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L’evitamento visivo nelle fobie

La paura è un’emozione che influenza fortemente ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione e ciò che, invece, ignoriamo. Alcuni circuiti neurali, tra quelli più arcaici, sono in grado di garantire la rapida focalizzazione dell’attenzione sulle potenziali fonti di minaccia, al fine di predisporre immediatamente l’organismo ad una risposta adeguata. In letteratura vengono distinti diversi tipi di meccanismi di distribuzione dell’attenzione: precoci, automatici, e controllati. Gli individui fobici ed ansiosi sono caratterizzati dal cosiddetto modello di “vigilanza-evitamento”, il che implica un primo indirizzamento automatico dell’attenzione verso una fonte di minaccia, ma la successiva deviazione dell’attenzione da essa, quando entrano in gioco processi cognitivi più controllati.

Lo studio di seguito proposto ha avuto come obiettivo quello di scoprire i meccanismi sia centrali che autonomici alla base dell’evitamento visivo in soggetti con fobia specifica (fobia dei ragni). E’ stato verificato se lo sguardo (il tempo di fissazione dello stimolo ragno, registrato attraverso eye tracking) è direttamente correlato a valutazioni cognitive di rischio e a sensazioni soggettive di paura. Durante le sessioni sperimentali, ai partecipanti (soggetti con fobia dei ragni e non) veniva chiesto di immaginare di trovarsi in una foresta con la possibilità di incontrare ragni, serpenti e uccelli. In ogni prova sperimentale, i partecipanti vedevano una foto della località seguita dalla foto di un ragno, serpente, o un uccello; veniva poi stimato il rischio di poter incontrare questi animali (valutazione cognitiva), e valutata l’intensità della loro reazione di paura (sensazione soggettiva). Durante l’esecuzione delle attività, sono stati registrati i movimenti oculari dei partecipanti e le loro reazioni fisiologiche (frequenza cardiaca e la conduttanza cutanea).

I risultati hanno mostrato che il maggiore evitamento visivo dimostrato dai partecipanti con fobia, era strettamente correlato ad una più alto arousal e ad una iperattivazione dell’amigdala, della corteccia orbitofrontale e della corteccia cingolata anteriore. Inoltre, l’evitamento visivo dei soggetti fobici era accompagnato da una riduzione del rischio cognitivo di incontrarli. I soggetti di controllo, al contrario, hanno mostrato una correlazione positiva tra durata sguardo verso ragni e risposta del sistema nervoso autonomo, mentre la valutazione del rischio diminuiva all’aumentare dell’esposizione allo stimolo. Secondo gli autori, il motivo per cui i soggetti con fobia evitano l’informazione fobica potrebbe essere ascrivibile all’aumentata attività dei circuiti della paura, i quali segnalano la potenziale minaccia. A causa della mancanza di efficienti strategie alternative di regolazione, l’evitamento visivo potrebbe avere la funzione di ridurre le valutazioni cognitive di rischio legate agli stimoli fobici. I soggetti di controllo, al contrario, potrebbero essere caratterizzati da uno stile di coping diverso, per cui focalizzare l’attenzione su informazioni potenzialmente pericolose potrebbe aiutarli a ridurre le valutazioni cognitive di rischio.

Per consultare l’intero articolo in inglese http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3668156/pdf/fnhum-07-00194.pdf

Fonte

Aue T., Hoeppli  M.E., Piguet C., Sterpenich V., Vuilleumier P. (2013). Visual avoidance in phobia: particularities in neural activity, autonomic responding, and cognitive risk evaluations. Frontiers in Human Neuroscience, 7(194).

Riconoscimento delle emozioni negli anziani

Anche se la capacità di riconoscere le emozioni attraverso i movimenti del viso e del corpo è di vitale importanza per la vita di tutti i giorni, numerosi studi hanno mostrato che gli anziani sono meno abili a identificare le emozioni rispetto ai giovani. I risultati di tali ricerche hanno mostrato un maggiore declino nella capacità di riconoscere le emozioni negative rispetto a quelle positive. Allo stesso tempo, tali risultati hanno sollevato problemi metodologici in relazione alle diverse modalità con cui viene valutata la decodifica dell’emozione. L’obiettivo principale dello studio di seguito proposto, è stato quello di identificare i meccanismi sottostanti il deficit nel riconoscimento delle emozioni, a tale scopo sono stati condotti due esperimenti. I compiti sperimentali prevedevano l’utilizzo di immagini sia statiche che dinamiche. Il campione era costituito da 208 adulti provenienti dalla Grecia, di età compresa tra 18-86 anni. Nel primo esperimento , i due gruppi di soggetti (anziani e giovani) sono stati confrontati in un compito di identificazione di emozioni discrete mostrate attraverso stimoli statici (espressioni facciali), mentre nel secondo esperimento sono stati utilizzati stimoli dinamici (brevi video clip in cui venivano presentate informazioni sia visive che uditive).

I risultati ottenuti suggeriscono che le abilità di riconoscimento delle emozioni non sembrano essere così danneggiate come presupposto, ma sono fortemente correlate alle caratteristiche dello stimolo. Infatti, dai dati raccolti è emerso che gli anziani possono riconoscere con precisione le emozioni in stimoli dinamici, ciò che sembra essere compromessa è la capacità di riconoscere emozioni negative da immagini statiche di volti, e tale deficit sembrerebbe, inoltre, essere esacerbato dal un possibile declino cognitivo.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://ambadylab.stanford.edu/pubs/2010KrendlAmbady-APA.pdf

Fonte

Krendl A.C., Ambady N. (2010) Older Adults’ Decoding of Emotions: Role of Dynamic Versus Static Cues and Age-Related Cognitive Decline. Psychology and Aging, 25( 4), 788-793.