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ADHD: assenze a scuola

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è una condizione neuropsichiatrica comune nei bambini, con una prevalenza stimata del 3-7%. Una ricca letteratura parla degli oneri che l’ADHD impone ai pazienti, alle famiglie e alla società nel suo complesso, riassumibili in: effetti  negativi sull’educazione individuale, sulla qualità di vita dei familiari, e maggiori costi per i servizi sanitari.

Difficoltà sociali ed emotive sono particolarmente comuni  nei bambini con ADHD. Per quanto riguarda gli aspetti sociali, le difficoltà possono riguardare e/o condurre a conflitti in famiglia e problemi con i coetanei. Le difficoltà emotive spesso includono scarsa autoregolazione emotiva, aggressività, e ridotta empatia. Condizioni di salute mentale di comorbidità, tra cui l’ansia e la depressione, sono estremamente tipiche fra i bambini con ADHD. Numerosi studi hanno dimostrato come tali difficoltà siano associate ad una maggiore compromissione funzionale e risultati scolastici peggiori.

Lo studio qui proposto ha avuto come obiettivo principale quello di esaminare l’impatto della co-occorrenza di difficoltà sociali ed emotive sulle assenze scolastiche e sull’utilizzo dei servizi sanitari, nei bambini con deficit di attenzione e  iperattività. I dati provengono dal Sample Child Core del NHIS 2007 (US National Health Interview Survey), sono basati su domande inerenti aspetti  demografici, salute, trattamento sanitario, e lo status sociale ed emotivo, somministrate ai genitori. Le analisi statistiche condotte, hanno permesso di porre in evidenza come i bambini con ADHD e comorbidità per depressione, ansia, o  fobie avevano una maggiore probabilità di effettuare più di 2 settimane di assenza a scuola, più di 6 visite presso un operatore sanitario , e più di  2 visite al pronto soccorso, rispetto ai bambini con ADHD senza altri disturbi in comorbidità. Inoltre, bambini con ADHD che erano preoccupati, infelici o avevano difficoltà emotive e relazionali presentavano maggiori probabilità di assenze scolastiche e ricorso a servizi sanitari, rispetto ai bambini che non riportavano tali difficoltà.

Lo studio, dunque, pone in evidenza il forte impatto delle difficoltà sociali ed emotive nei bambini con ADHD sia sulla frequenza a scuola sia sul ricorso a servizi sanitari. Tuttavia, tali risultati dovrebbero essere considerati alla luce della natura limitata delle prove utilizzate per la valutazione dei problemi sociali ed emotivi.

Abstract

The objective of this study was to examine the impact of co-occurring social and emotionaldifficulties on missed school days and healthcare utilization among children with attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD). Data were from the 2007 U.S. National Health Interview Survey (NHIS) and were based on parental proxy responses to questions in the Sample Child Core, which includes questions on demographics, health, healthcare treatment, and social and emotional status as measured by questions about depression, anxiety, and phobias, as well as items from the brief version of the Strength and Difficulties Questionnaire (SDQ). Logistic regression was used to assess the association between co-occurring social and emotional difficulties with missed school days and healthcare utilization, adjusting for demographics. Of the 5896 children aged 6–17 years in the 2007 NHIS, 432 (7.3%) had ADHD, based on parental report. Children with ADHD and comorbid depression, anxiety, or phobias had significantly greater odds of experiencing > 2 weeks of missed school days, ≥ 6 visits to a healthcare provider (HCP), and ≥ 2 visits to the ER, compared with ADHD children without those comorbidities (OR range: 2.1 to 10.4). Significantly greater odds of missed school days, HCP visits, and ER visits were also experienced by children with ADHD who were worried, unhappy/depressed, or having emotional difficulties as assessed by the SDQ, compared with ADHD children without those difficulties. In children with ADHD, the presence of social and emotional problems resulted in greater odds of missed school days and healthcare utilization. These findings should be viewed in light of the limited nature of the parent-report measures used to assess social and emotional problems.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.capmh.com/content/pdf/1753-2000-6-33.pdf

Fonte

Classi P., Milton D.,  Ward S.,  Sarsour K., Johnston J. (2012). Social and emotional difficulties in children with ADHD and the impact on school attendance and healthcare utilization. Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health. 6(33), 1-8.

Il ricordo di storie nei soggetti autistici

Le difficoltà nell’interazione sociale sono uno degli aspetti maggiormente compromessi in soggetti con Disturbi dello Spettro Autistico (ASD). Con il termine comportamento sociale reciproco, in genere,  si fa riferimento all’appropriatezza emotiva, nonché al rispetto dell’alternanza di turno nelle interazioni sociali.

Nel trattamento di soggetti con disturbo autistico ad alto funzionamento, le storie sociali sono modi efficaci per esaminare la capacità di impegnarsi in un comportamento sociale, in quanto rappresentano situazioni di la vita reale e includono l’interazione sociale tra personaggi della storia. Inoltre, la capacità di leggere tra le righe è associata alla capacità di seguire le regole non scritte dell’interazione sociale che operano nella vita quotidiana. Infatti, le storie sono state utilizzate in molti studi precedenti per indagare la ‘teoria della mente’ , ossia la capacità di inferire e comprendere gli stati mentali degli altri, così come le loro intenzioni, credenze e desideri.

L’obiettivo dello studio proposto di seguito è stato quello di esaminare le differenze nel recupero di ricordi episodici tra individui con disturbo dello spettro autistico (ASD) e con sviluppo tipico (TD). Precedenti studi hanno mostrato che le somiglianze di personalità tra il lettore e i personaggi della storia facilitano la comprensione della lettura. Ad esempio, soggetti molto estroversi leggono storie con protagonisti estroversi molto più facilmente e comprendono queste storie più rapidamente di quanto fanno i soggetti meno estroversi. Tuttavia, l’impatto dell’effetto della somiglianza nel recupero mnestico rimane poco chiaro. Lo studio ha testato l’ “ipotesi della similarità”, vale a dire che il recupero mnestico  è maggiore quando i lettori con ASD e TD leggono storie che riguardano, rispettivamente, personaggi con ASD e personaggi con caratteristiche di personalità  simili.

Il campione oggetto di studio era composto da un gruppo di diciotto soggetti  con disturbo autistico ad alto funzionamento e un gruppo di diciassette soggetti con sviluppo tipico, appaiati per età e QI. Ai partecipanti è stato chiesto di leggere 24 storie, 12 con protagonisti con caratteristiche ASD, e 12 con protagonisti con sviluppo tipico. I partecipanti leggevano una sola frase per volta e dovevano premere la barra spaziatrice per passare alla frase successiva. Dopo la lettura di tutte le 24 storie, è stato chiesto di completare un compito di riconoscimento relativo ad una frase target per  ogni storia.

I risultati non hanno evidenziato differenze tra i due gruppi di soggetti nei processi di codifica (misurati in base ai tempi di lettura), sono state invece poste in evidenza differenze tra i gruppi nel recupero. Sebbene i soggetti con disturbo autistico hanno dimostrato lo stesso livello di precisione del gruppo di controllo, le loro strategie di recupero differiscono in base ai tempi di risposta. Soggetti con ASD riconoscono in maniera più efficace e più velocemente frasi congruenti con “caratteristiche autistiche” rispetto a quelle incongruenti, e individui con sviluppo tipico hanno prestazioni migliori nel recupero di storie con protagonisti normotipici rispetto a protagonisti ASD.  Dunque, l’ “ipotesi della somiglianza” tra lettore e protagonista della storia, mostra, in questo studio, effetti diversi nel recupero mnestico nei due gruppi. In particolare, i soggetti autistici hanno mostrato un pattern di risposta più specifico per le storie con protagonisti con caratteristiche autistiche, forse perché maggiormente legate alla propria esperienza.

Abstract

The objective of this study was to examine differences in episodic memory retrieval between individuals with autism spectrum disorder (ASD) and typically developing (TD) individuals. Previous studies have shown that personality similarities between readers and characters facilitated reading comprehension. Highly extraverted participants read stories featuring extraverted protagonists more easily and judged the outcomes of such stories more rapidly than did less extraverted participants. Similarly, highly neurotic participants judged the outcomes of stories with neurotic protagonists more rapidly than did participants with low levels of neuroticism. However, the impact of the similarity effect on memory retrieval remains unclear. This study tested our ‘similarity hypothesis’, namely that memory retrieval is enhanced when readers with ASD and TD readers read stories featuring protagonists with ASD and with characteristics associated with TD individuals, respectively. Eighteen Japanese individuals (one female) with high-functioning ASD (aged 17 to 40 years) and 17 age- and intelligence quotient (IQ)-matched Japanese (one female) TD participants (aged 22 to 40 years) read 24 stories; 12 stories featured protagonists with ASD characteristics, and the other 12 featured TD protagonists. Participants read a single sentence at a time and pressed a spacebar to advance to the next sentence. After reading all 24 stories, they were asked to complete a recognition task about the target sentence in each story. To investigate episodic memory in ASD, we analyzed encoding based on the reading times for and readability of the stories and retrieval processes based on the accuracy of and response times for sentence recognition. Although the results showed no differences between ASD and TD groups in encoding processes, they did reveal inter-group differences in memory retrieval. Although individuals with ASD demonstrated the same level of accuracy as did TD individuals, their patterns of memory retrieval differed with respect to response times. Individuals with ASD more effectively retrieved ASD-congruent than ASD-incongruent sentences, and TD individuals retrieved stories with TD more effectively than stories with ASD protagonists. Thus, similarity between reader and story character had different effects on memory retrieval in the ASD and TD groups.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.molecularautism.com/content/pdf/2040-2392-4-20.pdf

Fonte

Komeda H., Kosaka H., N Saito D., Inohara K., Munesue T., Ishitobi M., Sato M., Okazawa H. (2013) Episodic memory retrieval for story characters in high-functioning autism. Molecular Autism.  4:20, 1-9.

Embodied cognition: pensare con le cose

Nel suo recente articolo “Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design”, lo scienziato cognitivo canadese David Kirsch fornisce un accessibile sondaggio di ricerca dello stato dell’arte sulla cognizione umana in relazione agli strumenti. Partendo dalla famosa frase di McLuhan “Noi modelliamo i nostri strumenti e, successivamente, i nostri strumenti ci modellano”, Kirsch delinea i principi fondamentali della cognizione incarnata e le sue vaste implicazioni. Secondo il paradigma, non solo i nostri pensieri, concetti e processi cognitivi sono ben modellati e radicati nella nostra costituzione biologica, ma anche “cose ​​materiali senza vita” si fondono con il nostro io interiore.

L’Embodied Cognition sostiene che il pensiero non si limita al cervello, ma si estende e si basa su parti del nostro corpo e oggetti esterni, che ci permette letteralmente di “pensare con le cose”. Quando interagiamo con uno strumento, rapidamente lo assorbiamo nel nostro apparato cognitivo, ed entriamo in un nuovo “paesaggio enattivo” con nuove disponibilità (affordances) che non potevamo immaginare senza quello strumento. Come lo psicologo Abraham Maslow ha messo in evidenza, “se l’unico strumento che hai è un martello, tratterai tutto come se fosse un chiodo”. L’impatto degli strumenti sul nostro sistema motorio, sulla nostra percezione sinestetica, e la nostra concettualizzazione della realtà, ridisegnano il confini del nostro mondo. Per lo chef, una cucina può costituire molti “paesaggi di cucina”, a seconda del loro stile di cucina, del corso in fase di preparazione, e dello specifico strumento nella loro mano.

L’interfaccia tra l’umano e lo strumento è difficile da identificare. Come ha sottolineato l’antropologo Gregory Bateson, “Dove comincia il sé di un cieco? Sulla punta del bastoncino? Sulla maniglia del bastone? O a un certo punto,  a metà del bastoncino?” Dal punto di vista cibernetico, questi confini intuitivi sono sbagliati, in quanto entrambe le entità diventano parte di un sistema informativo costituito dall’uomo e dal suo strumento.

Kirsch espone la sua posizione illustrando diversi casi di “pensare direttamente con il corpo”. Per imparare una complessa sequenza di passi di danza, ballerini professionisti fanno un modello fisico di essa ballandola. Allo stesso modo, i violinisti possono provare un passaggio, lavorando sul loro archeggio mentre diminuisce la precisione delle dita della mano sinistra. In questo senso, il corpo diventa un supporto centrale del processo di apprendimento.

Queste linee di ricerca cognitiva portano alta rilevanza per l’interazione uomo-computer. Fino a che punto possiamo “ricablare” noi stessi in strumenti? Quali sono i limiti di questo neuro-adattamento? Perché certe interfacce sembrano “naturali” e scompaiono dalla nostra percezione, mentre altre no? Ogni tentativo di risposta, ovviamente, richiede molto lavoro. Sebbene Kirsch allude a un “futuro magico” del sistema di interazione, egli non riesce a chiarire come queste intuizioni possono retroagire in interfacce reali dei sistemi informativi, e offre previsioni vaghe e prudenti. Per chiunque sia interessato di filosofia, psicologia, e l’interazione uomo-computer, i risultati dell’indagine da Kirsh offrono molti spunti per sistemi embodied multi-disciplinari.

Fonte:

Kirsh, D. (2013) Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design. ACM Transactions on Computer-Human Interaction (TOCHI),  20(1), Article no. 3.

Cosa intendi comunicare?

La questione del significato inteso è un problema aperto nello studio dei processi linguistici. L’articolo qui presentato espone una nozione di “significato inteso” basata sulla preferenza del parlante per uno stato di cose cui l’enunciato si riferisce. La sua discussione ha due componenti. La prima è la concezione di significato sviluppata dalla filosofia analitica del linguaggio, cioè, il significato di una frase dipende dalle condizioni di verità della frase, e il significato di un’espressione dipende dal contributo di tale espressione al valore di verità della frase in cui essa appare. La seconda componente si riferisce all’interesse dell’agente, che implica un obiettivo, come sviluppato dalla teoria sociale cognitiva. L’articolo sostiene che il significato inteso del parlante si stabilisce quando vi è corrispondenza tra le condizioni di verità di una frase e le preferenze del parlante circa gli stati di cose per cui l’enunciato è vero. L’ultima parte del documento illustra tre controversie linguistiche per sostenere le sue intuizioni teoriche. La prima controversia riguarda l’ambiguità sintattica, mentre le altre due riguardano ambiguità semantica. L’articolo affronta il problema generale della indeterminatezza semantica del significato convenzionale di frasi del linguaggio naturale. Il suo contributo specifico riguarda il problema del significato inteso nei processi comunicativi e processi di negoziazione del significato nelle interazioni conflittuali.

Per consultare l’intero articolo in inglese             http://mindmodeling.org/cogsci2010/papers/0318/paper0318.pdf

Fonte

Cruciani M., “On the notion of intended meaning” in Proceedings of the 32th Annual Conference of the Cognitive Science Society, Austin, Texas (USA): Cognitive Science Society, 2010, p. 1028-1033. Atti di: Cognition in flux – COGSCI 2010, Portland, Oregon (USA), 11-14 ago 2010.

Come reagiamo di fronte a situazioni frustranti?

Nella vita di tutti i giorni spesso si incontrano situazioni frustranti. Ad esempio: stiamo immettendo dei dati nel computer. Improvvisamente, lo schermo diventa nero, e subito dopo, il tuo collega tiene in mano una spina e dice: “Mi dispiace, ho accidentalmente staccato il tuo PC”. Saul Rosenzweig  ha creato un modello per le risposte verbali a tali situazioni frustranti, che è stato implementato in un questionario ampiamente utilizzato, il “Picture-Frustration Study” (Studio PF). Nel modello di Rosenzweig, le risposte verbali alla situazione frustrante sono classificate in base a due fattori: la direzione e il tipo di aggressione. La direzione dell’aggressione fa riferimento a reazioni verso se stesso, un’altra persona, o nessuno; mentre le tipologie di aggressione includono attenzione verso l’evento frustrante stesso, la causa dell’evento frustrante, e una soluzione alla situazione frustrante. L’adattamento sociale è un aspetto cruciale di tali risposte.

Situazioni frustranti si incontrano ogni giorno, ed è necessario rispondere in maniera adattivo. In genere, vengono definiti come adattivi quei comportamenti in cui il soggetto stesso, in maniera attiva, fa fronte alla situazione (self-peforming).

Lo studio di seguito presentato ha cercato di valutare i correlati neurali delle risposte sociali adattive a situazioni frustranti, considerando la dimensione dell’attribuzione causale. Sulla base della teoria dell’attribuzione (Weiner,1985), la causalità interna considera le proprie attitudini quali cause di un dato evento, mentre la causalità esterna si riferisce a fattori ambientali, come ad esempio condizioni sperimentali. Per studiare il problema, è stato sviluppato un approccio che valuta l’attribuzione causale in condizioni sperimentali. Durante una scansione fMRI, i soggetti erano impegnati in situazioni frustranti virtuali e veniva loro richiesto di verbalizzare le risposte fornite, che potevano essere socialmente adattative o non adattative. Dopo la scansione fMRI, i soggetti riferivano l’indice di attribuzione causale della reazione psicologica alla condizione sperimentale. E’ stata poi eseguita un’analisi correlazionale tra l’indice di attribuzione causale e l’attività cerebrale. L’ipotesi degli autori era che la regione del cervello la cui attivazione avrebbe avuto una correlazione positiva o negativa con l’indice auto-riferito di attribuzioni causali, potrebbe essere considerata correlato neurale dell’attribuzione causale, rispettivamente, interna ed esterna delle risposte sociali.

I risultati hanno mostrato una correlazione significativa negativa tra attribuzione causale esterna e risposte neurali nel lobo temporale anteriore destro per comportamenti sociali adattivi.

Questa regione è coinvolta nel processo di integrazione delle informazioni emotive e sociali. Dunque, i  risultati suggeriscono che, in particolare nel comportamento adattivo sociale, le esigenze sociali di situazioni frustranti che coinvolgono una causalità esterna, possono essere integrate da una risposta neurale nel lobo temporale anteriore destro.

Abstract

Frustrating situations are encountered daily, and it is necessary to respond in an adaptive fashion. A psychological definition states that adaptive social behaviors are “self-performing” and “contain a solution.” The present study investigated the neural correlates of adaptive social responses to frustrating situations by assessing the dimension of causal attribution. Based on attribution theory, internal causality refers to one’s aptitudes that cause natural responses in real-life situations, whereas external causality refers to environmental factors, such as experimental conditions, causing such responses. To investigate the issue, we developed a novel approach that assesses causal attribution under experimental conditions. During fMRI scanning, subjects were required to engage in virtual frustrating situations and play the role of protagonists by verbalizing social responses, which were socially adaptive or non-adaptive. After fMRI scanning, the subjects reported their causal attribution index of the psychological reaction to the experimental condition. We performed a correlation analysis between the causal attribution index and brain activity. We hypothesized that the brain region whose activation would have a positive and negative correlation with the self-reported index of the causal attributions would be regarded as neural correlates of internal and external causal attribution of social responses, respectively. We found a significant negative correlation between external causal attribution and neural responses in the right anterior temporal lobe for adaptive social behaviors. This region is involved in the integration of emotional and social information. These results suggest that, particularly in adaptive social behavior, the social demands of frustrating situations, which involve external causality, may be integrated by a neural response in the right anterior temporal lobe.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1471-2202-14-29.pdf

Fonte:

Sekiguchi A.,  Sugiura M., Yokoyama S., Sassa Y., Horie K., Sato S., Kawashima R. (2013). Neural correlates of adaptive social responses to real-life frustrating situations: a functional MRI study. BMC Neuroscience, 14:29, 1-13.