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Archive for: settembre 2013

Quando essere bravi non è abbastanza

Come si può ottenere il massimo dal lavoro ed essere pienamente soddisfatto? Avere buone capacità e sviluppare le abilità necessarie non sembra essere sufficiente. Molte persone, nonostante utilizzino le giuste strategie e strumenti per lavorare in maniera ottimale, provano insoddisfazione, burnout o ansia. Tali fattori possono condurre a tipiche conseguenze: assenteismo, abbandono, o anche disturbi psicologici.

In generale, la soddisfazione sul lavoro è un aspetto spesso legato al benessere. Essa può essere definita come “uno stato emotivo positivo, piacevole, risultante dalla percezione della propria attività lavorativa”. Inoltre, la soddisfazione sul lavoro è particolarmente cruciale per gli insegnanti, non solo perché la sua mancanza è associata al burnout, ma soprattutto perché gli insegnanti demotivati riducono la motivazione degli studenti stessi, attraverso il contagio emotivo e l’incapacità di soddisfare le loro esigenze.

Alcune ricerche hanno chiaramente dimostrato che gli insegnanti di successo non solo insegnano bene e sono in grado di creare ambienti di apprendimento ottimali, ma sperimentano anche benessere e soddisfazione sul lavoro: essere in grado di fornire buona istruzione ed essere soddisfatto del proprio lavoro sono entrambe condizioni necessarie per la definizione di un insegnante efficace.

Nello studio di seguito proposto, è stata valutata la soddisfazione sul lavoro di un insegnante come eventualmente correlata a : (1) pratiche di insegnamento, ossia quanto sono efficaci e flessibili le strategie  utilizzate, (2) auto-efficacia, e (3) stati emotivi positivi. 399 insegnanti hanno compilato scale di auto-valutazione preposte all’indagine delle suddette variabili. I risultati hanno mostrato un significativo ruolo di mediazione sia delle emozioni positive che delle convinzioni di autoefficacia nella relazione tra strategiche/pratiche di insegnamento e soddisfazione sul lavoro. Dunque, tali dati implicano che un “buon insegnamento” non è sufficiente. Sono necessari insegnanti  che insegnano bene e adottano buone strategie e pratiche, ma che amano anche il loro lavoro, dove ‘amore’ significa sia ‘propensione’, prediligendo sentimenti positivi dal lavorare con studenti e colleghi, sia ‘gestione’, ossia sentirsi capaci ed in grado di superare le difficoltà incontrate nella didattica. Non importa quanto sforzo si impieghi nello svolgere un’attività, essa non darà soddisfazione se non si ama quello che si sta facendo.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://jamiesmithportfolio.com/EDTE800/wp-content/Self-Efficacy/Moe.pdf

Fonte

Moè A., Pazzaglia F., Ronconi L. (2010). When being able is not enough. The combined value of positive affect and self-efficacy for job satisfaction in teaching. Teaching and Teacher Education, 26, 1145-1153.

L’evitamento visivo nelle fobie

La paura è un’emozione che influenza fortemente ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione e ciò che, invece, ignoriamo. Alcuni circuiti neurali, tra quelli più arcaici, sono in grado di garantire la rapida focalizzazione dell’attenzione sulle potenziali fonti di minaccia, al fine di predisporre immediatamente l’organismo ad una risposta adeguata. In letteratura vengono distinti diversi tipi di meccanismi di distribuzione dell’attenzione: precoci, automatici, e controllati. Gli individui fobici ed ansiosi sono caratterizzati dal cosiddetto modello di “vigilanza-evitamento”, il che implica un primo indirizzamento automatico dell’attenzione verso una fonte di minaccia, ma la successiva deviazione dell’attenzione da essa, quando entrano in gioco processi cognitivi più controllati.

Lo studio di seguito proposto ha avuto come obiettivo quello di scoprire i meccanismi sia centrali che autonomici alla base dell’evitamento visivo in soggetti con fobia specifica (fobia dei ragni). E’ stato verificato se lo sguardo (il tempo di fissazione dello stimolo ragno, registrato attraverso eye tracking) è direttamente correlato a valutazioni cognitive di rischio e a sensazioni soggettive di paura. Durante le sessioni sperimentali, ai partecipanti (soggetti con fobia dei ragni e non) veniva chiesto di immaginare di trovarsi in una foresta con la possibilità di incontrare ragni, serpenti e uccelli. In ogni prova sperimentale, i partecipanti vedevano una foto della località seguita dalla foto di un ragno, serpente, o un uccello; veniva poi stimato il rischio di poter incontrare questi animali (valutazione cognitiva), e valutata l’intensità della loro reazione di paura (sensazione soggettiva). Durante l’esecuzione delle attività, sono stati registrati i movimenti oculari dei partecipanti e le loro reazioni fisiologiche (frequenza cardiaca e la conduttanza cutanea).

I risultati hanno mostrato che il maggiore evitamento visivo dimostrato dai partecipanti con fobia, era strettamente correlato ad una più alto arousal e ad una iperattivazione dell’amigdala, della corteccia orbitofrontale e della corteccia cingolata anteriore. Inoltre, l’evitamento visivo dei soggetti fobici era accompagnato da una riduzione del rischio cognitivo di incontrarli. I soggetti di controllo, al contrario, hanno mostrato una correlazione positiva tra durata sguardo verso ragni e risposta del sistema nervoso autonomo, mentre la valutazione del rischio diminuiva all’aumentare dell’esposizione allo stimolo. Secondo gli autori, il motivo per cui i soggetti con fobia evitano l’informazione fobica potrebbe essere ascrivibile all’aumentata attività dei circuiti della paura, i quali segnalano la potenziale minaccia. A causa della mancanza di efficienti strategie alternative di regolazione, l’evitamento visivo potrebbe avere la funzione di ridurre le valutazioni cognitive di rischio legate agli stimoli fobici. I soggetti di controllo, al contrario, potrebbero essere caratterizzati da uno stile di coping diverso, per cui focalizzare l’attenzione su informazioni potenzialmente pericolose potrebbe aiutarli a ridurre le valutazioni cognitive di rischio.

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3668156/pdf/fnhum-07-00194.pdf

Fonte

Aue T., Hoeppli  M.E., Piguet C., Sterpenich V., Vuilleumier P. (2013). Visual avoidance in phobia: particularities in neural activity, autonomic responding, and cognitive risk evaluations. Frontiers in Human Neuroscience, 7(194).

Riconoscimento delle emozioni negli anziani

Anche se la capacità di riconoscere le emozioni attraverso i movimenti del viso e del corpo è di vitale importanza per la vita di tutti i giorni, numerosi studi hanno mostrato che gli anziani sono meno abili a identificare le emozioni rispetto ai giovani. I risultati di tali ricerche hanno mostrato un maggiore declino nella capacità di riconoscere le emozioni negative rispetto a quelle positive. Allo stesso tempo, tali risultati hanno sollevato problemi metodologici in relazione alle diverse modalità con cui viene valutata la decodifica dell’emozione. L’obiettivo principale dello studio di seguito proposto, è stato quello di identificare i meccanismi sottostanti il deficit nel riconoscimento delle emozioni, a tale scopo sono stati condotti due esperimenti. I compiti sperimentali prevedevano l’utilizzo di immagini sia statiche che dinamiche. Il campione era costituito da 208 adulti provenienti dalla Grecia, di età compresa tra 18-86 anni. Nel primo esperimento , i due gruppi di soggetti (anziani e giovani) sono stati confrontati in un compito di identificazione di emozioni discrete mostrate attraverso stimoli statici (espressioni facciali), mentre nel secondo esperimento sono stati utilizzati stimoli dinamici (brevi video clip in cui venivano presentate informazioni sia visive che uditive).

I risultati ottenuti suggeriscono che le abilità di riconoscimento delle emozioni non sembrano essere così danneggiate come presupposto, ma sono fortemente correlate alle caratteristiche dello stimolo. Infatti, dai dati raccolti è emerso che gli anziani possono riconoscere con precisione le emozioni in stimoli dinamici, ciò che sembra essere compromessa è la capacità di riconoscere emozioni negative da immagini statiche di volti, e tale deficit sembrerebbe, inoltre, essere esacerbato dal un possibile declino cognitivo.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://ambadylab.stanford.edu/pubs/2010KrendlAmbady-APA.pdf

Fonte

Krendl A.C., Ambady N. (2010) Older Adults’ Decoding of Emotions: Role of Dynamic Versus Static Cues and Age-Related Cognitive Decline. Psychology and Aging, 25( 4), 788-793.

Non abbastanza belli…non abbastanza magri

Pro-anorexia (o pro-ana) è una sorta di movimento sociale, una vera e propria filosofia di vita. Una filosofia della disciplina e dell’autocontrollo che passa attraverso il peso corporeo, il digiuno, una ferrea disciplina che conta le calorie al millesimo e che mortifica l’aspetto fisico in nome di un ideale superiore. Basta una semplice ricerca con Google per rendersi conto del fenomeno. Il web è il luogo virtuale nel quale questa comunità si ritrova. Questi blog sono popolari tra i giovani che vogliono essere più magri, perché rappresentano uno spazio neutrale e libero da giudizi, dove possono trovare sostegno, esprimere i loro sentimenti e pensieri intorno allo stile di vita anoressico.

E’ necessaria, però, una precisazione: sembrerebbe esserci una chiara distinzione tra ‘Ana’ (abbreviazione di anoressia ) e anoressia. ‘Ana’ potrebbe essere definita, anche se non esaustivamente, in una scelta di vita, fondata su comportamenti anoressici che si traducono in “una dieta efficace”. Anoressia , dall’altra parte, si riferisce a una condizione diagnosticata come disturbo mentale. Secondo alcuni autori, ‘pro-ana ‘ è un movimento sociale che trova espressione in Internet attraverso siti web e blog, e il suo scopo è quello di onorare uno stile di vita anoressico come un mezzo per avere dei corpi estremamente sottili . E questo è il motivo per cui ‘pro-ana’ non è considerata come una malattia. Tuttavia, i confini tra questi due termini e ciò che essi rappresentano sono fortemente sfumati.

A partire dalla constatazione di tale fenomeno, alcuni studiosi hanno ritenuto opportuno approfondire la questione, soprattutto per la pericolosità dei comportamenti e degli ideali inneggiati da questi ragazzi. Nello studio di seguito proposto è stata eseguita un’analisi esplorativa qualitativa di una serie di blog in lingua portoghese scritti da adolescenti (ragazzi e ragazze) tra i 13 ei 19 anni, che usano il Web per incontrare coetanei che la pensano come loro, con cui condividono diete, consigli, trucchi, e informazioni pericolose e dannose per il digiuno. Anche se i dati non possono essere generalizzati, l’evidenza suggerisce che questi blog possano avere effetti indesiderati e negativi non solo negli adolescenti, ma anche nei ragazzini più piccoli che usufruiscono di internet. Tali siti contribuiscono, oltre all’aumento dei contenuti rischiosi sul web e alla diffusione di comportamenti alimentari disturbati, all’alienazione dai legami sociali offline (fuori dal web).

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.psychnology.org/File/PNJ10(3)/PSYCHNOLOGY_JOURNAL_10_3_CASTRO.pdf

Fonte

Castro T.S., Osório A. (2012) Online violence: Not beautiful enough… not thin enough. Anorectic testimonials in the web. PsychNology Journal, 10 (3), 169-186.

Quanto l’ostilità e lo stress agiscono sulla nostra qualità del sonno?

La relazione tra l’ostilità e la qualità del sonno rimane inesplorata nonostante le indicazioni empiriche secondo cui gli individui con tratto maggiore di ostilità sperimentano più stress, un fattore noto per degradare la qualità del sonno. Nonostante il suo uso diffuso come variabile oggetto di studio, non esiste una definizione standard per la qualità del sonno. Gli sperimentatori in genere utilizzano spesso sia misure oggettive, come la durata totale, l’efficienza, e la latenza del sonno (tempo necessario all’addormentamento), sia misure soggettive. Lo stress è un fattore fortemente associato ai disturbi del sonno. Si ritiene che esso agisca sul sonno principalmente attraverso un aumento dell’attivazione cognitiva e somatica nella fase prima dell’addormentamento. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che la variazione individuale nella reattività allo stress determina la misura in cui lo esso degrada la qualità del sonno. Coerentemente con questo risultato, gli studi hanno dimostrato che i “poveri dormitori” sono caratteristicamente iper-reattivi allo stress.

Reazioni allo stress pronunciate sono caratteristiche, inoltre, di individui che mostrano elevati livelli di ostilità. Il costrutto dell’ostilità è organizzato in tre componenti principali: cognitive, affettive e comportamentali. Le componenti cognitive, cinismo e attribuzione ostile, riflettono la misura in cui vengono sostenute  le credenze negative sugli altri e la tendenza ad interpretare il comportamento avverso degli altri come espressamente rivolto verso di sé. La componente affettiva consiste nella tendenza a sperimentare diverse emozioni negative tra cui rabbia, fastidio, risentimento, disgusto e disprezzo. La componente comportamentale, invece, riflette la tendenza di un individuo ad agire in modo aggressivo.

Numerosi studi hanno trovato che gli individui che riferiscono livelli più elevati di ostilità sono altamente reattivi allo stress e più lenti nel recupero. Sebbene numerose evidenze suggeriscono che gli individui con alti tratti di ostilità riportano una peggiore qualità del sonno, pochi studi hanno esaminato direttamente il rapporto tra ostilità, reattività allo stress e qualità del sonno.

Sulla base di tali dati, lo studio di seguito proposto ha ipotizzato che un elevato tratto di ostilità è associato ad più povera qualità del sonno e che lo stress percepito media questo rapporto. Un campione di 66 soggetti (senza alcun disturbo del sonno) ha stilato per due settimane dei diari giornalieri del sonno e dello stress. I risultati hanno mostrato che la dimensione cognitiva del tratto ostilità era significativamente correlata agli indicatori di qualità del sonno, e tali rapporti risultavano, inoltre, significativamente mediati dal livello di stress percepito quotidianamente. Infatti, i soggetti con elevati tratti cognitivi di ostilità riportavano un livello di stress percepito più elevato, il quale spiegava la loro più bassa qualità del sonno. Tuttavia, sarebbero necessari degli approfondimenti per affrontare le questioni di causalità e di direzionalità, nonché le possibili implicazioni per il trattamento e la salute sia dei “poveri dormitori” che degli individui con elevati livelli di ostilità.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://www.hindawi.com/journals/sd/2013/735812/

Fonte

Taylor N.D., Fireman G.D., Levin R. (2013) Trait Hostility, Perceived Stress, and Sleep Quality in a Sample of Normal Sleepers. Sleep Disorders

Reciprocità nell’Interazione

La reciprocità può essere definita come una condizione interattiva in cui due individui condividono l’attenzione e  interagiscono durante l’esecuzione di attività insieme . Questo atteggiamento è presente fin dai primi momenti di vita , ad esempio quando un bambino è naturalmente orientato verso il volto della madre e risponde preferenzialmente ad esso . La reciprocità è necessaria al fine di raggiungere obiettivi condivisi e si compone di scambi simmetrici caratterizzati da una alternanza di turni precisamente sintonizzata. Dalle prime interazioni con i loro caregivers , in genere, i bambini con sviluppo tipico (TD) mostrano una naturale attitudine ad impegnarsi in un’azione comune e alla condivisione di stati psicologici. Anche se la mancanza di reciprocità è una delle caratteristiche della nozione di Disturbi dello Spettro Autistico (ASD), pochi studi si sono concentrati sulla valutazione diretta del comportamento reciproco nella quotidianità, di conseguenza, la conoscenza della natura e lo sviluppo di questa funzionalità di base nell’autismo sembrerebbe essere  ancora limitata.

Nello studio di seguito proposto, viene descritto il fenomeno della reciprocità nell’interazione bambino-caregiver analizzando filmati di famiglia girati durante il primo anno di vita di 10 bambini con ASD e 9 bambini con sviluppo tipico (TD). I comportamenti reciproci sono stati analizzati grazie ad uno schema di codifica sviluppato appositamente (scala di reciprocità caregiver-bambino (CIRS)). I bambini con ASD hanno mostrato meno attività motoria durante il primo semestre e, successivamente, un minor numero di vocalizzazioni, rispetto ai neonati TD. I caregivers di bambini ASD hanno, inoltre, mostrato nel secondo semestre periodi più brevi di coinvolgimento e una riduzione della “manipolazione affettuosa” (es. accarezzarli, baciarli). Gli autori ipotizzano che le differenze nei profili dei genitori e dei bambini sono strettamente interconnesse e che il livello di coinvolgimento dei genitori potrebbe essere modulato dalla responsività del bambino e vice versa.

Per riassumere, il presente studio suggerisce che i bambini con ASD possono mostrare molto precocemente difficoltà sia motorie che vocali. Viene inoltre ipotizzato che uno schema motorio-vocale non sincrono potrebbe interferire in diversi modi con lo sviluppo della reciprocità nella relazione tra i neonati in seguito con diagnosi di ASD e i loro caregivers.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.hindawi.com/journals/aurt/2013/705895/

Fonte

Apicella F., Chericoni N.,  Costanzo V.,  Baldini S., Billeci L., Cohen D., Muratori F. (2013) Reciprocity in Interaction: A Window on the First Year of Life in Autism. Autism Research and Treatment