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Embodied cognition: pensare con le cose

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Nel suo recente articolo “Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design”, lo scienziato cognitivo canadese David Kirsch fornisce un accessibile sondaggio di ricerca dello stato dell’arte sulla cognizione umana in relazione agli strumenti. Partendo dalla famosa frase di McLuhan “Noi modelliamo i nostri strumenti e, successivamente, i nostri strumenti ci modellano”, Kirsch delinea i principi fondamentali della cognizione incarnata e le sue vaste implicazioni. Secondo il paradigma, non solo i nostri pensieri, concetti e processi cognitivi sono ben modellati e radicati nella nostra costituzione biologica, ma anche “cose ​​materiali senza vita” si fondono con il nostro io interiore.

L’Embodied Cognition sostiene che il pensiero non si limita al cervello, ma si estende e si basa su parti del nostro corpo e oggetti esterni, che ci permette letteralmente di “pensare con le cose”. Quando interagiamo con uno strumento, rapidamente lo assorbiamo nel nostro apparato cognitivo, ed entriamo in un nuovo “paesaggio enattivo” con nuove disponibilità (affordances) che non potevamo immaginare senza quello strumento. Come lo psicologo Abraham Maslow ha messo in evidenza, “se l’unico strumento che hai è un martello, tratterai tutto come se fosse un chiodo”. L’impatto degli strumenti sul nostro sistema motorio, sulla nostra percezione sinestetica, e la nostra concettualizzazione della realtà, ridisegnano il confini del nostro mondo. Per lo chef, una cucina può costituire molti “paesaggi di cucina”, a seconda del loro stile di cucina, del corso in fase di preparazione, e dello specifico strumento nella loro mano.

L’interfaccia tra l’umano e lo strumento è difficile da identificare. Come ha sottolineato l’antropologo Gregory Bateson, “Dove comincia il sé di un cieco? Sulla punta del bastoncino? Sulla maniglia del bastone? O a un certo punto,  a metà del bastoncino?” Dal punto di vista cibernetico, questi confini intuitivi sono sbagliati, in quanto entrambe le entità diventano parte di un sistema informativo costituito dall’uomo e dal suo strumento.

Kirsch espone la sua posizione illustrando diversi casi di “pensare direttamente con il corpo”. Per imparare una complessa sequenza di passi di danza, ballerini professionisti fanno un modello fisico di essa ballandola. Allo stesso modo, i violinisti possono provare un passaggio, lavorando sul loro archeggio mentre diminuisce la precisione delle dita della mano sinistra. In questo senso, il corpo diventa un supporto centrale del processo di apprendimento.

Queste linee di ricerca cognitiva portano alta rilevanza per l’interazione uomo-computer. Fino a che punto possiamo “ricablare” noi stessi in strumenti? Quali sono i limiti di questo neuro-adattamento? Perché certe interfacce sembrano “naturali” e scompaiono dalla nostra percezione, mentre altre no? Ogni tentativo di risposta, ovviamente, richiede molto lavoro. Sebbene Kirsch allude a un “futuro magico” del sistema di interazione, egli non riesce a chiarire come queste intuizioni possono retroagire in interfacce reali dei sistemi informativi, e offre previsioni vaghe e prudenti. Per chiunque sia interessato di filosofia, psicologia, e l’interazione uomo-computer, i risultati dell’indagine da Kirsh offrono molti spunti per sistemi embodied multi-disciplinari.

Fonte:

Kirsh, D. (2013) Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design. ACM Transactions on Computer-Human Interaction (TOCHI),  20(1), Article no. 3.

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