with their children and happiness with parenting. We suspect that the mindfulness training produces personal transformations, both in parents and children, rather than teaching strategies for changing behavior.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.academia.edu/221349/Mindfulness_training_for_parents_and_their_children_with_ADHD_increases_the_childrens_compliance

Fonte

Singh N.N., Singh A.N., Lancioni G.E., Singh J., Winton A.S.W., Adkins A.D. (2010). Mindfulness Training for Parents and Their ChildrenWith ADHD Increases the Children’s Compliance. Journal of Child and Family Studies, 19, 157-166.

Come reagiamo di fronte a situazioni frustranti?

Nella vita di tutti i giorni spesso si incontrano situazioni frustranti. Ad esempio: stiamo immettendo dei dati nel computer. Improvvisamente, lo schermo diventa nero, e subito dopo, il tuo collega tiene in mano una spina e dice: “Mi dispiace, ho accidentalmente staccato il tuo PC”. Saul Rosenzweig  ha creato un modello per le risposte verbali a tali situazioni frustranti, che è stato implementato in un questionario ampiamente utilizzato, il “Picture-Frustration Study” (Studio PF). Nel modello di Rosenzweig, le risposte verbali alla situazione frustrante sono classificate in base a due fattori: la direzione e il tipo di aggressione. La direzione dell’aggressione fa riferimento a reazioni verso se stesso, un’altra persona, o nessuno; mentre le tipologie di aggressione includono attenzione verso l’evento frustrante stesso, la causa dell’evento frustrante, e una soluzione alla situazione frustrante. L’adattamento sociale è un aspetto cruciale di tali risposte.

Situazioni frustranti si incontrano ogni giorno, ed è necessario rispondere in maniera adattivo. In genere, vengono definiti come adattivi quei comportamenti in cui il soggetto stesso, in maniera attiva, fa fronte alla situazione (self-peforming).

Lo studio di seguito presentato ha cercato di valutare i correlati neurali delle risposte sociali adattive a situazioni frustranti, considerando la dimensione dell’attribuzione causale. Sulla base della teoria dell’attribuzione (Weiner,1985), la causalità interna considera le proprie attitudini quali cause di un dato evento, mentre la causalità esterna si riferisce a fattori ambientali, come ad esempio condizioni sperimentali. Per studiare il problema, è stato sviluppato un approccio che valuta l’attribuzione causale in condizioni sperimentali. Durante una scansione fMRI, i soggetti erano impegnati in situazioni frustranti virtuali e veniva loro richiesto di verbalizzare le risposte fornite, che potevano essere socialmente adattative o non adattative. Dopo la scansione fMRI, i soggetti riferivano l’indice di attribuzione causale della reazione psicologica alla condizione sperimentale. E’ stata poi eseguita un’analisi correlazionale tra l’indice di attribuzione causale e l’attività cerebrale. L’ipotesi degli autori era che la regione del cervello la cui attivazione avrebbe avuto una correlazione positiva o negativa con l’indice auto-riferito di attribuzioni causali, potrebbe essere considerata correlato neurale dell’attribuzione causale, rispettivamente, interna ed esterna delle risposte sociali.

I risultati hanno mostrato una correlazione significativa negativa tra attribuzione causale esterna e risposte neurali nel lobo temporale anteriore destro per comportamenti sociali adattivi.

Questa regione è coinvolta nel processo di integrazione delle informazioni emotive e sociali. Dunque, i  risultati suggeriscono che, in particolare nel comportamento adattivo sociale, le esigenze sociali di situazioni frustranti che coinvolgono una causalità esterna, possono essere integrate da una risposta neurale nel lobo temporale anteriore destro.

Abstract

Frustrating situations are encountered daily, and it is necessary to respond in an adaptive fashion. A psychological definition states that adaptive social behaviors are “self-performing” and “contain a solution.” The present study investigated the neural correlates of adaptive social responses to frustrating situations by assessing the dimension of causal attribution. Based on attribution theory, internal causality refers to one’s aptitudes that cause natural responses in real-life situations, whereas external causality refers to environmental factors, such as experimental conditions, causing such responses. To investigate the issue, we developed a novel approach that assesses causal attribution under experimental conditions. During fMRI scanning, subjects were required to engage in virtual frustrating situations and play the role of protagonists by verbalizing social responses, which were socially adaptive or non-adaptive. After fMRI scanning, the subjects reported their causal attribution index of the psychological reaction to the experimental condition. We performed a correlation analysis between the causal attribution index and brain activity. We hypothesized that the brain region whose activation would have a positive and negative correlation with the self-reported index of the causal attributions would be regarded as neural correlates of internal and external causal attribution of social responses, respectively. We found a significant negative correlation between external causal attribution and neural responses in the right anterior temporal lobe for adaptive social behaviors. This region is involved in the integration of emotional and social information. These results suggest that, particularly in adaptive social behavior, the social demands of frustrating situations, which involve external causality, may be integrated by a neural response in the right anterior temporal lobe.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1471-2202-14-29.pdf

Fonte:

Sekiguchi A.,  Sugiura M., Yokoyama S., Sassa Y., Horie K., Sato S., Kawashima R. (2013). Neural correlates of adaptive social responses to real-life frustrating situations: a functional MRI study. BMC Neuroscience, 14:29, 1-13.

DOC: cosa fare quando i trattamenti convenzionali falliscono?

Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione cronica e altamente invalidante, caratterizzato dalla presenza di pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi . Idee e pensieri intrusivi e persistenti (ossessioni) assediano la mente generando intensa ansia, angoscia, e portano l’individuo a compiere dei rituali o determinate azioni che devono essere ripetute secondo una determinata modalità (compulsioni). Le compulsioni determinano riduzione dell’ansia ma incremento delle ossessioni potando ad un vero e proprio circolo vizioso riverberante. Nonostante la disponibilità di diversi approcci di trattamento per DOC, la remissione completa è abbastanza rara. La remissione è stata definita in letteratura come un miglioramento osservato dopo un intervento, tale da determinare l’assenza di sintomi o un punteggio ≤ 16 alla Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (Y-BOCS). I “pazienti resistenti” sono stati definiti come i pazienti che hanno eseguito un particolare trattamento, ma non hanno mostrato una risposta soddisfacente; i “pazienti refrattari”, invece, sono coloro che non hanno risposto in maniera appropriata a diversi tipi di trattamento convenzionale.

Il lavoro di seguito proposto ha condotto una rassegna delle terapie alternative disponibili per il disturbo ossessivo compulsivo quando il trattamento convenzionale fallisce. I dati sono stati estratti da studi clinici controllati pubblicati sui database Medline e Science Citation Index / Web of Science tra il 1975 e il 2012. I risultati discussi suggeriscono che i clinici che si occupano di pazienti con DOC refrattario dovrebbero:

1) rivedere gli aspetti fenomenologici intrinseci del disturbo ossessivo compulsivo, i quali potrebbero portare a diverse interpretazioni e scelte di trattamento;

2) rivedere gli aspetti fenomenologici estrinseci del disturbo ossessivo compulsivo, in particolare il contesto familiare, che può rappresentare un fattore di rischio per la mancata risposta;

3) considerare approcci farmacologici non convenzionali;

4) considerare approcci psicoterapeutici non convenzionali;

5) considerare approcci neurobiologici.

Abstract

Obsessive-compulsive disorder (OCD) is a chronic and impairing condition. A very small percentage of patients become asymptomatic after treatment. The purpose of this paper was to review the alternative therapies available for OCD when conventional treatment fails. Data were extracted from controlled clinical studies (evidence-based medicine) published on the MEDLINE and Science Citation Index/Web of Science databases between 1975 and 2012. Findings are discussed and suggest that clinicians dealing with refractory OCD patients should: 1) review intrinsic phenomenological aspects of OCD, which could lead to different interpretations and treatment choices; 2) review extrinsic phenomenological aspects of OCD, especially family accommodation, which may be a risk factor for non-response; 3) consider non-conventional pharmacological approaches; 4) consider non-conventional psychotherapeutic approaches; and 5) consider neurobiological approaches.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://www.scielo.br/pdf/trends/v35n1/a04v35n1.pdf

Fonte

Franz A. P.,  Paim M., De Araújo R. M., De Oliveira Rosa V., Barbosa I. M.,  Mendes I., Blaya C., Ferrão Y. A. (2013) Treating refractory obsessive-compulsive disorder: what to do when conventional treatment fails?. Trends in Psychiatry and Psychotherapy, 35(1),  24-35.

Depressione in infanzia e adolescenza

Meno di tre decenni fa la depressione era considerata come un disturbo prevalentemente adulto: si riteneva i bambini fossero troppo immaturi per sviluppare un disturbo depressivo, e il basso umore dell’adolescente era  visto come parte dei normali “sbalzi” d’umore adolescenziali. Gli studi sullo sviluppo sono stati fondamentali  nel modificare questo punto di vista. Pochi potrebbero ora dubitare della realtà del disturbo depressivo del bambino e dell’adolescente, o che la depressione giovanile sia associata ad una serie di esiti avversi, tra cui difficoltà sociali ed educative così come i problemi di salute sia fisica che mentale. Tuttavia, mentre la ricerca sul decorso e i correlati della depressione ha individuato analogie importanti attraverso lo sviluppo, ha anche messo in evidenza variazioni legate all’età; di conseguenza, i ricercatori continuano a valutare in che misura il disturbo depressivo in infanzia, adolescenza e età adulta possa riflettere la stessa condizione di base. I tassi depressione unipolare sono bassi prima della pubertà, ma salgono nei primi anni dell’adolescenza, soprattutto tra le ragazze. Nel corso dello sviluppo, la depressione giovanile è associata ad una serie di risultati negativi a lungo termine, tra cui il suicidio, problemi nella cognizione sociale; inoltre, una storia familiare di depressione o l’esposizione a eventi di vita stressanti, sono tra i principali fattori di rischio per la depressione, nonché la combinazione di influenze sia genetiche che ambientali.

Questa recensione fornisce una breve introduzione delle recenti evidenze in queste aree, concentrandosi in particolare su:

–          aspetti descrittivi di disturbi depressivi in infanzia e adolescenza;

–          comprensione degli attuali meccanismi e processi di rischio;

–          trattamenti basati su evidenze per i disturbi depressivi in gioventù.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.cacap-acpea.org/uploads/documents//Depression_in_Childhood_Maughan.pdf

Fonti:

Maughan B., Collishaw S., Stringaris A. (2013) Depression in Childhood and Adolescence.  Journal of the Canadian Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 22:1,35-40.