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Archive for: ottobre 2013

Ti fidi dei tuoi ricordi?

La gente di solito ritiene che quello che ricorda sia vero, e basa le proprie azioni sul presupposto secondo il quale i propri ricordi siano accurati e affidabili . Anche se questa ipotesi potrebbe essere corretta nella maggior parte delle situazioni, numerose ricerche hanno dimostrato che la memoria è fallibile, suggestionabile e, quindi, spesso distorta. Tra le altre, una delle “trappole” della memoria è il misinformation effect (Loftus, 2005, review): l’influenza di informazioni fuorvianti sui ricordi. Il paradigma è costituito tipicamente da tre fasi:

  • il soggetto assiste ad un evento,
  • viene esposto ad informazioni fuorvianti su alcuni dettagli dell’evento,
  • esegue un compito di memoria (richiamo).

Qualora le informazioni svianti vengano incluse e ricordate come parte dell’evento, si crea un “falso ricordo”. In che modo tale effetto ha luogo? La traccia mnestica originaria è danneggiata o semplicemente inaccessibile? Una delle possibili spiegazioni è quella dell’attribuzione erronea: poiché le informazioni ingannevoli si integrano ai ricordi reali, è possibile che i soggetti dimenticano la loro fonte ed erroneamente le attribuiscono all’evento originale.

Lo studio di seguito proposto ha cercato di valutare l’effetto dello stato d’animo sul grado di suggestionabilità al misinformation effect. Le nostre esperienze sono sempre colorate da una certa valenza affettiva, dunque è importante cercare di capire se e come i nostri sentimenti possono influenzare il contenuto e la precisione dei ricordi. I risultati hanno confermato che i partecipanti sono stati tratti in inganno dalle false informazioni fornite e che lo stato d’animo non ha avuto un effetto significativo sul misinformation effect, quanto sulla fiducia dei soggetti nei propri ricordi. Quando si è tristi, le persone danno maggiore credito e fiducia ad informazioni fornite dagli altri, rispetto invece a quando sono felici o arrabbiati. Tali evidenze hanno importanti implicazioni giuridico-cliniche, infatti la fiducia e la certezza dei propri ricordi sono fattori molti influenti nel determinare l’affidabilità delle testimonianze oculari.

Per consultare l’intero articolo in inglese  https://perswww.kuleuven.be/~u0047514/pdf/Journal_of_Cognitive_Psychology_2013.pdf

Fonte

Van Damme I., Seynaeve L. (2013). The effect of mood on confidence in false memories. Journal of Cognitive Psychology, 25 (3), 309-318.

Promuovere comportamenti autonomi nell’autismo

Una persona è autodeterminata quando è intrinsecamente motivata ed in grado di agire in maniera autonoma. L’autonomia è parte integrante di molte attività quotidiane tra cui prendere decisioni, risolvere problemi, auto-gestirsi, essere consapevoli di sé. Le persone sperimentano autonomia quando si percepiscono fautori delle proprie azioni. Promuovere tali comportamenti potrebbe portare ad un incremento dell’autostima e dunque delle abilità socio-relazionali e accademiche.

Genitori e insegnanti hanno la possibilità di facilitare o ostacolare lo sviluppo della capacità di autodeterminazione attraverso il sostegno all’autonomia. Dei genitori che promuovono l’autonomia incoraggiano i loro figli a risolvere i propri problemi, li invitano ad esprimere il proprio punto di vista, raramente usano pressioni e controlli e, quando possibile, promuovono scelte individuali. E’ importante sottolineare che i genitori possono fornire sostegno all’autonomia anche quando si prendono cura dei loro figli, in questo modo i bambini sviluppano un rapporto sicuro senza sentirsi controllati nelle loro azioni.

A scuola, invece, gli insegnati che promuovono l’autonomia, sono in genere degli ascoltatori attivi, concedono agli studenti del tempo per lavorare in maniera indipendente , offrono un supporto piuttosto che dare agli studenti le risposte ai problemi, creano un ambiente solidale ed empatico.

I bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) spesso hanno difficoltà a costruire e mantenere relazioni sociali, e l’autonomia potrebbe giocare un ruolo di fondamentale importanze nello sviluppo di tali competenze. Lo studio di seguito proposto ha esaminato la relazione tra il sostegno all’autonomia , l’autodeterminazione e le competenze scolastiche in un gruppo di  bambini con ASD ad alto funzionamento. E’ stato rilevato che la promozione di comportamenti autonomi da parte degli insegnati è correlata ad una maggiore autodeterminazione a scuola e ad una maggiore competenza scolastica. L’autodeterminazione in amicizia è, invece, strettamente correlata all’accettazione sociale. Lo studio pone in evidenza l’importanza della promozione di comportamenti autonomi nell’autismo ad alto funzionamento e il loro effetto sulla sfera scolastica e sociale.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.omicsgroup.org/journals/perceived-autonomy-support-in-children-with-autism-spectrum-disorder-2165-7890.1000114.pdf

Fonte

Shea N.M., Millea M.A., Diehl J.J. (2013). Perceived Autonomy Support in Children with Autism Spectrum Disorder. Autism, 3.

Cecità e cognizione spaziale

Lo studio di individui ciechi offre un’opportunità unica per analizzare il ruolo della visione in una vasta gamma di processi cognitivi e percettivi e nello sviluppo del cervello . Inoltre, distinguendo tra cecità congenita ed acquisita, è possibile valutare il ruolo evolutivo dell’esperienza visiva per una varietà di fenomeni cognitivi .

La cecità spesso di associa ad una riorganizzazione adattiva delle aree neurali che risultano essere risparmiate, il che si traduce in un potenziamento o affinamento delle altre modalità sensoriali (es. nitidezza uditiva, riconoscimento tattile). Eppure, le modalità non visive potrebbero non essere in grado di compensare pienamente la mancanza di esperienza visiva , come nel caso di cecità congenita. Come suggeriscono gli autori delle review qui proposta, l’esperienza evolutiva visiva sembra essere necessaria per la maturazione dei neuroni multisensoriali implicati nelle attività spaziali. Inoltre, la capacità di raccogliere e trasmettere in parallelo più informazioni, potrebbe non essere completamente compensata, dunque  la mancanza di esperienza visiva potrebbe danneggiare tutte le attività spaziali che richiedono l’integrazione di input sensoriali. Maggiormente compromessa è la capacità di rappresentare un insieme di oggetti sulla base delle relazioni spaziali tra gli oggetti  stessi (prospettiva allocentrica), piuttosto che la relazione spaziale che ogni oggetto ha con il punto di vista dell’osservatore (prospettiva egocentrica).

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://webspace.qmul.ac.uk/mproulx/PasqualottoProulx2012.pdf

Fonte

Pasqualotto A., Proulx M.J. (2012). The role of visual experience for the neural basis of spatial cognition. Neuroscience and Biobehavioral Reviews, 36, 1179–1187.

Anorexia and autism: traits in common?

Patients with anorexia may have elevated autistic traits. In this study, we tested test whether patients with anorexia nervosa (anorexia) have an elevated score on a dimensional measure of autistic traits, the Autism Spectrum Quotient (AQ), as well as on trait measures relevant to the autism spectrum: the Empathy Quotient (EQ), and the Systemizing Quotient (SQ). Two groups were tested: (1) female adolescents with anorexia: n = 66, aged 12 to 18 years; and (2) female adolescents without anorexia: n =1,609, aged 12 to 18 years. Both groups were tested using the AQ, EQ, and SQ, via the parent-report adolescent versions for patients aged 12 to 15 years old, and the self-report adult versions for patients aged over 16 years. As predicted, the patients with anorexia had a higher AQ and SQ. Their EQ score was reduced, but only for the parent-report version in the younger age group. Using EQ-SQ scores to calculate ‘cognitive types’, patients with anorexia were more likely to show the Type S profile (systemizing (S) better than empathy (E)), compared with typical females. Females with anorexia have elevated autistic traits. Clinicians should consider if a focus on autistic traits might be helpful in the assessment and treatment of anorexia. Future research needs to establish if these results reflect traits or states associated with anorexia.

To read the article http://www.molecularautism.com/content/pdf/2040-2392-4-24.pdf

Reference

Baron-Cohen S., Jaffa T., Davies S., Auyeung B., Allison C., Wheelwright S. (2013). Do girls with anorexia nervosa have elevated autistic traits? Molecular Autism, 4(24).

Anoressia e autismo: tratti in comune?

Anoressia e autismo… due condizioni psicopatologiche apparentemente agli antipodi, così diverse. L’anoressia: disturbo alimentare, definito da un rifiuto di mantenere un peso corporeo minimo ( > 15 % al di sotto del peso corporeo atteso), eccessiva preoccupazione per il cibo e il peso, ha un esordio adolescenziale ed è maggiormente diagnosticato tra le ragazze. L’autismo: difficoltà sociali e di comunicazione accanto ad interessi insolitamente ristretti, il comportamento fortemente ripetitivo e stereotipato, diagnosticato nella prima infanzia e con maggiore frequenza tra i maschi.

Ma anoressia e autismo potrebbero avere tratti comuni. È quanto sottolineato in una ricerca condotta al Cambridge University’s Autism Research Centre. La ricerca è stata condotta su un campione particolarmente rappresentativo di adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Dopo aver confrontato  66 adolescenti affette da anoressia con 1.609 ragazze senza alcun disturbo, gli esperti hanno dimostrato che le giovani del primo gruppo avevano maggiori probabilità di presentare caratteristiche proprie dell’autismo (AQ) e un ridotto quoziente di empatia. Giungendo alla conclusione che l’anoressia e l’autismo hanno delle peculiarità in comune: rigidità nelle relazioni interpersonali, tendenza all’isolamento e un’eccessiva attenzione ai particolari. Che si riflettono anche nella struttura e nel funzionamento di determinate aree del cervello. Una scoperta che potrebbe aprire la strada a nuovi approcci terapeutici per questo tipo di disturbo alimentare.

Un altro elemento rilevante emerso dallo studio riguarda la sostanziale differenza nel tratto di manifestazione dei comportamenti anoressici, in quanto sembrano emergere due “stili” di comportamento prevalenti (tra i tratti in comune con l’autismo) tra le pazienti anoressiche: uno tendente all’isolamento affettivo e all’auto-centratura cognitiva, l’altro più incline allo sviluppo di tendenze e pensieri di tipo ossessivo. Anche questi dati potranno contribuire ad indirizzare il lavoro dei terapeuti che trattano questo disagio.

Per consultare l’intero articolo in inglese  http://www.molecularautism.com/content/pdf/2040-2392-4-24.pdf

Fonte

Baron-Cohen S., Jaffa T., Davies S., Auyeung B., Allison C., Wheelwright S. (2013). Do girls with anorexia nervosa have elevated autistic traits? Molecular Autism, 4(24).

The link between spatial distance and social distance

Why do people use spatial language to describe social relationships? In particular, to what extent do they anchor their thoughts about friendship in terms of space? Three experiments used drawing and estimation tasks to further explore the conceptual structure of social distance using friendship as a manipulation. In all three experiments, participants read short narratives and then drew what they imagined happened during the narrative and estimated passing time. Overall, the results of these exploratory studies suggest that the conceptual structure of friendship is linked to thought about space in terms of path drawing. Results are discussed in light of social distance and inter-character interaction.

To read the article  http://escholarship.org/uc/item/8kd6t9kw#page-1

Reference

Matthews  J.L., Matlock T. (2011). Understanding the link between spatial distance and social distance. Social Psychology, 42(3), 185-192.

La distanza fisica è lo specchio del tipo di rapporto sociale?

In ogni lingua ci sono innumerevoli modi per descrivere le relazioni spaziali. Ma gli stessi termini vengono utilizzati per parlare anche di altri tipi di distanza, tra cui la distanza nelle relazioni sociali. Ad esempio, quando si parla di rapporti amicali, il legame con l’altra persona viene spesso descritto in termini di vicinanza (intimità) o lontananza (estraneità, diffidenza). Il linguaggio spaziale che si riferisce alla prossimità è in grado di comunicare attaccamento, interesse, e affetto, tipiche espressioni sono: “Io sono dalla tua parte”, “Puoi appoggiarti a me nei momenti difficili”, “Siamo molto vicini”. Espressioni che, invece, implicano rifiuto, tradimento o disinteresse sono: “Mi ha raggirato”, “Mi sembri distante”, “Ti stai allontanando”.

Pochi lavori hanno indagato in che modo le persone concettualizzano lo spazio quando stanno pensando ad un rapporto amicale o ad altre relazioni sociali. C’è una relazione tra il tipo di rapporto sociale (amico, non amico) e la distanza spaziale? L’obiettivo del lavoro di seguito proposto è stato proprio quello di indagare tale connessione: attraverso tre esperimenti (che combinano disegno e stima delle distanze) è stata valutata l’ipotesi secondo cui il ragionamento spaziale è legato al pensiero del soggetto circa l’amicizia. In ciascun esperimento, ai partecipanti è fornita la mappa di un parco e viene loro richiesto di disegnare il percorso che avrebbero scelto per attraversarlo da un punto all’altro, incontrando sulla strada delle figure (amici o estranei). Veniva, inoltre, richiesto di stimare il tempo necessario ad eseguire tale percorso. I risultati hanno evidenziato che il tipo di relazione sociale influenza il modo in cui i partecipanti ragionano sulle distanze fisiche e sul tempo. Infatti, in tutti gli esperimenti i soggetti tracciavano rotte più vicine alle figure interposte lungo il percorso e stimavano dei tempi di viaggio più lunghi, qualora le ritenevano amiche. Nonostante tali risultati siano solo preliminari e indicativi, hanno notevoli implicazioni per la ricerca sulle distanze sociali e la concettualizzazione dello spazio.

Per consultare l’intero articolo in inglese   http://escholarship.org/uc/item/8kd6t9kw#page-1

Fonte

Matthews  J.L., Matlock T. (2011). Understanding the link between spatial distance and social distance. Social Psychology, 42(3), 185-192.

Facebook non mi fa dormire

Internet ormai è parte integrante della quotidianità delle persone. I principali utenti sono soprattutto i giovani, ad esempio in Spagna circa il 98 % degli adolescenti tra gli 11 e i 20 anni ha dichiarato di utilizzare Internet. Tra i servizi della rete globale, i social networks si sono sviluppati molto velocemente, tra questi siti web i più conosciuti ed utilizzati sono MySpace , Twitter e Facebook , quest’ultimo con il maggior numero di utenti. Facebook ha diversi vantaggi , sulla base del libero accesso , facilita la comunicazione e la condivisione di informazioni personali. Tuttavia, l’uso eccessivo di questo tipo di social potrebbe causare diverse conseguenze tra cui abuso, dipendenza, effetti sulla qualità di vita e del sonno. Studi precedenti hanno dimostrato che l’uso di mezzi di comunicazione elettronici, come televisione, computer, Internet , e giochi per computer, è associato a disturbi del sonno. Sia la quantità che la qualità del sonno potrebbero avere una forte influenza sull’umore e il benessere soggettivo . In particolare, nel caso di giovani , una scarsa qualità del sonno potrebbero avere un impatto sul rendimento scolastico.

Sulla base di tali dati, lo studio di seguito proposto ha svolto un’indagine esplorativa, ipotizzando la possibilità di una correlazione tra l’uso improprio di Facebook ed un’alterata qualità del sonno. Il campione oggetto di studio è costituito da un gruppo di 418 studenti universitari peruviani. Sono stati utilizzati l’Addiction Questionnaire Internet, adattato al caso di Facebook, e il Pittsburgh Sleep Quality Index. I risultati hanno messo in evidenza che una scarsa qualità del sonno prevale nel 53,7% degli studenti, tale percentuale aumenta al 69,4% nel gruppo di studenti con dipendenza da Facebook (dunque, un incremento assoluto di 15,7 punti percentuale). Inoltre, il maggiore effetto di tale fenomeno è sul livello di attività diurna, ossia gli studenti con dipendenza da Facebook  e scarsa qualità del sonno, mostrano un ridotto livello di attivazione e “funzionalità” durante il giorno. I risultati dello studio potrebbero essere interpretati alla luce di più fattori: in primo luogo , gli utenti dipendenti da Facebook si trovano ad utilizzarlo ovunque per molte ore e fino a tarda notte, il che potrebbe giustificare i maggiori livelli di sonnolenza. In secondo luogo, alcuni servizi erogati dal sito, ad esempio, messaggistica, giochi ed altro, potrebbero creare di per sé uno stato di dipendenza, la quale è strettamente associata ad una alterazione del sonno. I dati forniti da questo studio sono iniziali ed indicativi ma certamente aprono possibilità di ricerca per futuri approfondimenti.

Per consultare l’intero articolo in inglese

http://www.plosone.org/article/fetchObject.action?uri=info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0059087&representation=PDF

Fonte

Wolniczak I., et al. (2013). Association between Facebook Dependence and Poor Sleep Quality: A Study in a Sample of Undergraduate Students in Peru. Plos One, 8(3).

Anxiety disrupts our performances

Anxiety can be distracting, disruptive, and incapacitating. Despite problems with empirical replication of this phenomenon, one fruitful avenue of study has emerged from working memory (WM) experiments where a translational method of anxiety induction (risk of shock) has been shown to disrupt spatial and verbal WM performance. Performance declines when resources (e.g., spatial attention, executive function) devoted to goal-directed behaviors are consumed by anxiety. Importantly, it has been shown that anxiety-related impairments in verbal WM depend on task difficulty, suggesting that cognitive load may be an important consideration in the interaction between anxiety and cognition. Here we use both spatial and verbal WM paradigms to probe the effect of cognitive load on anxiety-induced WM impairment across task modality. Subjects performed a series of spatial and verbal n-back tasks of increasing difficulty (1, 2, and 3-back) while they were safe or at risk for shock. Startle reflex was used to probe anxiety. Results demonstrate that induced-anxiety differentially impacts verbal and spatial WM, such that low and medium-load verbal WM is more susceptible to anxiety-related disruption relative to high-load, and spatial WM is disrupted regardless of task difficulty. Anxiety impacts both verbal and spatial processes, as described by correlations between anxiety and performance impairment, albeit the effect on spatial WM is consistent across load. Demanding WM tasks may exert top-down control over higher-order cortical resources engaged by anxious apprehension, however high-load spatial WM may continue to experience additional competition from anxiety-related changes in spatial attention, resulting in impaired performance. By describing this disruption across task modalities, these findings inform current theories of emotion–cognition interactions and may facilitate development of clinical interventions that seek to target cognitive impairments associated with anxiety.

To read the article    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3610083/

Reference

Vytal K.E., Cornwell B.R., Letkiewicz A.M., Arkin N.E., Grillon C. (2013) The complex interaction between anxiety and cognition: insight from spatial and verbal working memory. Frontiers in Human Neuroscience,7(93).

L’ansia peggiora le nostre prestazioni

L’ansia, in alcune situazioni e in quantità moderate, aiuta l’organismo a mantenere uno stato di reattività: essa facilita il riconoscimento e la preparazione all’azione di fronte a stimoli minacciosi, ma allo stesso tempo induce anche cambiamenti cognitivi. Se presente in quantità elevate, essa può divenire dirompente e invalidante. Numerosi studi sulla memoria di lavoro (WM) hanno dimostrato come metodi di induzione dell’ansia siano in grado di inficiare la prestazione a compiti di WM spaziale e verbale. La prestazione diminuisce quando le risorse cognitive (ad esempio, attenzione spaziale, funzioni esecutive) deputate al comportamento diretto ad uno scopo, vengono “consumate” dall’ansia. Inoltre, è stato dimostrato che il danneggiamento dovuto all’ansia nei compiti di WM verbale dipende anche dalla difficoltà del compito (carico cognitivo richiesto).

Nello studio di seguito proposto sono stati utilizzati entrambi i paradigmi (WM spaziale e verbale) per valutare l’effetto del carico cognitivo sul deficit indotto dall’ansia. I soggetti hanno eseguito una serie di compiti n-back sia spaziali che verbali di difficoltà crescente (1, 2, e 3-back) in due diverse condizioni: al sicuro o a rischio di shock. I risultati hanno dimostrato che l’ansia indotta influisce in maniera differenziale sui compiti di WM: con carichi cognitivi medi e bassi l’ansia influisce di più sulla WM verbale rispetto a carichi maggiori; invece la WM spaziale risulta danneggiata dall’ansia, indipendentemente dalla difficoltà del compito.

Le risorse cognitive impiegate in un compito di WM sembrerebbero competere con le risorse corticali di più alto ordine “impegnate” dalla preoccupazione ansiosa, inoltre l’aumento del carico cognitivo (la difficoltà del compito) sembra apportare una competizione aggiuntiva nell’utilizzo di tali risorse, determinando un peggioramento della performance.

Per consultare l’intero articolo in inglese    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3610083/

Fonte

Vytal K.E., Cornwell B.R., Letkiewicz A.M., Arkin N.E., Grillon C. (2013) The complex interaction between anxiety and cognition: insight from spatial and verbal working memory. Frontiers in Human Neuroscience,7(93).