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Archive for: luglio 2013

Terapia basata sulla Mindfulness

Uno dei fondamenti di base della tradizionale terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è stato quello di sfidare direttamente il pensiero irrazionale di un individuo (cioè le cognizioni erronee) che portano a comportamenti disadattivi. Alcuni dei più recenti approcci in CBT, invece, si concentrano meno sull’impegnativa modalità di pensiero irrazionale o negativa di un individuo e di più sulla modifica del rapporto dell’individuo con i suoi pensieri e sentimenti attraverso l’accettazione e la consapevolezza. Anche se è stato accettato solo di recente nella tradizione cognitivo comportamentale, c’è stato un intenso interesse, sviluppo, applicazione e ricerca sulle terapie mindfulness-based. Gli approcci mindfulness-based variano nelle loro componenti, ma tipicamente comprendono uno o più dei seguenti elementi: una pratica di meditazione personale basata sulla concentrazione e/o esercizi di meditazione contemplativa, pratiche comportamentali, strategie cognitive, e strategie empatiche. Tutte queste tecniche sono viste collettivamente come elementi di training della mente.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.buddhismandpsychotherapy.org/wp-content/uploads/2011/08/Singh_et_al_Mindfulness_and_CBT_BCP_2008.pdf

Fonte

Singh N.N., Lancioni G.E., Wahler R.G., Winton A.S.W., Singh J. (2008). Mindfulness Approaches in Cognitive Behavior Therapy. Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 36, 659–666.

Atti comunicativi intenzionali nell’autismo

I criteri diagnostici del DSM-IV per l’autismo si basano su menomazioni sostanziali nella comunicazione e nelle interazioni sociali. Secondo alcune stime, circa il 25% delle persone con autismo non intraprende un discorso intenzionalmente. Inoltre, essi tendono anche a mostrare comportamenti restrittivi, ripetitivi e stereotipati. Inoltre, i bambini con autismo “non verbali” usano comportamenti meno complessi nei loro atti comunicativi rispetto ai bambini con sviluppo tipico, che usano il linguaggio come principale strumento di comunicazione. Per esempio, se un bambino con autismo vuole un oggetto, semplicemente cercherà di raggiungerlo o compirà un gesto, come esempio indicare. In generale, sono poche le ricerche sistematiche su atti comunicativi intenzionali nei bambini con autismo non-verbali, e quindi, vi è la necessità di prende in esame i rapporti tra l’antecedente di un atto comunicativo , la forma e la funzione dell’atto comunicativo, e la risposta fornita da un insegnante al bambino.

Nello studio di seguito proposto, sono stati esaminati gli atti comunicativi, sia spontanei che evocati in bambini con autismo non-verbali, all’interno di un ambiente naturalistico (in aula). Lo scopo era quello di indagare quali sono gli antecedenti di maggior successo in grado di evocare un atto comunicativo intenzionale; quali sono le forme più comuni di atti comunicativi utilizzate dai bambini con autismo; quali sono le funzioni di tali atti comunicativi; in che modo gli insegnanti rispondono agli atti comunicativi intenzionali realizzati dai bambini con autismo.

Tutti i partecipanti frequentavano la  stessa scuola speciale per bambini con autismo, ma erano in classi diverse. Ciascuno veniva osservato per 30 minuti durante una tipica giornata scolastica. Un osservatore codificava la presenza/assenza di un antecedente, la forma e la funzione dell’atto comunicativo, e la risposta del maestro. I risultati hanno mostrato che circa il 41% degli atti comunicativi osservati erano spontanei, il 59% evocati. I principali antecedenti in grado di evocare degli atti comunicativi erano prompt  verbali, e la maggior parte degli atti comunicativi evocati erano di natura fisica (cioè atti motori e gesti). Invece, l’uso del Picture Exchange Communication System (PECS) era maggiore per gli atti comunicativi spontanei, la cui principale funzione era la richiesta. Sono state poste in evidenza un elevato numero di “non risposta” da parte degli insegnanti, anche a seguito di atti comunicativi evocati. Questi risultati suggeriscono che gli insegnanti non promuovono in maniera attiva la comunicazione intenzionale quanto potrebbero.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.hindawi.com/journals/cdr/2013/296039/

Fonte

Drain S., Engelhardt P.E. (2013) Naturalistic Observations of Nonverbal Children with Autism: A Study of Intentional Communicative Acts in the Classroom . Child Development Research.

Ansia da matematica

Gli atteggiamenti e le emozioni verso la matematica sono un tema importante, soprattutto in considerazione del fatto che molte persone hanno un atteggiamento molto negativo nei confronti di questa materia. In alcuni casi l’avversione è così forte da provocare uno stato d’ansia tale da inficiare la stessa prestazione. Gli atteggiamenti verso la matematica e l’ansia da matematica, in particolare, sono stati oggetto di interesse dei ricercatori per lungo tempo. Tuttavia, la maggior parte di tali studi ha prestato poca attenzione agli atteggiamenti nei bambini più piccoli, o ai fattori che influenzano il loro sviluppo. I risultati ottenuti  sono un po’ contrastanti: alcuni studi suggeriscono che l’ansia da matematica è rara nei bambini e che gli atteggiamenti diventano gravemente negativi solo in seguito, altri invece sostengono che essa sia presente fin dalla tenera età. Una delle questioni maggiormente dibattute riguarda la possibilità che l’ansia da matematica sia solo una forma di ansia da prestazione accademica: tuttavia, il confronto tra stati di ansia legati a diverse abilità accademiche, ha posto in rilievo il peso maggiore della matematica. Altre domande riguardano il peso di fattori, quali differenze culturali o di genere, la qualità dell’insegnamento, la trasmissione intergenerazionale, il tipo di strategie usate, etc.

L’articolo di seguito proposto cerca di esaminare le attitudini alla matematica in età diverse, con una particolare attenzione all’infanzia, e di indagare alcuni dei fattori associati ad atteggiamenti e reazioni emotive nei confronti della matematica.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.hindawi.com/journals/cdr/2012/238435/

Fonte

Dowker A., Ashcraft M., Krinzinger H. (2012) The Development of Attitudes and Emotions Related to Mathematics. Child Development Research.

Cyberdipendenza

La cyberdipendenza, o dipendenza da internet (Internet Addiction Disorder- IAD) è una delle più nuove dipendenze comportamentali. Stime recenti evidenziano la sua elevata prevalenza nei giovani, dimostrando che l’uso sbagliato di internet è un comportamento potenzialmente disadattivo con gravi conseguenze. Inoltre, c’è stato molto disappunto nella progettazione del DSM-V su come concettualizzare questa relativamente nuova condizione, o il suo nucleo patologico. Sulla base di questo background, identificare qualsiasi tipo di marker biologico, contribuirebbe a migliorare la validità diagnostica. Le basi neurali delle dipendenze da sostanze sono state ampiamente studiate e meglio “stabilite” rispetto ad altre forme di ‘dipendenza’ (ad esempio, le dipendenze comportamentali).

Finora, numerosi studi hanno posto in evidenza il ruolo della corteccia orbitofrontale (OFC) nelle dipendenze patologiche. Alcuni autori suggeriscono che la OFC è una delle aree corticali frontali maggiormente implicate nella tossicodipendenza.

Studi recenti hanno riportato che le anomalie strutturali nella OFC potrebbero precedere e contribuire al rischio di utilizzo di cannabis nei giovani. Sulla base di queste evidenze, gli autori dell’articolo di seguito proposto, hanno ipotizzato che gli adolescenti con dipendenza da Internet avrebbero mostrato anomalie strutturali della OFC, preferenzialmente nell’emisfero destro. In particolare è stato condotto un confronto dello spessore corticale in adolescenti con e senza dipendenza da internet.

I risultati hanno confermato che gli adolescenti di sesso maschile con dipendenza da internet mostrano una riduzione significativa dello spessore corticale nella OFC laterale destra. Ciò lascia supporre che le alterazioni strutturali della OFC riflettono un indicatore neurobiologico dei disturbi legati alla dipendenza in generale.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1744-9081-9-11.pdf

Fonte

Hong S.B. et al. (2013) Reduced orbitofrontal cortical thickness in male adolescents with internet addiction. Behavioral and Brain Functions, 9(11).

Effetti del rilassamento musicale nel disturbo post-traumatico

Il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è caratterizzata da sintomi che si sviluppano a seguito dell’esposizione ad eventi di vita traumatici e che causano una esperienza immediata di paura intensa, impotenza o di orrore. PTSD è connotato dalla presenza di incubi ricorrenti e da disturbi del sonno. Gli individui con PTSD rispondono poco ai trattamenti farmacologici per l’insonnia. Gli svantaggi di un trattamento farmacologico per l’insonnia sottolineano l’importanza di alternative non farmacologiche.

Lo studio di seguito riportato, condotto all’Haemek Medical Center di Afula, in Israele, ha avuto tre obiettivi: in primo luogo, confrontare l’efficacia di due tecniche di rilassamento (rilassamento muscolare e il rilassamento con musica) per alleviare l’insonnia tra gli individui con PTSD utilizzando sia misure oggettive e soggettive della qualità del sonno; in secondo luogo, esaminare se questi due tecniche hanno effetti diversi sugli indicatori psicologici di PTSD, come la depressione e l’ansia, e, infine, di esaminare come la gravità iniziale dei sintomi e misure emotive di base sono legate al rendimento di questi due metodi di rilassamento. Hanno partecipato allo studio tredici pazienti con PTSD senza altre principali disturbi psichiatrici o neurologici. Lo studio comprendeva sette giorni di training, un periodo di non-trattamento, seguito da due sessioni sperimentali ciascuna di sette giorni. I trattamenti erano costituiti o da rilassamento con musica o da tecniche di rilassamento muscolare (metodo Jacobson) eseguiti prima di andare a letto. Durante ciascuna di queste tre sessioni sperimentali, il sonno dei soggetti è stato continuamente monitorato con un actigrafo da polso, e ai soggetti è stato chiesto di compilare alcuni questionari sulla qualità del sonno, la depressione, e l’ansia. Le analisi condotte hanno rivelato un aumento significativo sia oggettivo che soggettivo dell’efficienza del sonno e una significativa riduzione nel livello di depressione in seguito al rilassamento con musica. Inoltre, con tale metodologia, l’aumento nell’efficienza del sonno è risultato correlato ad una diminuzione nella scala della depressione.

I risultati dello studio forniscono la prova che il rilassamento con musica prima di andare a letto può essere usato come trattamento per l’insonnia tra gli individui con PTSD.

Abstract

Posttraumatic stress disorder (PTSD), an anxiety disorder with lifetime prevalence of 7.8%, is characterized by symptoms that develop following exposure to traumatic life events and that cause an immediate experience of intense fear, helplessness or horror. PTSD is marked by recurrent nightmares typified by the recall of intrusive experiences and by extended disturbance throughout sleep. Individuals with PTSD respond poorly to drug treatments for insomnia. The disadvantages of drug treatment for insomnia underline the importance of non-pharmacological alternatives. Thus, the present study had three aims: first, to compare the efficiency of two relaxation techniques (muscular relaxation and progressive music relaxation) in alleviating insomnia among individuals with PTSD using both objective and subjective measures of sleep quality; second, to examine whether these two techniques have different effects on psychological indicators of PTSD, such as depression and anxiety; and finally, to examine how initial PTSD symptom severity and baseline emotional measures are related to the efficiency of these two relaxation methods. Thirteen PTSD patients with no other major psychiatric or neurological disorders participated in the study. The study comprised one seven-day running-in, no-treatment period, followed by two seven-day experimental periods. The treatments constituted either music relaxation or muscle relaxation techniques at desired bedtime. These treatments were randomly assigned. During each of these three experimental periods, subjects’ sleep was continuously monitored with a wrist actigraph (Ambulatory Monitoring, Inc.), and subjects were asked to fill out several questionnaires concerned with a wide spectrum of issues, such as sleep, depression, and anxiety. Analyses revealed a significant increase in objective and subjective sleep efficiency and a significant reduction in depression level following music relaxation. Moreover, following music relaxation, a highly significant negative correlation was found between improvement in objective sleep efficiency and reduction in depression scale. The study‘s findings provide evidence that music relaxation at bedtime can be used as treatment for insomnia among individuals with PTSD.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.pagepress.org/journals/index.php/mi/article/view/mi.2012.e13/3597

Fonte:

Blanaru M. , Bloch B., Vadas L., Arnon Z., Ziv N., Kremer I., Haimov I.(2012). The effects of music relaxation and muscle relaxation techniques on sleep quality and emotional measures among individuals with posttraumatic stress disorder. Mental Illness, 4:e13, 59-65.

Perché le persone usano Facebook?

Il crescente utilizzo dei siti di social networking (SNS) ha spinto gli studiosi ad indagare il ruolo che essi svolgono nella costruzione dell’identità.  I SNS sono definiti come servizi internet che forniscono all’utente tre importanti funzionalità: primo, la possibilità di costruire un profilo pubblico o semi-pubblico, secondo, la possibilità di stilare un elenco di altri utenti con cui condividere la connessione, e in terzo luogo, la possibilità di visualizzare e monitorare le connessioni personali così come quelle fatte dagli altri. Il più popolare dei SNS è Facebook (FB), che nel settembre 2012 ha raggiunto la quota di un miliardo di utenti attivi. Dati basati su un report di comScore (Lipsman, 2011), vedono FB come il primo sito di social networking con circa 157,2 milioni di visitatori al mese, seguito da  MySpace (34,9 milioni di visitatori al mese), Linkedin (33,4 milioni di visitatori al mese) e Twitter (27,0 milioni di visitatori al mese).

Gli studi che esaminano l’impatto di FB sulla costruzione dell’identità hanno valutato specifiche caratteristiche di personalità associate all’uso FB così come al ruolo che esso svolge nella rappresentazione di sé dell’utente.

L’articolo proposto, conduce una revisione sistematica della letteratura esistente riguardo i fattori psicologici che contribuiscono all’uso FB, cercando di chiarire le motivazioni di tale utilizzo.

I risultati hanno condotto all’elaborazione di un modello a due fattori secondo cui l’utilizzo FB è determinato principalmente da due bisogni sociali di base: (1) il bisogno di appartenenza e (2) e il bisogno di auto-presentazione. Il bisogno di appartenenza si riferisce ad una necessità intrinseca di affiliarsi ad altri e ottenere accettazione sociale, e la necessità di auto-presentazione al continuo processo di gestione della propria immagine. Questi due fattori motivazionali possono coesistere o agire in modo indipendente ed essere influenzati da una serie di altre fattori, tra cui il background culturale, le variabili socio-demografiche, e tratti di personalità, come introversione, estroversione, timidezza,  narcisismo, nevroticismo e autostima.

Sulla base di questo modello, gli autori ipotizzano spunti di ricerca futuri. Ad esempio, si propone di esaminare la differenza nell’ uso di FB tra culture individualistiche e collettivistiche ed inoltre esaminare se esso assume connotazioni diverse nei diversi gruppi culturali.

Abstract

The social networking site, Facebook, has gained an enormous amount of popularity. In this article, we review the literature on the factors contributing to Facebook use. We propose a model suggesting that Facebook use is motivated by two primary needs: (1) The need to belong and (2) the need for self-presentation. Demographic and cultural factors contribute to the need to belong, whereas neuroticism, narcissism, shyness, self-esteem and self-worth contribute to the need for self presentation. Areas for future research are discussed.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3335399/pdf/nihms-338333.pdf

Fonte:

Nadkarni A., Hofmann S. G. (2012) Why Do People Use Facebook? Personality and Individual Differences, 52(3), 243-249.

Elaborazione delle espressioni facciali nella fobia sociale

In quanto esseri sociali, ogni giorno incontriamo una moltitudine di facce e molte di esse esibiscono una particolare espressione emotiva. Tali espressioni sono potenti segnali sociali che veicolano informazioni sullo stato emotivo e intenzionale delle persone che ci circondano. Una serie di studi sul riconoscimento delle espressioni facciali emotive in pazienti con danno bilaterale all’amigdala, hanno suggerito che l’amigdala è responsabile dell’orientamento dell’attenzione  verso quelle caratteristiche di un volto umano che veicolano informazioni emozionali (ad esempio, gli occhi). Altri studi hanno dimostrato che i pazienti affetti da fobia sociale mostrano una maggiore attivazione dell’amigdala di fronte ad un’espressione facciale emotiva. Dal punto di vista neurobiologico, una iperattivazione dell’amigdala può portare ad una maggiore consapevolezza delle caratteristiche salienti di volti umani emotivi.

Teorie cognitive sull’ansia sociale prevedono che gli individui socialmente ansiosi mostrino maggiore vigilanza per i segni di minaccia sociale nel loro ambiente, come ad esempio respingendo un’espressione facciale o uno sguardo penetrante. Si ipotizza che questa maggiore vigilanza per la minaccia – nota come bias attentivo – possa rappresentare un fattore causale o di mantenimento dell’ansia sociale. È importante sottolineare che, Clark e Wells suggeriscono che individui socialmente ansiosi dovrebbero anche mostrare un evitamento strategico di stimoli minacciosi. Dalla combinazione di queste due proposizioni è stato elaborato un modello “vigilanza-evitamento”  (Mogg e Bradley, 1988), il quale prevede che l’iniziale vigilanza automatica della minaccia venga seguita da un evitamento strategico.

Numerose ricerche hanno dimostrato che le persone con fobia sociale differiscono dai controlli nella loro elaborazione delle facce emotive. Per esempio, le persone con fobia sociale mostrano una maggiore attenzione ai volti minacciosi presentati per un breve intervallo di tempo. Tuttavia, quando i tempi di esposizione aumentano, la direzione di questo bias attentivo è meno chiaro. Studi che analizzano i movimenti oculari hanno riscontrato sia un aumento che un decremento dell’attenzione per  volti minacciosi nei partecipanti socialmente ansiosi. Lo studio presentato di seguito, ha analizzato i movimenti oculari relativi all’osservazione di volti emotivi in ​​otto pazienti con fobia sociale e 34 controlli. Sono stati utilizzati tre compiti diversi, i quali differivano nel tempo di esposizione degli stimoli, allo scopo di indagare la direzione dell’attenzione nel corso del tempo.  Nella condizione di breve esposizione, i pazienti hanno mostrato un complesso schema sia di vigilanza che di evitamento di facce minacciose. All’aumentare dell’intervallo di esposizione, i pazienti tendono ad evitare precise parti del volto rispetto ai controlli. Nello specifico, evitano gli occhi relativi ad espressioni facciali di tristezza, disgusto, mentre non vi erano differenze tra i gruppi in relazione ai volti arrabbiati.

Abstract

Previous research has found that individuals with social phobia differ from controls in their processing of emotional faces. For instance, people with social phobia show increased attention to briefly presented threatening faces. However, when exposure times are increased, the direction of this attentional bias is more unclear. Studies investigating eye movements have found both increased as well as decreased attention to threatening faces in socially anxious participants. The current study investigated eye movements to emotional faces in eight patients with social phobia and 34 controls. Three different tasks with different exposure durations were used, which allowed for an investigation of the time course of attention. At the early time interval, patients showed a complex pattern of both vigilance and avoidance of threatening faces. At the longest time interval, patients avoided the eyes of sad, disgust, and neutral faces more than controls, whereas there were no group differences for angry faces.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.pagepress.org/journals/index.php/mi/article/view/mi.2011.e5/3024

Fonte

Staugaard S.R., Rosenberg N.K. (2011) Processing of emotional faces in social phobia. Mental Illness, 3(5), 14-20.

Processi inibitori nella comprensione del testo

La lettura comporta la selezione di informazioni rilevanti al fine di costruire una rappresentazione coerente del significato del testo. Tuttavia, alcuni passaggi del testo possono contenere varie fonti di informazioni irrilevanti, il lettore dunque, per evitare il sovraccarico della capacità di memoria, deve mantenere solo le informazioni importanti e mettere da parte quelle irrilevanti o non più utili. Le informazioni irrilevanti possono danneggiare il mantenimento di quelle pertinenti e dunque la loro integrazione, nonché la comprensione e memorizzazione del testo. Alcune ricerche hanno posto in evidenza come una cattiva comprensione del testo potesse essere attribuita alle conoscenze del lettore in relazione all’argomento letto, alla capacità di monitorare la propria comprensione e regolare le strategie di lettura, e alla memoria di lavoro.

E’ stato inoltre dimostrato che difficoltà nei processi inibitori caratterizzano le prestazioni dei cattivi lettori. L’inefficienza inibitoria del cattivo lettore è spesso valutata sulla base della loro resistenza all’interferenza proattiva, che è la capacità di sopprimere le informazioni fornite non inerenti all’obiettivo del compito. Bambini dai 10 agli 11 anni, buoni e cattivi lettori, sono stati sottoposti a diversi compiti che valutavano, oltre alle capacità di Working Memory,  la resistenza all’interferenza proattiva (errori di intrusione), la risposta a distrattori (Testo Con Distrattori) e la capacità di inibizione della (test  di Stroop e Hayling). Lo scopo dello studio proposto, è stato proprio quello di determinare se fattori inibitori (generali o specifici) potessero influenzare le difficoltà di lettura dei cattivi lettori. I risultati hanno mostrato che i cattivi lettori hanno maggiori difficoltà nei compiti di WM e nei compiti che valutano la resistenza all’interferenza proattiva. Ciò suggerisce che le difficoltà nella comprensione dei cattivi lettori, potrebbero essere ascrivibili a specifici problemi inibitori.

Abstract

Difficulties in inhibitory processes have been shown to characterize the performance of poor comprehenders. However, the inhibitory inefficiency of poor comprehenders is most often assessed by their resistance to proactive interference, that is, the ability to suppress off-goal task information from working memory (WM). In two studies tasks assessing resistance to proactive interference (intrusion errors), response to distracters (Text With Distracters task) and prepotent response inhibition (Stroop and Hayling tests), along with WM measures, were administered to children aged 10 to 11, both good and poor comprehenders. The aim of the study was to specifically determine whether general or specific inhibitory factors affect poor comprehenders’ reading difficulties. Results showed that poor comprehenders, compared to good ones, are impaired in WM tasks and in inhibitory tasks that assess resistance to proactive interference. This suggests that reading comprehension difficulties of poor comprehenders are related to specific inhibitory problems.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://wmlabs.psy.unipd.it/Publication/borella/Borella,%20Carretti,%20Pelegrina_2010_The%20specific%20role%20of%20inhibition%20in%20reading%20comprehension%20in%20good%20and%20poor%20comprehenders.pdf

Fonte

Borella E., Carretti B., Pelegrina S. (2010) The Specific Role of Inhibition in Reading Comprehension in Good and Poor Comprehenders. Journal of Learning Disabilities, XX(X), 1-12.

Teach with Technology

Sia gli educatori che gli studenti hanno regole, strategie e modelli di apprendimento che si differenziano a seconda dell’età. Pertanto, è fondamentale identificare modalità di utilizzo delle tecnologie,  adeguate e  coerenti rispetto al target dell’intervento, al fine di produrre efficaci strategie di insegnamento e stimolare un vero e proprio percorso di “elaborazione attiva” delle informazioni. In proposito, è noto che l’uso di giochi e nuove tecnologie è particolarmente appropriato per i giovani, ma difficile in contesti di apprendimento formali, con adulti abituati a diversi tipi di formazione. A partire da ciò, il progetto “Teaching to Teach with Technology (T3)” (finanziato dal Programma Europeo Life Long Learning Leonardo Da Vinci, www.t3.unina.it ) ha costruito e validato un innovativo programma per docenti/formatori , dimostrando  in maniera realistica come sfruttare le tecniche avanzate nell’ambito dell’insegnamento. Nell’articolo di seguito proposto, sono delineate le principali fasi del progetto.

I risultati del programma T3 sottolineano l’importanza di un apprendimento basato sul gioco, chiarendo che si tratta di un equilibrio tra conoscenze concettuali (circa l’insegnamento) e procedurali (insegnando come fare). In breve, tecnologie avanzate (giochi per computer, la realtà aumentata, la robotica) potrebbero risolvere molti dei limiti dei metodi didattici tradizionali; i giochi hanno la capacità di motivare l’apprendimento, aumentare la conoscenza e l’acquisizione di abilità e supportare i metodi di insegnamento tradizionali.

Abstract

In a recent review-article Selfton-Green has discussed different definitions of formal and informal learning linked to the context of learning. Both trainers and students have rules, strategies and learning patterns that differ according to age. Therefore, it is crucial to identify strategies of using technology that will be appropriate and consistent with the target of the intervention, in order to produce effective teaching strategies and able to stimulate a real path of “active processing” of information. In this respect, it is known that the use of serious games is particularly appropriate for young people, but the use of new technologies is difficult in formal learning contexts, with mature individuals accustomed to different types of training. Against this background, the “Teaching to Teach with Technology (T3)” project (funded by the EU Leonardo Da Vinci Life Long Learning Program, www.t3.unina.it) designed and validated an innovative teacher/trainer program, demonstrating realistic ways of exploiting advanced techniques within the real constraints facing teachers in their work. This contribution presents main steps of this project (in which university teaching staff, school teachers and trainers familiarize with technologies and simulated learning sessions), with a specific focus on the selection of technologies, and discusses the future implications for educational programs. Results of T3 program are consistent with the literature and they stress the importance of game-based learning, clarifying that it is a balance between conceptual (teaching about) and procedural (teaching how to do) knowledge. In brief, advanced games technologies (computer games, augmented reality, robotics) could address many of the limitations of traditional instructional methods; games have the ability to motivate learning, increase knowledge and skill acquisition and support traditional teaching methods.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.studiopsicologia.napoli.it/angelorega.net/download/pubblicazioni/LGA05-Sica.pdf

Fonte

Sica L.S., Nigrelli M.L., Rega A., Miglino O. (2011). The “Teaching to Teach with Technology” Project: Promoting Advanced Games Technologies in Education. International Conference The Future Of Education

The embodied mind extended: using words as social tools

The extended mind view and the embodied-grounded view of cognition and language are typically considered as rather independent perspectives. In this paper we propose a possible integration of the two view sand support it proposing the idea of “Words As social Tools”(WAT). In this respect, we will propose that words, also due to their social and public character, can be conceived as quasi-external devices that extend our cognition. Moreover, words function like tools in that they enlarge the bodily space of action thus modifying our sense of body. To support our proposal, we review the relevant literature on tool-use and on words as tools and report recent evidence indicating that word use leads to an extension of space close to the body. In addition, we outline a model of the neural processes that may underpin bodily space extension via word use and may reflect possible effects on cognition of the use of words as external means. We also discuss how reconciling the two perspectives can help to overcome the limitations they encounter if considered independently.

Full Article      http://puma.isti.cnr.it//rmydownload.php?filename=cnr.istc/cnr.istc/2013-A0-022/2013-A0-022_0.pdf

Source

Borghi A.M, Scorolli C.,  Caligiore D., Baldassarre G., Tummolini L. (2013). The embodied mind extended: using words as social tools. Frontiers in psychology, 4, 1-10.