Utilizziamo i cookie per rendere il nostro sito più facile ed intuitivo. I dati raccolti grazie ai cookie servono per rendere l'esperienza di navigazione più piacevole. Se accetti, continua la navigazione.

Category: DISTURBI COGNITIVI

Internet e Facebook. Addiction a confronto

Secondo Boyd ed Ellison (2007), un social network (SN) è un servizio web che permette agli utenti di creare un profilo, instaurare una connessione con una lista di contatti e creare nuove connessioni con altri utenti. Facebook è un SN creato nel 2004. Il numero degli utenti attivi ha superato il miliardo di unità il 4 ottobre 2012. A giugno 2014 esistono 829 milioni di profili attivi quotidianamente. Si stima che circa 24.000.000 utenze risiedano in Italia. Sono stati effettuati numerosi studi relativi all’utilizzo di Facebook (Ellison, Steinfield, Lampe 2007, Caci et al. 2011a), alla sua topologia (Caci et al. 2010, Backstrom et al. 2013), alla relazione tra reti che evolvono in maniera spontanea e guidata (Cardaci et al, 2013), e alle variabili di personalità dei suoi utenti (Caci et al. 2011b, Caci et al. 2014). A fronte dell‘imponente crescita di Facebook e della sua pervasiva e capillare diffusione nella vita quotidiana di milioni di persone, è ragionevole avanzare l‘ipotesi che un suo uso massiccio, molto frequente e continuo (così come quello di altri popolari SN) possa sfociare in comportamenti di dipendenza patologica e possa essere considerato come un caso particolare del ben noto e più generale fenomeno della Internet Addiction. Tuttavia, sebbene l‘Internet Addiction sia molto esplorata in letteratura, le sue relazioni con altre più specifiche forme di dipendenza online, come potrebbe essere la Facebook Addiction, sono meno note. Young ha sviluppato l’Internet Addiction Test (IAT) dimostrando che gli Internet-dipendenti mostrano una maggiore trascuratezza nei confronti delle loro famiglie, del loro lavoro, degli studi, delle relazioni interpersonali, oltre che della cura di se stessi (Young 1999). Una versione in italiano dell’IAT è stata somministrata ad un gruppo di chatter italiani, evidenziando una compromissione della qualità della vita individuale e sociale, della sfera lavorativa e dello studio, del controllo del tempo ed un uso compensatorio o eccitatorio di Internet (Ferraro et al. 2007).
Nello studio di seguito proposto, e presentato al XI Convegno Annuale dell’AIAS 2015, è stato misurato il livello di Internet Addiction dei soggetti sperimentali italiani in due condizioni: uso generale di Internet, ed uso specifico del SN Facebook, utilizzando la versione italiana di IAT sopra citata, e confrontato i risultati divisi per fasce di età.

Per consultare l’intero articolo    http://www.neapolisanit.eu/neascience/wp-content/uploads/2015/03/act-2014-2-cardaci.pdf

Fonte
Cardaci M., Caci B., Fiordispina M., Perticone V., Tabacchi M.E. (2015) Internet e Facebook. Addiction a confronto. Atti del XI Convegno Annuale AISC 2014, 75-80.

Ricordi per poter immaginare il futuro

Raccontare una vacanza… Nell’ambito degli studi sulla memoria, tale azione è possibile grazie alla memoria episodica: il ricordo di eventi passati, legati a precise coordinate spazio-temporali. Sebbene la maggior parte della ricerca negli anni passati si è concentrata sul ruolo della memoria episodica nel ricordare, alcuni autori hanno suggerito che la memoria episodica fornisce la base per un ”viaggio mentale” non solo nel passato, ma anche nel futuro . Questi studi hanno dimostrato che ricordare eventi passati e immaginare eventi futuri dipende in gran parte gli stessi meccanismi cognitivi: rappresentazioni mentali di eventi futuri sono, infatti, costruite sulla base di vari elementi che vengono estratti dalle esperienze passate. A supporto di tale ipotesi, studi di brain imaging hanno dimostrato elevati gradi di sovrapposizione dell’attività neurale nella corteccia prefrontale e nel lobo temporale mediale, come pure nelle regioni posteriori, in entrambe le condizioni. La memoria episodica fornisce quindi gli ingredienti necessari per la costruzione di rappresentazioni mentali del futuro . Come spiegare questo fenomeno? Secondo Schacter e Addis (ipotesi della simulazione episodico-costruttiva) dettagli di eventi passati, cioè le esperienze precedenti memorizzate nella memoria episodica , sarebbero ricombinate in maniera flessibile per creare scenari futuri.

Lo studio di seguito proposto esamina le differenze tra diverse fasce di età di adulti (young, young-old, old-old) nella creazione di immagini mentali dal passato e dal futuro. Ai soggetti venivano presentate delle parole chiave e per ognuna di esse veniva richiesto di ricordare un evento passato o immaginare un evento futuro. La performance è stata analizzata nei termini del tipo di immagine creata (specifica o generale) e della sua vividezza. I risultati hanno mostrato che i soggetti più anziani immaginano eventi futuri meno specifici rispetto alle altre fasce di età , inoltre producono più immagini generali del futuro rispetto al passato. Un pattern simile è emerso anche per la vividezza delle immagini prodotte. Gli effetti del declino cognitivo legato all’età (in termini di carenza nella vividezza e specificità dei ricordi passati, e decremento delle funzioni esecutive), sembrano dunque estendersi anche alla capacità di immaginare scenari futuri.

Per consultare l’intero articolo in inglese http://wmlabs.psy.unipd.it/Publication/borella/Beni%20et%20al._2013_Remembering%20the%20past%20and%20imagining%20the%20future%20age-related%20differences%20between%20young,%20young-old%20and%20old-old.pdf

Fonte

De Beni R., Borella E., Carretti B., Zavagnin M., Lazzarini L., Milojev G. (2013). Remembering the past and imagining the future: age-related differences between young, young-old and old-old. Aging Clinical and Experimental Research, 25, 89-97.

Come invecchiamo i lobi frontali?

Evidenze convergenti da studi su soggetti anziani normali condotti con metodi clinici e/o di neuroimaging sembrano evidenziare che i lobi frontali, e le funzioni esecutive ad essi riconducibili, presentano una particolare vulnerabilità ai processi di “fisiologico” invecchiamento cerebrale (la cosiddetta “frontal aging hypothesis”). La eterogeneità cognitiva e la “modularità” di tali funzioni ha inoltre condotto l’attenzione degli studiosi a individuare quali tra le funzioni esecutive risultino maggiormente suscettibili ai processi di invecchiamento. In questa prospettiva, alcuni autori hanno enfatizzato il ruolo di un precoce coinvolgimento della corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC) e delle funzioni di astrazione, concettualizzazione ed “intelligenza sociale” ad essa sottese (McPherson et al., 2002). Per contro, studi di neuroimaging morfologico e funzionale indicano nella corteccia orbitofrontale (OFC) un sito di particolare vulnerabilità ai processi di invecchiamento (Resnik et al., 2008). La frontal aging hypothesis tuttavia è di non agevole verifica sperimentale. Nel corso del tempo i lobi frontali possono andare incontro a processi lesionali, degenerativi o vascolari, che mutano la storia naturale dell’invecchiamento da fisiologico a patologico. Inoltre, il fisiologico invecchiamento frontale probabilmente inizia in maniera sottile già in età presenile, e prosegue fino alle estreme età della vita. Tali fattori costituiscono una seria limitazione tecnica ed economica alla programmazione di studi prospettici che, per essere totalmente dirimenti, dovrebbero contemplare un follow-up cognitivo e di neuroimaging protratto per svariate decine di anni.

Un modo per aggirare, almeno in parte, tali limitazioni può consistere nel confrontare gruppi di anziani normali di differenti fasce di età, allo scopo di cogliere differenze quali-quantitative nel profilo delle funzioni esecutive. In considerazione della intrinseca eterogeneità delle funzioni “frontali” e della concomitanza di potenziali variabili confondenti in grado di influenzare la prestazione ai test dei soggetti più anziani (rallentamento psicomotorio, affaticabilità, ridotta tolleranza alla frustrazione) la scelta più opportuna sarebbe quella di ricorrere a batterie composite di rapida ed agevole somministrazione.

Nello studio di seguito proposto, gli autori hanno confrontato le prestazioni di anziani normali di due fasce di età, rispettivamente “young old” e “oldest old” ad una batteria rapida per le funzioni esecutive, la Frontal Assessment Battery.

Per consultare l’intero articolo  http://www.aisc-net.org/home/wp-content/uploads/2013/11/ATTI-AISC2013.pdf

Fonte

Iavarone A., Ambra F.I., Carola F., Garofalo E., Matascioli F., Ronga B. (2013). Come invecchiano i lobi frontali? Atti del X Convegno Annuale AISC 2013, 166-170.

Cecità e cognizione spaziale

Lo studio di individui ciechi offre un’opportunità unica per analizzare il ruolo della visione in una vasta gamma di processi cognitivi e percettivi e nello sviluppo del cervello . Inoltre, distinguendo tra cecità congenita ed acquisita, è possibile valutare il ruolo evolutivo dell’esperienza visiva per una varietà di fenomeni cognitivi .

La cecità spesso di associa ad una riorganizzazione adattiva delle aree neurali che risultano essere risparmiate, il che si traduce in un potenziamento o affinamento delle altre modalità sensoriali (es. nitidezza uditiva, riconoscimento tattile). Eppure, le modalità non visive potrebbero non essere in grado di compensare pienamente la mancanza di esperienza visiva , come nel caso di cecità congenita. Come suggeriscono gli autori delle review qui proposta, l’esperienza evolutiva visiva sembra essere necessaria per la maturazione dei neuroni multisensoriali implicati nelle attività spaziali. Inoltre, la capacità di raccogliere e trasmettere in parallelo più informazioni, potrebbe non essere completamente compensata, dunque  la mancanza di esperienza visiva potrebbe danneggiare tutte le attività spaziali che richiedono l’integrazione di input sensoriali. Maggiormente compromessa è la capacità di rappresentare un insieme di oggetti sulla base delle relazioni spaziali tra gli oggetti  stessi (prospettiva allocentrica), piuttosto che la relazione spaziale che ogni oggetto ha con il punto di vista dell’osservatore (prospettiva egocentrica).

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://webspace.qmul.ac.uk/mproulx/PasqualottoProulx2012.pdf

Fonte

Pasqualotto A., Proulx M.J. (2012). The role of visual experience for the neural basis of spatial cognition. Neuroscience and Biobehavioral Reviews, 36, 1179–1187.

Facebook non mi fa dormire

Internet ormai è parte integrante della quotidianità delle persone. I principali utenti sono soprattutto i giovani, ad esempio in Spagna circa il 98 % degli adolescenti tra gli 11 e i 20 anni ha dichiarato di utilizzare Internet. Tra i servizi della rete globale, i social networks si sono sviluppati molto velocemente, tra questi siti web i più conosciuti ed utilizzati sono MySpace , Twitter e Facebook , quest’ultimo con il maggior numero di utenti. Facebook ha diversi vantaggi , sulla base del libero accesso , facilita la comunicazione e la condivisione di informazioni personali. Tuttavia, l’uso eccessivo di questo tipo di social potrebbe causare diverse conseguenze tra cui abuso, dipendenza, effetti sulla qualità di vita e del sonno. Studi precedenti hanno dimostrato che l’uso di mezzi di comunicazione elettronici, come televisione, computer, Internet , e giochi per computer, è associato a disturbi del sonno. Sia la quantità che la qualità del sonno potrebbero avere una forte influenza sull’umore e il benessere soggettivo . In particolare, nel caso di giovani , una scarsa qualità del sonno potrebbero avere un impatto sul rendimento scolastico.

Sulla base di tali dati, lo studio di seguito proposto ha svolto un’indagine esplorativa, ipotizzando la possibilità di una correlazione tra l’uso improprio di Facebook ed un’alterata qualità del sonno. Il campione oggetto di studio è costituito da un gruppo di 418 studenti universitari peruviani. Sono stati utilizzati l’Addiction Questionnaire Internet, adattato al caso di Facebook, e il Pittsburgh Sleep Quality Index. I risultati hanno messo in evidenza che una scarsa qualità del sonno prevale nel 53,7% degli studenti, tale percentuale aumenta al 69,4% nel gruppo di studenti con dipendenza da Facebook (dunque, un incremento assoluto di 15,7 punti percentuale). Inoltre, il maggiore effetto di tale fenomeno è sul livello di attività diurna, ossia gli studenti con dipendenza da Facebook  e scarsa qualità del sonno, mostrano un ridotto livello di attivazione e “funzionalità” durante il giorno. I risultati dello studio potrebbero essere interpretati alla luce di più fattori: in primo luogo , gli utenti dipendenti da Facebook si trovano ad utilizzarlo ovunque per molte ore e fino a tarda notte, il che potrebbe giustificare i maggiori livelli di sonnolenza. In secondo luogo, alcuni servizi erogati dal sito, ad esempio, messaggistica, giochi ed altro, potrebbero creare di per sé uno stato di dipendenza, la quale è strettamente associata ad una alterazione del sonno. I dati forniti da questo studio sono iniziali ed indicativi ma certamente aprono possibilità di ricerca per futuri approfondimenti.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.plosone.org/article/fetchObject.action?uri=info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0059087&representation=PDF

Fonte

Wolniczak I., et al. (2013). Association between Facebook Dependence and Poor Sleep Quality: A Study in a Sample of Undergraduate Students in Peru. Plos One, 8(3).

L’evitamento visivo nelle fobie

La paura è un’emozione che influenza fortemente ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione e ciò che, invece, ignoriamo. Alcuni circuiti neurali, tra quelli più arcaici, sono in grado di garantire la rapida focalizzazione dell’attenzione sulle potenziali fonti di minaccia, al fine di predisporre immediatamente l’organismo ad una risposta adeguata. In letteratura vengono distinti diversi tipi di meccanismi di distribuzione dell’attenzione: precoci, automatici, e controllati. Gli individui fobici ed ansiosi sono caratterizzati dal cosiddetto modello di “vigilanza-evitamento”, il che implica un primo indirizzamento automatico dell’attenzione verso una fonte di minaccia, ma la successiva deviazione dell’attenzione da essa, quando entrano in gioco processi cognitivi più controllati.

Lo studio di seguito proposto ha avuto come obiettivo quello di scoprire i meccanismi sia centrali che autonomici alla base dell’evitamento visivo in soggetti con fobia specifica (fobia dei ragni). E’ stato verificato se lo sguardo (il tempo di fissazione dello stimolo ragno, registrato attraverso eye tracking) è direttamente correlato a valutazioni cognitive di rischio e a sensazioni soggettive di paura. Durante le sessioni sperimentali, ai partecipanti (soggetti con fobia dei ragni e non) veniva chiesto di immaginare di trovarsi in una foresta con la possibilità di incontrare ragni, serpenti e uccelli. In ogni prova sperimentale, i partecipanti vedevano una foto della località seguita dalla foto di un ragno, serpente, o un uccello; veniva poi stimato il rischio di poter incontrare questi animali (valutazione cognitiva), e valutata l’intensità della loro reazione di paura (sensazione soggettiva). Durante l’esecuzione delle attività, sono stati registrati i movimenti oculari dei partecipanti e le loro reazioni fisiologiche (frequenza cardiaca e la conduttanza cutanea).

I risultati hanno mostrato che il maggiore evitamento visivo dimostrato dai partecipanti con fobia, era strettamente correlato ad una più alto arousal e ad una iperattivazione dell’amigdala, della corteccia orbitofrontale e della corteccia cingolata anteriore. Inoltre, l’evitamento visivo dei soggetti fobici era accompagnato da una riduzione del rischio cognitivo di incontrarli. I soggetti di controllo, al contrario, hanno mostrato una correlazione positiva tra durata sguardo verso ragni e risposta del sistema nervoso autonomo, mentre la valutazione del rischio diminuiva all’aumentare dell’esposizione allo stimolo. Secondo gli autori, il motivo per cui i soggetti con fobia evitano l’informazione fobica potrebbe essere ascrivibile all’aumentata attività dei circuiti della paura, i quali segnalano la potenziale minaccia. A causa della mancanza di efficienti strategie alternative di regolazione, l’evitamento visivo potrebbe avere la funzione di ridurre le valutazioni cognitive di rischio legate agli stimoli fobici. I soggetti di controllo, al contrario, potrebbero essere caratterizzati da uno stile di coping diverso, per cui focalizzare l’attenzione su informazioni potenzialmente pericolose potrebbe aiutarli a ridurre le valutazioni cognitive di rischio.

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3668156/pdf/fnhum-07-00194.pdf

Fonte

Aue T., Hoeppli  M.E., Piguet C., Sterpenich V., Vuilleumier P. (2013). Visual avoidance in phobia: particularities in neural activity, autonomic responding, and cognitive risk evaluations. Frontiers in Human Neuroscience, 7(194).

Riconoscimento delle emozioni negli anziani

Anche se la capacità di riconoscere le emozioni attraverso i movimenti del viso e del corpo è di vitale importanza per la vita di tutti i giorni, numerosi studi hanno mostrato che gli anziani sono meno abili a identificare le emozioni rispetto ai giovani. I risultati di tali ricerche hanno mostrato un maggiore declino nella capacità di riconoscere le emozioni negative rispetto a quelle positive. Allo stesso tempo, tali risultati hanno sollevato problemi metodologici in relazione alle diverse modalità con cui viene valutata la decodifica dell’emozione. L’obiettivo principale dello studio di seguito proposto, è stato quello di identificare i meccanismi sottostanti il deficit nel riconoscimento delle emozioni, a tale scopo sono stati condotti due esperimenti. I compiti sperimentali prevedevano l’utilizzo di immagini sia statiche che dinamiche. Il campione era costituito da 208 adulti provenienti dalla Grecia, di età compresa tra 18-86 anni. Nel primo esperimento , i due gruppi di soggetti (anziani e giovani) sono stati confrontati in un compito di identificazione di emozioni discrete mostrate attraverso stimoli statici (espressioni facciali), mentre nel secondo esperimento sono stati utilizzati stimoli dinamici (brevi video clip in cui venivano presentate informazioni sia visive che uditive).

I risultati ottenuti suggeriscono che le abilità di riconoscimento delle emozioni non sembrano essere così danneggiate come presupposto, ma sono fortemente correlate alle caratteristiche dello stimolo. Infatti, dai dati raccolti è emerso che gli anziani possono riconoscere con precisione le emozioni in stimoli dinamici, ciò che sembra essere compromessa è la capacità di riconoscere emozioni negative da immagini statiche di volti, e tale deficit sembrerebbe, inoltre, essere esacerbato dal un possibile declino cognitivo.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://ambadylab.stanford.edu/pubs/2010KrendlAmbady-APA.pdf

Fonte

Krendl A.C., Ambady N. (2010) Older Adults’ Decoding of Emotions: Role of Dynamic Versus Static Cues and Age-Related Cognitive Decline. Psychology and Aging, 25( 4), 788-793.

Working memory spaziale e discalculia

La memoria di lavoro (workin memory – WM) è implicata nel rendimento scolastico, sia per gli aspetti che riguardano la comprensione della lettura sia la matematica. Molti studi hanno confermato il ruolo cruciale della WM nella matematica, infatti si presuppone l’esistenza di un “magazzino” usato nel calcolo aritmetico deputato a “mantenere” per un breve periodo di tempo le informazioni necessarie al problema o alla soluzione. La componente dell’esecutivo centrale della WM (un sistema di controllo attentivo coinvolto nel coordinamento della prestazione), gioca un ruolo importante in semplici addizioni e moltiplicazioni. Invece, il circuito fonologico, deputato al mantenimento e ripasso di informazioni verbali,  sembra essere indispensabile in addizioni e moltiplicazioni complesse. Tuttavia, il rapporto tra discalculia e memoria di lavoro può variare in funzione del tipo di difficoltà aritmetica coinvolta.

L’obiettivo principale dello studio di seguito presentato è quello di esaminare la prestazione di bambini con discalculia e scarse capacità di problem-solving in compiti di memoria di lavoro visiva e spaziale, che comportano alti e bassi livelli di attenzione controllata. I risultati hanno rivelato che i bambini con discalculia, rispetto a bambini con sviluppo tipico, hanno avuti prestazioni peggiori ai compiti di WM spaziale (sia con basso che con alto controllo attentivo). Essi, inoltre, hanno commesso un maggior numero di errori di intrusione nel compito di WM spaziale con alto controllo attentivo, rispetto al gruppo di controllo. Il campione è stato poi suddiviso in due: bambini con gravi difficoltà di calcolo e bambini con basso rendimento matematico. Confronti tra questi due sottogruppi hanno posto in evidenza come solo i bambini con gravi difficoltà matematiche fallivano nei compiti di memoria di lavoro spaziale.

I risultati potrebbero essere discussi in base alle loro implicazioni cliniche, in particolare considerando che i bambini con discalculia potrebbero beneficiare di training di WM spaziali per risolvere i problemi aritmetici. Ad esempio, creare delle rappresentazioni spaziali del problema aritmetico, a partire da compiti che coinvolgono bassi livelli di attenzione controllata.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://wmlabs.psy.unipd.it/Publication/mammarella/Passolunghi,%20Mammarella_2011_Journal%20of%20Learning%20Disabilities.pdf

Fonte

Passolunghi M.C., Mammarella I.C. (2011) Selective Spatial Working Memory Impairment in a Group of Children With Mathematics Learning Disabilities and Poor Problem-Solving Skills. Journal of Learning Disabilities.

Ansia da matematica

Gli atteggiamenti e le emozioni verso la matematica sono un tema importante, soprattutto in considerazione del fatto che molte persone hanno un atteggiamento molto negativo nei confronti di questa materia. In alcuni casi l’avversione è così forte da provocare uno stato d’ansia tale da inficiare la stessa prestazione. Gli atteggiamenti verso la matematica e l’ansia da matematica, in particolare, sono stati oggetto di interesse dei ricercatori per lungo tempo. Tuttavia, la maggior parte di tali studi ha prestato poca attenzione agli atteggiamenti nei bambini più piccoli, o ai fattori che influenzano il loro sviluppo. I risultati ottenuti  sono un po’ contrastanti: alcuni studi suggeriscono che l’ansia da matematica è rara nei bambini e che gli atteggiamenti diventano gravemente negativi solo in seguito, altri invece sostengono che essa sia presente fin dalla tenera età. Una delle questioni maggiormente dibattute riguarda la possibilità che l’ansia da matematica sia solo una forma di ansia da prestazione accademica: tuttavia, il confronto tra stati di ansia legati a diverse abilità accademiche, ha posto in rilievo il peso maggiore della matematica. Altre domande riguardano il peso di fattori, quali differenze culturali o di genere, la qualità dell’insegnamento, la trasmissione intergenerazionale, il tipo di strategie usate, etc.

L’articolo di seguito proposto cerca di esaminare le attitudini alla matematica in età diverse, con una particolare attenzione all’infanzia, e di indagare alcuni dei fattori associati ad atteggiamenti e reazioni emotive nei confronti della matematica.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.hindawi.com/journals/cdr/2012/238435/

Fonte

Dowker A., Ashcraft M., Krinzinger H. (2012) The Development of Attitudes and Emotions Related to Mathematics. Child Development Research.

Cyberdipendenza

La cyberdipendenza, o dipendenza da internet (Internet Addiction Disorder- IAD) è una delle più nuove dipendenze comportamentali. Stime recenti evidenziano la sua elevata prevalenza nei giovani, dimostrando che l’uso sbagliato di internet è un comportamento potenzialmente disadattivo con gravi conseguenze. Inoltre, c’è stato molto disappunto nella progettazione del DSM-V su come concettualizzare questa relativamente nuova condizione, o il suo nucleo patologico. Sulla base di questo background, identificare qualsiasi tipo di marker biologico, contribuirebbe a migliorare la validità diagnostica. Le basi neurali delle dipendenze da sostanze sono state ampiamente studiate e meglio “stabilite” rispetto ad altre forme di ‘dipendenza’ (ad esempio, le dipendenze comportamentali).

Finora, numerosi studi hanno posto in evidenza il ruolo della corteccia orbitofrontale (OFC) nelle dipendenze patologiche. Alcuni autori suggeriscono che la OFC è una delle aree corticali frontali maggiormente implicate nella tossicodipendenza.

Studi recenti hanno riportato che le anomalie strutturali nella OFC potrebbero precedere e contribuire al rischio di utilizzo di cannabis nei giovani. Sulla base di queste evidenze, gli autori dell’articolo di seguito proposto, hanno ipotizzato che gli adolescenti con dipendenza da Internet avrebbero mostrato anomalie strutturali della OFC, preferenzialmente nell’emisfero destro. In particolare è stato condotto un confronto dello spessore corticale in adolescenti con e senza dipendenza da internet.

I risultati hanno confermato che gli adolescenti di sesso maschile con dipendenza da internet mostrano una riduzione significativa dello spessore corticale nella OFC laterale destra. Ciò lascia supporre che le alterazioni strutturali della OFC riflettono un indicatore neurobiologico dei disturbi legati alla dipendenza in generale.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1744-9081-9-11.pdf

Fonte

Hong S.B. et al. (2013) Reduced orbitofrontal cortical thickness in male adolescents with internet addiction. Behavioral and Brain Functions, 9(11).